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Antonio Conte, storia di un fenomeno: dal Salento alla testa della Premier League

Appena eletto manager del mese, Antonio Conte e il suo Chelsea hanno conquistato l’Inghilterra. Ecco chi è, chi non è e chi si crede di essere il fenomeno della panchina. Partito dal Salento e arrivato in vetta alla Premier League.

Antonio Conte con il premio manager del mese, appena vinto in Premier League
Antonio Conte con il premio manager del mese, appena vinto in Premier League

E pensare che un mese e mezzo fa c’era persino chi metteva in discussione Antonio Conte.

I bookmakers, gli stessi che l’anno scorso davano Claudio Ranieri come primo esonerato, quotavano per (quasi) certo il suo esonero.

Oggi il suo Chelsea guida la Premier League, il campionato più difficile del mondo. Quello dove ci sono i migliori allenatori del mondo, oltre a qualche ottimo mestierante più o meno di successo. 

L’elenco è impressionante: Guardiola, Klopp, Mourinho, Wenger, Pochettino, Ranieri, Mazzarri e Koeman, solo per citarne alcuni. Oltre ad Antonio Conte, for sure.

Sembra Football Manager.

E un italiano, juventino fino al midollo e con il dna da vincente, la fa da padrone.

Antonio Conte sulla panchina del Chelsea, primo in Premier League
Conte sulla panchina del Chelsea, primo in Premier League

IL RETROSCENA DI ABRAMOVICH

Recentemente Conte ha rilasciato una spettacolare video intervista a Paolo Condò per Sky Sport, dove si è raccontato come uomo, giocatore e allenatore.

Dagli esordi da calciatore con la maglia della Juventina Lecce fino al Chelsea, passando per i due capitoli più emozionanti della sua carriera: la Juventus e la Nazionale.

Il giornalista, prima firma della Gazzetta, ha svelato i retroscena dell’incontro:

“L’intervista è stata registrata qualche giorno dopo le sconfitte con Liverpool e Arsenal che avevano fatto sorgere alcuni dubbi sul suo futuro al Chelsea. Mentre lo aspettavo a Cobham, il centro sportivo del club, dal portone della sede è uscito Roman Abramovich, reduce da un colloquio col suo manager italiano. Era sorridente, visibilmente rilassato. Nelle settimane successive si è capito perché, soprattutto contro lo United di Mourinho.”

IL MARCHIO DI FABBRICA NON È IL MODULO MA L’ATTEGGIAMENTO

Antonio Conte ha un marchio di fabbrica ben preciso: un gioco rabbioso, bello e spumeggiante.

Il mister salentino lo ha espresso con Bari e Siena, perfezionato nella sua Juventus, mostrato al mondo ad Euro 2016 con l’Italia e impresso al suo Chelsea.

In tutti i posti dove ha allenato il surplus ce l’ha sempre messo lui, il Komandante, Antonio Conte da Lecce, che dopo aver vinto scudetti e coppe da capitano ha migliorato il palmares di successi anche da allenatore.

Un trionfo per lui, un incubo per gli altri.

Peccato che i rigori andati male contro la Germania, altrimenti parleremmo di un probabile trionfo anche alla guida della Nazionale.

Il banco di prova per un definitivo salto di qualità tra gli allenatori top di livello mondiale – quali sono Ancelotti e Guardiola – Conte dovrà superarlo alla guida del Chelsea.

Guardiola e Ancelotti durante un Real Bayern
Guardiola e Ancelotti durante un Real Bayern

Prima in Premier League, dove oggi guarda tutti dall’alto verso il basso; poi in Champions League, l’anno prossimo.

Avrà a disposizione un buon budget e non sarà più costretto a sedersi ai tavoli da 100 euro con 10 euro.

Non avrà più scuse per trionfare anche nell’Europa che conta.

Chi scrive non ha dubbi che questo accadrà. Conte sarà uno dei pochi allenatori ad aver vinto la Champions sia da giocatore che da allenatore. È nel suo destino.

Resta solo da capire se ce la farà già con il Chelsea o dovrà aspettare un’altra panchina importante.

Prendete Ancelotti: prima di vincere la Champions con una squadra estera, il Real Madrid, ha dovuto superare le esperienze con Chelsea e Psg.

E qui facciamo anche un pronostico: nel futuro di Antonio Conte ci sarà anche la panchina delle merengues.

LA VITTORIA DI ANTONIO CONTE

Conte con la moglie Elisabetta e la figlia Vittoria

“Questa vittoria mi ripaga di mille sacrifici, delle tante litigate a casa e in famiglia”.

Questo diceva Conte subito dopo la vittoria del 28° scudetto (o 30?). Eh, già. Perché per lui, cresciuto a pane e Salento, la famiglia conta eccome, lui che ha la foto della figlia Vittoria sul telefonino, lui che aveva promesso alla moglie Elisabetta – sacrificatasi durante la carriera da calciatore – che avrebbe mollato tutto se non fosse arrivato ai vertici nei primi cinque anni da allenatore.

Purtroppo per la moglie, e per tanti altri, Antonio da Lecce, il bell’Antonio da quando si è rifatto la chioma, ne ha impiegati molti meno per arrivare in vetta. Ricordando a tutti di essere il primo a trionfare con la Signora del post Calciopoli.

Con un record pazzesco: finire il Campionato a 20 squadre senza mai l’onta della sconfitta.

Meglio di Capello, meglio di Lippi, meglio del Trap. 

