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Emanuela Orlandi: uno spartito e tre nomi per un’unica regia?

Una giovanissima Emanuela Orlandi

Spunta un’altra singolare coincidenza nel mistero di Emanuela Orlandi. Se accertata, potrebbe assegnare un unico volto a chi ne ha gestito la scomparsa nei mesi seguenti quell’ormai famigerato 22 giugno 1983.

Il documento sottostante reca l’incipit di uno dei tanti esercizi di flauto traverso eseguiti dalla quindicenne cittadina vaticana alla scuola di musica “Tomaso Ludovico Da Victoria”.

Di per sé, non costituisce una novità perché fu pubblicato da alcuni quotidiani (fra questi, “Paese Sera”) all’indomani del suo ritrovamento mentre in tempi recenti è stato ripreso da Fabrizio Peronaci e Pietro Orlandi in Mia sorella Emanuela.

LE 3 AMICHE DI EMANUELA ORLANDI

Piuttosto sono quei tre nomi – Laura Casagrande, Gabriella Giordani e Carla De Blasioscritti a mano, e proprio su quel foglio, a costituire un elemento inedito poiché lasciano ipotizzare come il loro coinvolgimento involontario nel caso Orlandi possa essere stato il frutto di un’unica mente intenzionata a depistare l’azione degli inquirenti.

Perché quelle ragazze di ieri, oltre a essere amiche d’infanzia (Carla e Gabriella) e compagne di canto corale alla “Da Victoria” (Laura), rappresentano l’unico contatto, esclusa la famiglia, avuto in ventotto anni con l’universo umano di Emanuela da parte di coloro che sono comparsi sulla scena del ‘giallo’.

Spartito Emanuela Orlandi
Lo spartito di Emanuela Orlandi

UN’UNICA REGIA DIETRO QUELLE TELEFONATE

Caldo torrido in Capitale, venerdì 8 luglio 1983. Anche a via degli Scaligeri, zona Monteverde, poco dietro Villa Doria Pamphilj, dove intorno alle 14 squilla il telefono della famiglia Casagrande.

Laura ha quindici anni. Alza la cornetta. Dall’altra parte un’anonima voce maschile dal forte accento mediorientale rivendica il rapimento di Emanuela annunciandone il rilascio soltanto se sarà liberato Alì Agça.

Il messaggio sarà dettato alla madre di Laura e trascritto dalla figlia, comprensibilmente spaventata.

Cinque giorni più tardi. È quasi l’ora della cena a casa De Blasio, quando la madre di Carla (Maria Sgro) solleva l’apparecchio e sente la parlata di un uomo in perfetto italiano:

«Lei è la madre di Carla?».

«Sì…». “Prenda un foglietto, che devo farle una comunicazione…».

«Ma lei chi è?».

«Non posso dirle chi sono. Emanuela – che sta bene – ci ha dato il suo numero di telefono. Ora le detto il messaggio. Poi lei vada in piazza san Pietro, che è vicino alla sua abitazione, e raccolga il nastro sotto la colonna che guarda la finestra dell’Angelus»

Convinti che soltanto Emanuela avesse potuto fornire quel tipo di informazioni, gli investigatori ritennero quelle telefonate come le prove che la ragazza fosse in vita.

Trascorrono nove mesi. Giovedì 26 aprile 1984. All’indomani della qualificazione della Roma alla sua unica finale di coppa Campioni della storia e dopo la frase di Wojtyla del 24 dicembre 1983 – “È un caso di terrorismo internazionale” – su Emanuela Orlandi è sceso il silenzio.

Lo squarcia un anonimo anglosassone, che chiama casa Giordani.

«C’è Gabriella?».

«No è fuori. Chi parla?».

«Non ha importanza… Signora, dica a sua figlia che Emanuela sta bene e la saluta».

CONFONDERE LE ACQUE PER OCCULTARE LA VERITÀ 

Laura, Carla e Gabriella. Tre telefonate separate nella forma e nel contenuto – accento mediorientale e scambio con Agça; voce italiana, nastro da recuperare e condizioni di salute di Emanuela; inflessione anglofila e condizioni della ragazza – ma dal denominatore comune (Emanuela Orlandi) e destinate a viaggiare in parallelo dentro questo intrigo se non fosse stato per la presenza dei loro nomi proprio su quello spartito, rinvenuto a Roma, domenica 4 settembre 1983, in una busta chiusa lasciata in un cestino di rifiuti vicino Porta Angelica e contenente anche un’audiocassetta e quattro sassolini.

E non si tratta di uno spartito qualsiasi. Appena lo vide, Ercole Orlandi vi riconobbe la grafia della figlia. 

Specificò che Emanuela lo aveva con sé il giorno della scomparsa, nella sua sacca di cuoio, assieme al flauto traverso, l’astuccio con gli occhiali da vista e la fotocopia della tessera d’iscrizione alla scuola di musica (fatta ritrovare sull’altare della cappella dell’aeroporto “Leonardo Da Vinci” il 10 luglio 1983).

Davanti questi elementi e considerando che, almeno agli atti, nessuna altra amica di Emanuela fu mai più contattata dai presunti gestori del sequestro, quasi inevitabile – salvo l’esistenza di geni della chiromanzia tuttora sconosciuti e incompresi – l’impennata delle quotazioni su un’unica regia dietro quei messaggi; fatti circolare da chi aveva, e continua ad avere ancora oggi, interesse a confondere le acque e occultare la verità. 

MISTERI DELLA SANTA ROMANA CHIESA

Il pensiero corre a chi governa sotto il Cupolone, barricato nel suo rancido silenzio dal quale esce giusto per inviare gendarmi dotati di teleobiettivo a fotografare chi manifesta contro questa omertà, e ai servizi segreti deviati (nel 1983 il mondo era alle prese con la Guerra Fredda mentre l’Italia con “…aeroplani esplosi in volo e le bombe sopra i treni…”).

Risultato? Un mistero ancora più fitto: c’era un legame tra chi adoperò i nomi di quello spartito e chi glielo aveva procurato?

Oppure si tratta della stessa entità? Che prima “preleva” la ragazza in pieno centro a Roma e poi divulga messaggi fuorvianti a una serie di contatti privati i quali – caso vuole – corrispondono in pieno a quelli presenti su uno degli oggetti posseduti da Emanuela nel giorno della scomparsa.

Risposte chiarificatrici si attendono dall’operato dei magistrati.

Ma, mentre la società civile scende in piazza per chiedere giustizia a piazza sant’Apollinare, nella manifestazione organizzata da Pietro Orlandi, dai corridoi di piazzale Clodio si ode un prolungato silenzio tanto simile a un requiem di mozartiana memoria…

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