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I TUMORI IN ITALIA/ Intervista con Roberta De Angelis (ISS):”In alcuni casi la politica prende le distanze.”

Perchè in Italia (e in Molise) non c’è ancora un registro tumori? Perchè in tante realtà del Paese la sopravvivenza alle malattie tumorali è più bassa che altrove? Quali sono le relazioni tra inquinamento e indicatori epidemiologici? Esiste davvero una lobby che preme perchè certi numeri non spaventino la popolazione? E, soprattutto, come si può prevenire questa piaga del nuovo millennio? A queste (e non solo queste) curiosità ha risposto la Dottoressa Roberta De Angelis, dell’Istituto Superiore di Sanità.

di Andrea Succi & Carmine Gazzanni

In Italia (ancora) non esiste un registro tumori nazionale. Gli unici dati su mortalità, incidenza e prevalenza sono quelli forniti dal Reparto di Epidemiologia dei Tumori dell’Istituto Superiore di Sanità, che in uno progetto di ricerca del 2007 – “I Tumori in Italia” – ha provveduto ad analizzare e studiare le stime degli indicatori epidemiologici per i tumori più diffusi. Il progetto, realizzato in collaborazione con la Fondazione IRCCS di Milano e con il network dei registri italiani dei tumori (AIRtum), è diventato un volume monografico – “Current Cancer Profiles of the Italian Regions” –ed è stato inserito dall’Istat nella versione italiana del database “WHO – Health for all”.

La Dottoressa Roberta De Angelis, del Centro Nazionale di Epidemiologia, Sorveglianza e Promozione della Salute (ISS), ha fatto parte del gruppo di ricerca per il progetto “I Tumori in Italia” e ne ha seguito e curato tutte le fasi. Nell’intervista che ci ha gentilmente concesso, la Dottoressa De Angelis ci spiega come mai non c’è un registro tumori a livello nazionale, analizza con noi alcuni dati del progetto, mette in evidenza le ambiguità della politica rispetto ai registri tumori e prova a fornire linee guida su come prevenire quella che sembra essere la malattia del terzo millennio.

E di fronte alle nostre provocazioni su una presunta lobby che vorrebbe nascondere la portata di certi numeri….

 

Ci spiega a grandi linee di cosa vi siete occupati e qual è stato il metodo di lavoro?

Per capire il metodo bisogna ricordare che in Italia non esistono registri tumori a copertura nazionale, che il dato di incidenza tumorale deriva da registri locali, a copertura perlopiù provinciale, avviati a partire dalla fine degli anni 70, con una diffusione a macchia di leopardo, prevalentemente nel nord e centro. Di fatto, a livello nazionale, l’unico dato completo che abbiamo riguarda i trend di mortalità, che però rappresentano un dato parziale e insufficiente per capire l’evoluzione dei fattori di rischio del cancro nella popolazione. È invece utile conoscere l’incidenza, ovvero il numero di nuove diagnosi che si verificano ogni anno. Un altro indicatore interessante è la prevalenza, cioè il numero di malati, persone che in passato hanno avuto una diagnosi di tumore e che vivono ad oggi con questa patologia. Parte di questi pazienti sono a tutti gli effetti guariti, altri sono sotto trattamento. La nostra è una metodologia statistica che si basa sui dati di mortalità che esistono a livello regionale e, attraverso un’altra informazione che deriva dai registri tumori, cioè la sopravvivenza dei pazienti oncologici, ci permette di ricostruire sia l’incidenza che la prevalenza a livello regionale.

E come mai non c’è un registro tumori nazionale?