CUORE DI CAPITANO

Conte quando era Capitano della Juve

Nel libro biografia Antonio Conte, L’ultimo Gladiatore (Ed. Bradipolibri, di Alvise Cagnazzo e Stefano Discreti) il mister bianconero viene descritto così:

“Un guerriero ferito ma sempre rinato. L’emblema di oltre dieci anni di Juve. Il capitano nel cuore di tutti i tifosi. Il giocatore disposto a mettere da parte le proprie esigenze per il bene della squadra. La sua peculiarità è sempre stata il cuore, la capacità di dare tutto. In allenamento o in partita per lui non c’era differenza, l’importante era farlo per la Juventus. Protagonista in una delle Juve più vincenti degli ultimi venti anni, Antonio Conte è la storia della Juventus, per il carisma e la voglia di essere il più importante.”

E l’Italia pallonara intera ha ancora negli occhi quel discorso alla Al Pacino di Ogni maledetta domenica, dove chiede ai suoi di:

“Far sputare sangue agli avversari”.

UN CONTE IN BIANCO E NERO

Difendere la squadra ad ogni costo, ammaliare la platea di giornalisti con battute ad effetto, sedurre i tifosi. Questi i dogma di Conte. Che qualche mese fa ha omaggiato il Trap:

“Grazie a lui ho iniziato a scrivere la mia storia con la Juve”.

Iniziata più di venti anni fa, era il 17 novembre 1991, con un derby vinto 1-0:

“Presi il posto di Schillaci ed avevo la maglia numero 14. Non mi ricordo cosa mi disse Trapattoni. Ma sicuramente se ci fosse stato un altro tecnico difficilmente sarei rimasto alla Juve. Solo un secondo papà come il Trap mi ha permesso di scrivere la mia storia juventina”.

Mentre l’esordio in Serie A risale a qualche anno prima, quando un Conte diciassettenne debutta in un Lecce-Pisa 1-1 del 6 aprile 1986:

“I primi calci al pallone li ho dati in una piccola squadra nel leccese che già nel nome aveva segnato il mio destino. Si chiamava infatti la Juventina.”

Antonio Conte ai tempi dell'esordio in Serie A
Antonio ai tempi dell’esordio in Serie A

Di fede bianconera era anche il suo primo allenatore, Eugenio Fascetti, che negli anni ottanta guidava il Lecce alla salvezza:

“Fin da quando allenavo a Lecce sapevo che Conte avrebbe sfondato, non solo a livello calcistico ma che sarebbe diventato, se avesse voluto, un grande allenatore. Si è saputo gestire da atleta, ha creato una bellissima famiglia e con i fatti, non a parole, si è fatto largo nel mondo del calcio. Sono felice per la carriera che sta facendo, si è meritato tutto il bene possibile.”

Poi fu il turno di Carletto Mazzone che lanciò Conte nel calcio vero. E i grandi club iniziarono ad interessarsi a quel centrocampista giovane e promettente.

CADUTA E ASCESA DI UN FENOMENO

Ma la beffa era dietro l’angolo:

“Mi fratturai la tibia della gamba destra, giocavo nel Lecce. Fu un lungo e doloroso recupero”.

Antonio, però, rientra completamente e nella stagione ’88/’89 disputa un ottimo campionato.

Poi arriva il grande giorno e nell’estate del 1991 finisce alla Juve:

“Ricordo bene il giorno che arrivai a Torino; per l’emozione non spiaccicai una parola. C’erano campioni come Roberto Baggio, mi venne istintivo dare del lei a tutti. Anzi, del voi, perché sono leccese e dalle mie parti si usa così. Pensai: “Qui non duro a lungo, sono di passaggio, non posso permettermi un salto così lungo, dalla B in Puglia alla squadra più forte d’Italia”.

SUL TETTO DEL MONDO

I genitori di Antonio, Cosimino Conte e la mamma Ada

E invece l’ascesa è graduale ma inarrestabile: prima titolare, poi capitano, poi Campione d’Europa e del Mondo sempre con la maglia a strisce sul petto.

“Senza di te non andremo lontano, Antonio Conte è il nostro capitano”.

Questo scrivevano e cantavano i supportes bianconeri che (ancora) adorano quel metodista con due polmoni grossi così.

Il Trap, Lippi, Ancelotti, tutti campioni della panchina quelli incontrati da Antonio Conte nella sua storia con la Signora.

Nel 2013, dopo aver ricevuto il Premio Viareggio Sport, racconta che:

“Ho la fortuna di aver avuto Fascetti, che mi fece esordire a 16 anni, e poi Marcello Lippi. Loro sono stati miei maestri, di vita e di calcio.”

Anche per questo il padre Cosimino, presidente della Juventina di Lecce, preconizzava del figlio:

“Diventerà un grande allenatore.”

Nel 2014, subito dopo la nomina del figlio a commissario tecnico della Nazionale, Cosimino si confessava con la Gazzetta:

“Tre volte alla settimana, vado a correre al campo Coni. Ho giocato a calcio, da ala sinistra, a livello dilettantistico. Sono stato presidente e allenatore della Juventina. Antonio ha cominciato nel mio club e a 12 anni è passato al Lecce: lui e Sandro Morello, in cambio di una ventina di palloni. Quante volte, in campo, sgridavo mio figlio ingiustamente! Era un modo per far capire agli altri ragazzi che ero inflessibile pure con Antonio.”

E i risultati si vedono ancora oggi.

Senza alcun dubbio il figlio può già sedersi tra i grandi della storia italiana, per numeri e valore dell’impresa di aver conquistato 3 scudetti di fila con la Juventus. 

I successi che otterrà con il Chelsea proietteranno Conte tra i grandi della storia del calcio europeo.

Auguri, Mister!

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