LAZIOGATE/ I rapporti tra camorra e politica e quella mafia che “non esiste”

I tentacoli della malavita all’interno della Regione Lazio sembrano non voler mollare la presa. Nel 2005 la Giunta Marrazzo aveva assegnato l’appalto del servizio di vigilanza a una società che non aveva il certificato antimafia. Ci avevano pensato i successori capitanati da Renata Polverini a ratificare questo provvedimento. Ma ad oggi come stanno le cose? Abbiamo deciso di scoprirlo chiedendone conto all’Associazione Caponnetto. La risposta da parte di Elvio Di Cesare, il suo presidente, non è stata affatto rassicurante.

di Viviana Pizzi

Ci risulta – ha sostenuto De Cesare – che nessuno ha provveduto a sanare la situazione. La società non si è dotata di nessun certificato antimafia e la Regione Lazio non ha nemmeno provveduto ad assegnare il servizio a qualcun altro. Siamo nella stessa situazione di stallo di qualche anno fa, nulla è cambiato”.

“FORMIA CONNECTION”: TRA POLITICA E CAMORRA

Parole che lasciano l’amaro in bocca ma che scoperchiano quella che è una vera e propria realtà per il Lazio: la politica sembra coinvolta a tutti gli effetti negli scandali della criminalità organizzata proveniente dalla Camorra napoletana e dei Casalesi. Ma nessuno sembra accorgersene o se lo capiscono si girano dall’altra parte.

E le prove? Sarebbero contenute anche in altre grandi inchieste che hanno coinvolto il territorio della regione Lazio. La prima, partita nel 2006 (“Formia Connection”) ha portato a processo sette persone e si è conclusa con pesanti condanne, ma non di natura camorristico – mafiosa.

Cinque anni dopo le risultanze giudiziarie lasciano perplessi: sette anni e cinque mesi di condanna per Angelo Bardellino; sette anni e due mesi per Giovanni Luglio; sei anni e undici mesi per Franco D’Onorio e Tommaso Desiato, assolti tutti gli altri imputati: Flora Gagliardi, Maurizio Petronzio, Luigi Palmaccio.

L’inchiesta, durata diversi mesi, era stata condotta dagli agenti del commissariato di Formia e si era conclusa con l’arresto, all’alba del 22 novembre del 2004, di quattro persone: Angelo Bardellino, Maurizio Petronzio, Giovanni Luglio, Tommaso Desiato. Secondo l’accusa, sostenuta dal titolare dell’indagine Raffaella De Pasquale, il gruppo avrebbe tenuto sotto scacco una cooperativa sociale che eseguiva dei lavori di manutenzione per conto del Comune.

Detto così il nome di Angelo Bardellino può sembrare uno come un altro ma in realtà l’uomo è un noto esponente della camorra del Lazio legata alla famiglia Schiavone del casertano. Ed è finito nuovamente in manette nel 2011 nell’ambito dell’operazione “Golfo” dove la sua famiglia è stata decapitata. In cella anche, in questa inchiesta, Raffaele e Pasquale Carbone, Ivan Tamburrino e Giuseppe Tonsiello, legati alla stessa famiglia camorristica.

I CASALESI E IL CONSIGLIO REGIONALE DEL LAZIO

Cosa c’entrano questi personaggi con la politica locale? Nel corso delle indagini del 2006, condotte dalla procura di Latina, era infatti emersa una intercettazione telefonica che vedeva Angelo Bardellino conversare con un noto consigliere provinciale di Latina in rapporti anche con il Consiglio Regionale.

Ma i contatti con gli esponenti della politica locale sono tantissimi e avvenivano attraverso la vittima dei casalesi, Vincenzo Zottola, proprietario del centro Aeneas. Secondo anche quanto riportato dal Fatto Quotidiano, gli interessi dei Bardellino sarebbero stati tutelati attraverso la Camera di Commercio di Latina, di cui lo stesso Zottola era presidente: probabilmente non c’era un capriccio del clan camorristico che non venisse esaudito.