Succede in realtà in gran parte del sud e del centro dell’Europa. Fare un registro tumori è abbastanza difficoltoso: non c’è un’informatizzazione completa del percorso sanitario e quindi rintracciare nuovi casi implica una serie di operazioni di ricerca, anche manuali. I registri fanno un incrocio tra più sorgenti e fonti di informazioni e questo ha un certo costo, non solo dal punto di vista dei tempi. Una mappatura completa della popolazione manca anche in Francia, in Spagna, in Germania e negli Stati Uniti. Tipicamente, i registri a copertura nazionale esistono nei paesi più piccoli, ad esempio nei paesi scandinavi. C’è da dire però che negli ultimi anni c’è stato uno sforzo, sostenuto anche da parte del Ministero, di allargare la copertura di popolazione registrata soprattutto nelle aree del sud Italia, dove il dato era più basso. Quindi ci sono una serie di nuovi registri, soprattutto nelle regioni del sud, ma alcune regioni rimangono ancora scoperte.

Secondo Lei è plausibile che non venga istituito un registro tumori per non far venir fuori dati che potrebbero spaventare?

In Italia tutto è possibile però a questo si sono aggiunti anche problemi legati alla privacy: i registri sono quasi fuorilegge, nel senso che stanno incontrando parecchi ostacoli dal punto di vista normativo a causa delle restrizioni sulla privacy, perché non hanno una copertura legislativa adeguata. Questa è una delle problematiche che i registri devono affrontare da 4/5 anni e che la politica ancora non è riuscita a risolvere, cioè quella di consentire al registro l’utilizzo di dati nominativi. Riguardo al rapporto tra questi dati e la politica c’è un po’ di ambivalenza. Nella nostra esperienza, a volte, è successo che quando è emersa una bassa sopravvivenza rispetto ai tumori di alcune aree rispetto ad altre, indubbiamente i politici hanno preso le distanze.

E di quali aree stiamo parlando?

In generale, aree del sud.

E in casi come il Molise, dove il registro tumori non c’è, come vi siete mossi?

Cerchiamo di ricostruire indicatori con una metodologia uniforme per tutto il territorio nazionale. Utilizziamo i dati dei registri esistenti e i dati di mortalità per tumore introdotti dall’ISTAT per ricavare queste statistiche.

Dal 1970, che è il primo anno di riferimento, fino ad oggi c’è stato un + 100% di tumori in tutta Italia.

Questo fenomeno è legato a due fattori fondamentali:  uno è l’invecchiamento della popolazione, che ha comportato un incremento nel numero di malati; l’altro è la crescita di alcuni fattori di rischio, come il fumo di sigaretta, che negli uomini è la patologia tumorale dominante. Nelle donne, il fatto che sia aumentata l’età della prima gravidanza ha un ruolo nell’incremento dei tumori alla mammella. Altri fattori di rischio sono legati allo stile di vita: si va perdendo la dieta mediterranea, con una diminuzione del consumo di frutta e verdura, e si tende al consumo di alimenti industriali.

Però Lei tra i fattori di rischio non ha citato l’inquinamento ambientale. Le faccio una provocazione: è peggio fumare una sigaretta o vivere accanto ad un inceneritore?

Questa è una domanda un po’ grossolana, comunque sicuramente è peggio fumare un pacchetto di sigarette al giorno.

A parte il cambiamento della dieta mediterranea, ci può essere stato un deterioramento nella qualità di questi alimenti a causa dell’inquinamento ambientale? Quando i campi vengono giocoforza irrigati con acqua inquinata, e quindi frutta e verdura risultano inquinati, si crea un fattore di rischio?

Sicuramente non è positivo irrigare i campi con acqua inquinata e questo può essere certamente un fattore di rischio. Però queste relazioni vanno studiate nello specifico, esaminando gli specifici inquinanti e le esposizioni delle specifiche popolazioni esposte a questi rischi. In Italia si sta avviando adesso uno studio che vuole fare il punto sulla correlazione tra i dati epidemiologici esistenti nelle popolazioni residenti nei siti inquinati. Tenga presente che la mappatura dei siti a più alto tasso d’inquinamento è stabilita con appositi decreti, ma non bisogna cadere nel generico e nell’allarmistico.

