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TESTAMENTO BIOLOGICO / 2 Il Bio Business della lobby farmaceutica

Nella prima puntata dell’inchiesta firmata da Rita Pennarola, si è parlato di Pomicino e dell’Opus Dei in relazione al grande business del bio-testamento. Ma ci sono anche altri grandi nomi, come Umberto Veronesi, Ignazio Marino, Montezemolo, Tronchetti Provera, che siedono al tavolo della lobby farmaceutica interessata al bio-business.

VERONESI  E I 2 TESTAMENTI

Lasciamo lo schieramento di Calabrò, Ipe, Binetti e C. Passando sul versante opposto – quello del PD, che proprio sulla regolamentazione normativa del testamento biologico sta vivendo le sue ultime lacerazioni – troviamo lungo la strada in primo piano ancora un personaggio napoletano. Sì perché al fianco dell’oncologo e senatore Umberto Veronesi nell’omonima Fondazione, che di quelle disposizioni di fine vita ha fatto il suo vessillo fin dal 2006, a coordinare tutti gli aspetti giuridici e legali c’è l’anziano civilista partenopeo Maurizio De Tilla.

Per anni curatore di una rubrica dedicata alle liti condominiali sulle pagine del Mattino e successivamente assurto ai vertici della Cassa Nazionale Forense, De Tilla è da tempo immemorabile affiliato alla massoneria, Grande Oriente d’Italia. Il caso fece scalpore nel 1992 quando il suo nome venne alla luce attraverso gli elenchi dei massoni campani pubblicati dalla Voce della Campania, mettendo a soqquadro il tribunale partenopeo nel quale si era appena insediato al vertice della Procura il mastino acchiappa-massoni Agostino Cordova. Peraltro nelle liste di fine 2007 De Tilla risulta ancora regolarmente iscritto, col numero progressivo 13.274.

Nella Fondazione Veronesi De Tilla – con la duplice veste di membro del comitato promotore e coordinatore dell’area “Scienza e Diritto” – si è assunto il compito specifico di esercitare un’azione costante di promozione e divulgazione sul testamento biologico, tema al quale ha dedicato ben tre libri pubblicati dal Sole 24 Ore e da Sperling e Kupfer per conto della Fondazione e scritti insieme ad esperti come l’ex magistrato Lucio Militerni, avvocato, fra gli altri, di Sua Sanità Francesco De Lorenzo.

E’ solo un aspetto della superattività su questo tema, ormai diventato il loro cavallo di battaglia, messa in campo dal tandem Veronesi-De Tilla, che addirittura a dicembre 2006 aveva acquistato una pagina intera sui quotidiani nazionali in cui proponeva il prestampato di testamento da compilare e spedire in Fondazione a Milano.

Ma se per questo tipo di disposizioni, in attesa della tanto dibattuta e controversa legge, c’è ancora molto tempo, sarà invece il caso di affrettarsi – seguendo le indicazioni contenute nella brochure della Fondazione Veronesi e dell’Istituto Europeo di Oncologia (il colosso privato fondato dal luminare milanese) – per disporre un lascito testamentario (non quello biologico, per intenderci) a favore della Fondazione stessa. Su questo punto gli esperti di casa Veronesi non lesinano dettagli («Potete lasciare una somma in denaro, azioni, titoli o altri valori. Un bene mobile. Un oggetto che vi è caro. O un bene immobile.Un appartamento, una casa, un terreno») ed incoraggiamenti («Anche se avete parenti diretti, è sempre possibile destinare una parte della propria eredità ad altri soggetti.Questa quota prevista dalla legge è detta “disponibile”»), suggerendo anche la possibilità, per chi proprio dal notaio non ci vuole andare, di «forme alternative al testamento, per esempio la sottoscrizione di una polizza vita a favore della Fondazione».

 

TU CHIAMALA SE VUOI FONDAZIONE

E dire che sul fronte dei sostegni finanziari la Fondazione sta messa decisamente bene: nell’apposio comitato siedono, fra gli altri, big della finanza e condottieri d’impresa come il presidente di Confindustria Luca Cordero di Montezemolo, il numero uno Fininvest Fedele Confalonieri, Mister Todd’s Diego Della Valle, la regina dell’industria farmaceutica Diana Bracco, senza contare Maurizio Romiti, Marco Tronchetti Provera e lo strategico banchiere Maurizio Sella.

Se sui bilanci della Fondazione è dunque possibile lavorare di immaginazione, qualche dato più concreto arriva dall’IEO, il colosso sanitario di cui direttore scientifico è lo stesso Umberto Veronesi, mentre a capo del cda troviamo quel manager Carlo Buora uscito dal vertice Telecom dopo lo scandalo sulle intercettazioni, che nel 2007 aveva travolto l’azienda.
L’organigramma di controllo dell’Istituto Oncologico di Veronesi rappresenta in pratica il salotto buono dell’economia italiana: si va da Mediobanca a RCS, da Mediolanum a Pirelli, da Unicredit a Telecom, da Allianz a Generali, fino alla Milano Assicurazioni rappresentata direttamente da Giulia Ligresti, figlia di Salvatore Ligresti.