I suoi contatti con la politica erano diretti perché, come rappresentante delle Camera di Commercio, si è seduto più volte allo stesso tavolo con gli assessori regionali all’Ambiente Marco Mattei e al Turismo Stefano Zappalà. Ma niente di tutto ciò è stato mai oggetto di indagini dirette.

E anche l’episodio dell’intercettazione è stato accantonato dagli inquirenti che hanno condannato Bardellino soltanto per il reato di estorsione, di natura prettamente comune e non collegabile in alcun modo con l’articolo 416 bis che qualifica gli illeciti di tipo mafioso.

LA MAFIA NON ESISTE.

Di esempi ce ne potrebbero essere ancora. Il problema è che in sede giudiziaria tutto si blocca perché le procure di Cassino, Frosinone e Latina ad oggi non hanno mai aperto un’inchiesta antimafia, né i magistrati che le dirigono hanno mai chiesto deleghe in tal senso e nemmeno la Dda di Roma ha mai provveduto ad assegnare compiti di indagine sulla camorra nel Lazio.

La cosa più inquietante la sottolinea ancora una volta Elvio De Cesare: ad oggi dalla Dda di Roma non è arrivata alcuna condanna per associazioni criminali di tipo mafioso, qualsiasi procedimento che vede coinvolti personaggi appartenenti alle famiglie camorristiche dei casalesi o di Napoli viene ridotto a delinquenza comune.

Gli unici riconoscimenti di presenza mafiosa nella provincia di Latina vengono individuati soltanto dalla Dda di Napoli e dalle procure locali di Torre Annunziata, Nola e Santa Maria Capua Vetere che hanno la delega per occuparsi di camorra al contrario di quelle laziali e indagano su reati che coinvolgono indirettamente sia i territori della  Campania che del Lazio. Per il resto il nulla assoluto.

LO STATO NON ESISTE.

Elvio Di Cesare ci offre la sua spiegazione sul perché il territorio della provincia di Latina e la sua  regione in generale vivono in questa situazione così precaria. Non dà la colpa soltanto ai cittadini che hanno paura di denunciare e non si rendono conto che la malavita organizzata nel Lazio non è solo un rischio ma la realtà. Non mette in risalto solo l’indifferenza delle istituzioni che spesso si rifiutano anche solo di parlare di questa tragedia. L’associazione va dritta al cuore del problema: “Lo Stato che non funziona e le procure lasciate a se stesse”.

Se non c’è una procura che coordina – ha sottolineato De Cesare – anche le forze dell’ordine hanno difficoltà a portare avanti le proprie inchieste. La speranza è che con il nuovo procuratore di Roma Pignatone le cose cambino. È inutile ricevere le informative di reato di tipo mafioso se poi vengono derubricate come delinquenza comune. In un territorio ad alta densità camorristica come quello di Cassino il procuratore capo Mario Mercone continua a sminuire il fenomeno parlando soltanto di rischio di infiltrazioni camorristiche. Nelle altre procure non va meglio. Abbiamo formalmente chiesto ai ministri dell’interno Anna Maria Cancellieri e della Giustizia Paola Severino di intervenire per far lavorare queste procure di frontiera. Qui nessuno vuole intervenire sui problemi reali ed è un territorio dove si fa molta retorica su cose avvenute venti anni fa come le stragi dei giudici Falcone e Borsellino. È invece il momento di andare avanti e rendersi conto che il nostro territorio è inquinato dalle mafie e lo è da tempo”.

Le parole di Di Cesare sono chiare: non basta più soltanto sensibilizzare la popolazione alla denuncia, nel Lazio come negli altri territori colpiti dalla malavita. I cittadini devono essere vigili e collaborare con le forze dell’ordine qualora sia necessario. Come? Stando attenti a quello che avviene sul proprio territorio e presentando esposti alle procure anche attraverso l’associazione Caponnetto. Ma in provincia di Latina e di Frosinone, dove sono gli stessi magistrati a minimizzare, non sarà davvero una cosa facile.

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