5 cose indimenticabili che solo chi ha giocato a pallone in strada può capire

Finire di guardare Holly & Benji e scendere in strada a giocare con gli amici. Super Santos, Tango o pallone “serio”, cambiava poco. Quello che contava davvero era segnare o giocare “da dio” davanti al pubblico non pagante e rumoroso. E se tra quel pubblico c’era la compagna di classe che mi piaceva…

Gli anni ’80. L’asfalto infuocato dal caldo. Il grande Milan e il Napoli di Maradona. Andare in bicicletta al campo, in quel pezzo di strada dove non ci sono macchine, sistemare quattro pietre, fare due porte e si comincia a giocare.

Partite interminabili che finivano solo quando non c’era più luce naturale o quando qualcuno si faceva male. Le ginocchia sbucciate erano all’ordine del giorno, le sgrida della mamma per la scarpe appena rotte anche.

E poi c’erano loro, gli amici inseparabili, con cui si litigava di brutto perché la palla era andata troppo alta e senza la traversa non è che potevi saperlo con esattezza. C’era il bomber, che la metteva dentro da ogni posizione; c’era lo Spezzacaviglie stile Pasquale Bruno o Pietro Vierchowod; c’era Puntone, che calciava solo di punta; c’era il Ciccione di turno, che sistematicamente finiva in porta; c’era quello che non correva e quello che correva per tutti. E c’era quello che si credeva Savicevic e in realtà era un pippone clamoroso.

C’eravamo noi, con le nostre storie e le nostre gioie quotidiane, che rotolavano sistematicamente dietro a un pallone. E ci sono 5 cose indimenticabili che solo chi ha giocato a pallone in strada può capire.

1) La vecchia che minacciava di tagliare il pallone

giocare a pallone in strada

Figura inquietante tra una strega e la protagonista di un film horror. Zitella, ultrà della fede cattolica, capelli bianchi e pelle raggrinzita dagli anni. Sguardo gelido e tono di voce che poteva raggiungere decibel da rockstar metal. L’incubo peggiore di ogni partita era lei, la vecchia che minacciava di tagliare il pallone. E quando la palla finiva sul suo balcone potevi raccogliere i tuoi stracci e tornartene a casa: la partita era da considerarsi chiusa.

2) Il coraggioso che avrebbe recuperato il pallone anche se fosse finito sulla luna

giocare a pallone in strada

Chiunque abbia giocato a pallone per strada sa che, spesso e volentieri, la palla finiva in anfratti bui e oscuri, dove entrare richiedeva una dose di coraggio alla Paolo Montero. In quel momento si materializzava lui, l’eroe per un istante, di solito uno dei più scarsi che, per recuperare autostima e credibilità, si lanciava nell’impresa titanica di riportare la gioia, il pallone, in campo. Ci riusciva ma la sua aurea eroica svaniva nel momento stesso in cui la partita ricominciava.

3) Il pubblico non pagante e rumoroso

giocare a pallone in strada

Composto da nerd, appassionati di basket, piscialletto vari e donne di eterogenea bellezza. Il pubblico non pagante e rumoroso dava la carica, incitava, insultava e aveva sempre ragione. Come il cliente al bar. Senza pubblico non c’era sfizio. Se poi, tra quelle persone, si nascondeva anche l’amica di scuola di cui eri innamorato allora la partita si trasformava incredibilmente in qualcosa di epico, uno scontro tra te e il mondo in cui trionfare era l’unico modo per guardare quell’amica negli occhi e sperare di ricevere un bacio, uno sguardo d’intesa. Non un abbraccio a fine partita, perché la maglietta madida di sudore era un repellente per qualsiasi anima femminile.

4) La stronza che voleva giocare a pallavolo

giocare a pallone in strada

Nelle comitive c’era sempre una stronza che proponeva di giocare a pallavolo anziché a calcio, perché ogni tanto dovete far contente anche noi, diceva mettendo pressione ai maschietti rammolliti. Se mi stai leggendo sappi che ho sempre pensato di te il male assoluto e ti ho odiato dal profondo del cuore. Quella stronza, in realtà, era quasi sempre una lontana parente della vecchia strega taglia-palloni. Chi cedeva alle sue lusinghe, e ce n’erano, come i proci attirati da Medusa, non avrebbe mai più messo piede in campo.

5) Il pallone è mio e decido io chi gioca

giocare a pallone in strada

E poi c’era lui, quello del “pallone è mio e decido io chi gioca”, quello che non lo menavi solo perché altrimenti andava a chiamare la mamma, di solito bona, e che ti incuteva un certo timore reverenziale proprio perché bona. Lo lasciavi giocare qualche minuto, poi si faceva male per uno scontro di gioco “fortuito” e a quel punto iniziava la partita vera. Di solito non solo era il più scarso ma anche il più borioso e antipatico, il riccastro della compagnia. E te lo faceva pesare. Ma aveva un pallone sceso direttamente dai campi di serie A. E giocare con quello era tutta un’altra storia.

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