Sa qual è il sospetto che viene fuori parlando con i vari comitati sparsi sul territorio?

Prego.

Che ci sia una lobby che voglia tenere nascosti certi dati. Ci sono rapporti tra multinazionali energetiche, ad esempio Veolia,  e fondazioni che si occupano di prevenzione oncologica, ad esempio la Fondazione Veronesi, che risultano quantomeno ambigui.

Guardi, francamente non saprei.

Dai dati evidenziati, dal 70 ad oggi c’è stato un aumento esponenziale della prevalenza,  mentre invece per mortalità e incidenza il livello attuale è più o meno paragonabile a quello del 1970.

La prevalenza è un indicatore cumulativo, nel senso che esprime il numero di pazienti che si sono ammalati negli anni precedenti e che non sono deceduti e quindi il fatto che aumenti è connaturale all’indicatore stesso. Negli ultimi anni si sta cercando di qualificare ulteriormente la prevalenza in più componenti: quella dei pazienti che sono a tutti gli effetti guariti, quelli che ancora hanno bisogno di monitoraggio e quelli che sono ancora in trattamento. L’incidenza è invece correlata ai fattori di rischio, ambientali o di vita, mentre la mortalità ha più a che fare con le cure. Una riduzione della mortalità è legata da un lato alla riduzione dell’incidenza dall’altro al miglioramento della sopravvivenza dei pazienti. Sono dimensioni diverse dello stesso problema.

Un altro dato che mi ha incuriosito riguarda la fascia giovanissima dai 0 ai 14: la mortalità dal 1970 ad oggi è diminuita.

Non c’è un sostanziale cambiamento dei fattori di rischio, che in queste fasce d’età riguarda principalmente questioni genetiche . Per contro ci sono stati grandi avanzamenti dal punto di vista clinico e quindi la prognosi è molto migliorata; infatti la sopravvivenza dei bambini e degli adolescenti è 10/20 punti superiore rispetto a quella degli adulti. In questi casi i miglioramenti di sopravvivenza si riflettono nei miglioramenti di mortalità.

Invece nella fascia d’età 40 -54, dal 1970 ad oggi la mortalità è aumentata. Se l’aumento dei fattori di rischio sarebbe stato compensato da un miglioramento dei fattori curativi, come spiega questo dato?

Nel caso delle donne può essere correlato con l’incremento del tumore alla mammella, che è la sede dominante nell’ambito delle sedi tumorali del sesso femminile. C’è stato un incremento dell’incidenza legato al cambiamento della abitudini riproduttive.

Come si previene la malattia del terzo millennio.

Fare attività fisica, capire come smettere di fumare, evitare l’obesità, consumare frutta e verdura in almeno cinque porzioni ogni giorno, limitare il consumo di grassi soprattutto di origine animale, limitare il consumo di carne soprattutto rossa, fare un uso limitato di alcool. E sottoporsi ad esami di screening, che ormai sono disponibili su quasi tutto il territorio. Parliamo di elementi di cui è dimostrata l’efficacia.

Non me ne ha citato nemmeno uno che riguarda questioni ambientali. Lei nel suo intimo è convinta o no che inceneritori, turbogas, ecomafia, smaltimento di rifiuti tossici e radioattivi provochi seri danni alla salute? Dal mondo scientifico sembra arrivare sempre un po’ di ambiguità a riguardo.

Io non posso farle l’elogio delle ecomafie. È abbastanza ovvio che tutte queste realtà dovrebbero essere combattute. Però se lei mi chiede che cosa concretamente ogni persona può fare, le rispondo che può assumere stili di vita sani. Su questo ognuno ha sicuramente il suo margine di intervento e di azione.

Se ti mettono l’inceneritore dietro casa non è che puoi prendere e andare da un’altra parte.

Storicamente no. Le persone non è detto che possano fare questo. Se parliamo di interventi di prevenzione a livello individuale, su cui ogni individuo può agire, il messaggio sicuramente è questo.

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