Con una guida così l’Istituto non poteva che scalare velocemente i gradini della classifica speciale Great Place To Work Institute: a premiare un modello sanitario che più americanizzato non si può, la società statunitense specializzata in sondaggi sul gradimento ha collocato quest’anno l’IEO nella rosa delle prime 35 imprese italiane, come se fosse una qualsiasi azienda basata solo su soddisfazione del personale e fatturati. Un versante, quest’ultimo, che procede a gonfie vele. La creatura di Veronesi – che nel 2005 dichiarava a bilancio 117 milioni e mezzo di euro come “ricavi da vendite e da prestazioni”, un attivo circolante pari a 63.560.169 euro e partecipazioni per 27.064.602 – nel 2007 ha fatto registrare un valore della produzione pari a 164 milioni di euro ed oggi punta anche sul Sud: nelle regioni meridionali conta di creare una ventina di centri diagnostici cardio-oncologici in cinque anni. Il primo sara’ pronto entro il 2010 e costera’ all’incirca 2 milioni di euro.

 

MARINO E L’OMBRA DI D’ALEMA

L’altro fiero sostenitore, nel Partito Democratico, del modello sanitario a stelle e strisce e del testamento biologico è poi Ignazio Marino, senatore, leader di trapianti a livello internazionale e per lunghi anni attivo alle università di Pittsburgh e di Filadelfia.

«A differenza di Veronesi, che sulla sanità ha costruito un impero privato, Marino segue il modello americano: la gestione privatistica degli ospedali pubblici italiani». E’ l’amaro, ironico (ma non troppo) commento di uno fra i medici palermitani che hanno vissuto da vicino la travagliata storia dell’Ismett, il complesso chirurgico di eccellenza gestita dalla Regione Sicilia in convenzione con l’Università di Pittsburgh proprio in coincidenza col gran ritorno dagli States di Ignazio Marino, che di quella nuova struttura andava ad assumere la guida. Era il giugno del 1999 e per la sanità nel Mezzogiorno sembrava partire davvero una nuova era.

L’8 settembre del 2002, «con una lettera scritta alle 4 del mattino», ricordano i cronisti locali, il professor Marino rassegna le sue irrevocabili dimissioni. Troppo aspre le polemiche che avevano accompagnato la gestione dell’istituto in quei tre anni. Qualche tempo dopo gli esperti fecero il raffronto fra i 56 trapianti di fegato all’Ismett durante l’era Marino e quelli eseguiti nello stesso periodo a Torino in ospedale: ben 443, di cui molti su pazienti provenienti dal Sud. Gli stessi dati del ministero della Sanità vedevano il centro trapianti di fegato diretto da Marino al quart’ultimo posto per volume di attività e solo a metà nella classifica sulla sopravvivenza media post trapianto. Ma la goccia che aveva fatto traboccare il vaso era stata l’inchiesta aperta dalla Procura della Repubblica sul caso Ismett: benché conclusa con un’archiviazione, era infatti confluita in un ponderoso fascicolo sul tavolo della Corte dei Conti.

Dopo il nuovo addio all’Italia, Ignazio Marino torna nei laboratori americani fino al 2006, quando il suo antico legame con la Fondazione Italiani europei di Massimo D’Alema diventa un motivo importante per candidarlo al Parlamento nelle fila del PD. Un rapporto, quello con l’organismo politico del “lider massimo”, talmente solido che ancora oggi il blog del chirurgo-senatore, relatore della legge sul testamento biologico opposta a quella di Raffaele Calabrò e disposto a contrastarla lanciando perfino un referendum popolare, si trova posizionato sul link ignaziomarino.italianieuropei.it.

E anche qui, in casa della Fondazione dalemiana, i fondi per sostenere questa ed altre battaglie politiche decisamente non mancano. Non è un mistero, infatti, che fra i “soci benemeriti”, vale a dire coloro che «indirizzano il proprio contributo al patrimonio costitutivo per una somma una tantum pari o superiore a venticinquemila euro», ci sono la famiglia Agnelli, il finanziere Francesco Micheli, i big del’imprenditoria italiana Vittorio Merloni, Carlo De Benedetti, Gianfranco Dioguardi, Alfio Marchini e Paolo Marzotto. Tra le aziende, Pirelli, Philip Morris, i colossi farmaceutici Glaxo e UpJohn, oltre a Lega delle Cooperative ed Ericcson.

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