CALCIO e POLITICA/ Grane giudiziarie anche col Milan: Lentini e il falso in bilancio

Il calcio, come tutti gli interessi berlusconiani, non è esente da atteggiamenti ambigui e sopra le righe – per usare un eufemismo – che risolvono in maniera sbrigativa e illecita piccoli e grandi intoppi lavorativi. Il caso Lentini creerà il presupposto per la depenalizzazione del reato di falso in bilancio, che servirà a Berlusconi anche in ambiti extra-sportivi. Ancora una volta calcio e politica vanno di pari passo…

Silvio Berlusconi comprende immediatamente il potere del calcio in Italia: uno sport che trascina menti e, per certi versi, le ottunde anche. E allora è necessario vincere per far bene anche in politica o, meglio, per ottenere quella credibilità necessaria per governare. Non è un caso, allora, che Berlusconi salga a Palazzo Chigi proprio nello stesso anno in cui il Milan, come detto, vince la Coppa dei Campioni.

Eppure un anno dopo quella vittoria la magistratura capisce che qualcosa non andava nella contabilità della squadra rosso-nera. Secondo i magistrati, infatti, i bilanci sarebbero stati “fraudolentemente falsificati” negli anni 1993 e 1994. I fatti emersero in relazione all’acquisto dal Torino del giocatore Gianluigi Lentini, per il quale si è parlato di un versamento “in nero” di una decina di miliardi di lire. Per questi motivi Silvio Berlusconi è stato indagato per il reato di falso in bilancio e il 28 maggio 1998 viene rinviato a giudizio presso il Tribunale di Milano. Come si è concluso il  processo?

Come sempre, quando l’imputato è il Cavaliere Silvio Berlusconi: il 4 luglio 2002 il processo si conclude definitivamente con il proscioglimento di Berlusconi per intervenuta prescrizione del reato. Si è accertato che il reato non è stato commesso? Assolutamente no. Non si è accertato affatto. O meglio si è impedito che si potesse accertare. Capiamoci meglio. In quel periodo Berlusconi era tornato al potere (Governo Berlusconi II) e questo gli permise, il 28 settembre 2001, di approvare una legge che gli avrebbe permesso di dormire sonni tranquilli: depenalizzazione del falso in bilancio. Ricordiamo velocemente in cosa consiste. Innanzitutto il falso in bilancio, da reato di “pericolo” (per i soci, ma anche per il mercato, per i creditori, i fornitori e così via) diventa reato di “danno” (per essere reato, deve danneggiare i soci. Domanda: come si possono danneggiare i soci falsificando i bilanci e pagando in nero, se questo è finalizzato proprio a conquistare illegalmente nuove fette di mercato?).

Un’assurdità dunque. Così commentò il giudice Davigo: “non esistono processi per falso in bilancio scaturiti dalla denuncia del socio di maggioranza, che di solito è il mandante e il beneficiario del reato”. In più le pene scendevano vertiginosamente (fino a tre anni, così da impedire intercettazioni e custodia cautelare in carcere) così come i termini di prescrizione: il termine massimo passava da quindici a sette anni e mezzo per le società quotate e addirittura a quattro e mezzo per le non quotate.

Fino poi ad arrivare all’inverosimile con le “soglie quantitative” di contabilità occulta: chi tace del bilancio fino all’1% del patrimonio netto non rischia assolutamente nulla. Risultato? Il Processo Lentini si interrompe quando ancora il dibattimento è in pieno svolgimento ed una sentenza di primo grado dunque era ben lungi dall’essere emanata. Il processo va ipso facto in fumo per la prescrizione abbreviata per legge, perché nessuno dei soci – chiaramente – querela, perché gli importi sono inferiori alle soglie di punibilità.

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