Cosa rischia Unicredit con 84 miliardi di crediti deteriorati? Ecco lo scenario

Unicredit rischia con 84 miliardi di crediti deteriorati
Unicredit rischia con 84 miliardi di crediti deteriorati

Unicredit ha 84 miliardi di crediti deteriorati, “la mole più grande di tutta l’industria bancaria europea” come denuncia Alberto Brambilla per il Foglio. Cosa rischia l’istituto? E i suoi correntisti?

Unicredit, mentre il presidente del Consiglio Matteo Renzi continuava a sfidare l’establishment europeo su vari dossier, anche economici, le fragilità strutturali dell’industria bancaria italiana hanno funzionato da pretesto per una giornata di vendite a Piazza Affari, colpita dai ribassi già nelle ultime due settimane.

L’attacco speculativo ha riguardato anche Intesa Sanpaolo (meno 5) e Unicredit (meno 5,3).

Alcuni operatori e banchieri sentiti dal Foglio sottolineano l’andamento “perverso” dei corsi di Borsa, fino addirittura a paragonare la speculazione sulle banche alla pressione sui titoli di stato dell’estate 2011.

Ad oggi 7/6/17, le azioni UniCredit si muovono in controtendenza rispetto alla concorrenza, facendo segnare un rialzo dello 0,46%, dando la possibilità agli investitori di guadagnare in tendenza rialzista.

“Col petrolio ai minimi da 12 anni e i tassi sotto zero dovremmo gioire viste le condizioni ottimali per sostenere la ripresa – dice un banchiere d’affari – invece c’è sfiducia nel credito, una sostanziale avversione al rischio, l’abbondante liquidità è in mano a pochi soggetti privati, e le banche italiane sono strozzate tra la difficoltà a guadagnare e mantenere strutture costose”.

Unicredit in questo senso è sorvegliato speciale.

L’istituto guidato dal 2010 dall’ad Federico Ghizzoni ha in pancia 50,6 miliardi di sofferenze lorde (19.5 miliardi nette) – dati comunicati al 30 settembre e ripresi ieri nella comunicazione al mercato su richiesta Consob –  in calo del 3 per cento rispetto al dicembre 2014.

Unicredit, in ossequio al piano strategico 2015-18, sta avviando un’operazione di riduzione del perimetro dell’istituto in Europa centro-orientale, dopo diverse acquisizioni che negli anni hanno creato una rete in 17 paesi, riorganizzando anche la rete commerciale in Italia.

Il piano strategico prevede un taglio del 14 per cento del personale e la cessione delle attività in Ucraina (Ukrsotsbank è destinata ai russi di Alfa) ma per alcuni analisti e commentatori non sarà sufficiente. A differenza di Intesa Sanpaolo, paga lo svantaggio di essere esposta sull’immobiliare tedesco con HypoVereinsBank, comprata nel 2005.

Nei primi nove mesi del 2015 il risultato netto del gruppo è stato inferiore di 296 milioni rispetto al 2014, facendo peggio di tutte le concorrenti italiane. Barclays ritiene “non convincente” il piano di Ghizzoni e insiste nella necessità di un quarto aumento di capitale nel giro di sei anni. Una scelta che Ghizzoni nega e che sarebbe impalatabile per gli azionisti, in particolare esteri che insieme ai fondi controllano la maggioranza del capitale e possono coalizzarsi per determinare le sorti dei vertici.

Unicredit si è legata in un abbraccio obliquo con l’emirato di Abu Dhabi – il fondo di Aabar ha 6,4 per cento, mentre la banca è prima azionista con il 33 per cento di Alitalia-Etihad, compagnia aerea del fondo emiratino Mubadala – così la difficoltà dei paesi arabi nel capire come fare soldi col petrolio diventa un rischio ulteriore da gestire.

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