Se la Chiesa spende i suoi soldi per querelare L’Infiltrato

Una lettera di diffida del vescovo di San Marco Argentano-Scalea (Cs) all’Infiltrato. Tramite legale, il monsignore ci chiede di rimuovere quanto scritto su di lui in una nostra inchiesta sull’Abbazia florense di San Giovanni in Fiore (Cs). Noi non leviamo nulla: ciò che abbiamo scritto è documentato. Gli chiediamo, invece, di rispondere a delle domande.

di Emiliano Morrone

Monsignor Leonardo Bonanno, vescovo di San Marco Argentano-Scalea (Cosenza), ci ha mandato una lettera di diffida tramite il suo avvocato, Nunzio Raimondi di Catanzaro.

Il legale ci intima di rimuovere entro cinque giorni tutti i riferimenti al vescovo contenuti nella nostra inchiesta sull’Abbazia florense di San Giovanni in Fiore (Cosenza). A suo avviso, nel pezzo sono presenti «affermazioni del tutto gratuite e palesemente inveritiere», che «offendono l’onore e il decoro personale nonché la reputazione pubblica, privata e ministeriale» «dell’Ordinario Diocesano».

Diciamo subito che noi abbiamo telefonato a Raimondi, rappresentandogli che ogni punto dell’articolo riguardante il suo assistito è documentato (peraltro virgolettato, preso da carte ufficiali: lettere di un monaco, atti d’indagine e dell’Agenzia delle Entrate). Semmai sarebbero altri, dunque, a offendere l’onore e il decoro del vescovo; noi sicuramente no. Pertanto, all’avvocato abbiamo chiarito che non rimuoveremo alcunché. Con gentilezza e disponibilità, lo abbiamo poi invitato a una replica; convinti che il giornalismo sia servizio alla comunità e che, lunga troppo tempo, la questione trattata meriti, come precisato nello scritto incriminato, risposte chiare e rapide anche da parte della Chiesa. Sia perché essa è un’istituzione morale, oltre che religiosa, sia perché il Vangelo, di cui sposiamo il messaggio, è pratica della verità nella carità.

Proprio la carità è al centro della vicenda narrata. Dentro l’Abbazia florense c’era un ospizio che la Chiesa ha gestito per decenni come opera pia, in locali del Comune di San Giovanni in Fiore comodati alla parrocchia. Poi, per debiti d’importo fin qui sconosciuto, la parrocchia ha ceduto l’attività a privati, che ovviamente l’hanno riorganizzata per lucro.

Debiti e cessione risalgono alla gestione di don Franco Spadafora, che patteggiando è stato condannato a un anno per vendite illecite di loculi e terreni della parrocchia, compreso un giro di opere sacre sottratte all’ente religioso. Don Spadafora ha riferito agli inquirenti che i proventi delle vendite sono stati impiegati per gli anziani dell’ospizio. Non c’era altro modo di recuperare (lecitamente) danaro per l’aiuto degli anziani? Dalle carte, risulta che il prete non ha pagato delle bollette parrocchiali per anni; con arretrati fino a diverse migliaia di euro, che noi abbiamo puntualmente elencato. Secondo una stima resa nota dal successore, don Germano Anastasio, alla parrocchia mancano valori per almeno due milioni di euro.

Dove sono andati? Possibile che la casa di riposo sia costata così tanto alla parrocchia e che, in difetto del dato certo, il subentro della nuova gestione sia avvenuto senza considerare la proprietà comunale dei locali? Nell’atto di cessione, poi, c’è la firma di monsignor Bonanno, che all’epoca era vicario del vescovo di Cosenza. A volere, possiamo pubblicarlo in foto digitale, come tutti gli altri documenti.

Rispetto alla nostra ricostruzione, l’avvocato Raimondi ci ha detto che non replicherà su Infiltrato, per conto del vescovo Bonanno.

Allora, poniamo pubblicamente delle domande, nella speranza che monsignor Bonanno voglia dire la sua su queste pagine, che restano a disposizione, aperte.

Primo, è vero o non è vero che padre Santo Canonico, successore di don Spadafora prima di don Anastasio, aveva per iscritto informato il vescovo di Cosenza, monsignor Salvatore Nunnari, delle irregolarità nella vendita di terreni parrocchiali, poi accertate dalla Procura di Cosenza, precisando d’essersi già rivolto «senza alcun riscontro» allo stesso don Spadafora e a monsignor Bonanno?

Secondo, è vero o non è vero che nella scrittura privata con cui la parrocchia ha ceduto la casa di riposo c’è la firma di monsignor Bonanno, «che garantisce, con la sua sottoscrizione, che la Diocesi approva l’atto» fra le parti.

Terzo, è vero o non è vero che per spiegare i buoni rapporti fra don Spadafora e monsignor Bonanno (sotto processo per avergli rivelato d’essere indagato, conferma dall’Arma), gli investigatori riassumono al pm un’intercettazione in cui don Spadafora narra a un amico d’essere stato una sera da monsignor Bonanno, «che gli ha fatto vedere cose belle e importanti e che sta mostrando il meglio di sé in questo periodo»?

Quarto, è vero o non è vero che don Germano Anastasio ha ricevuto un biglietto del vescovo Nunnari, che lo informava di un’udienza alla fine del maggio scorso, ma l’udienza era fissata per l’otto del mese?

Del resto noi non possiamo rispondere, avendo scritto col rispetto delle regole e con scrupolo ciò che abbiamo acquisito dopo paziente e completa ricerca giornalistica.

Attendiamo che monsignor Bonanno ci risponda. Ci quereli pure, se ritiene. Vada avanti. Noi abbiamo la coscienza a posto, sicché non abbiamo paura di nessuno.

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