Sicurezza, Difesa e Intelligence

I migliori Snipers italiani sono gli incursori della Task Force 45: ecco i loro segreti

Un cecchino dell’Esercito Italiano

«Distanza 975 metri, alzo 7…mille e mezzo …Vento da sinistra a destra, un metro e mezzo al secondo… massimo due … Sposta verso sinistra… otto clic più di spin drift … totale 1001».

«Ci sono».

«Ok, resta così. Ti do le variazioni del vento… non vedo armi… aspetta restaci sopra … Quella non è la cipolla di un Rpg… Guarda anche tu… Dammi conferma… Comunico e aspettiamo autorizzazione».

Novembre 2012, Afghanistan occidentale, distretto di Bala Baluk, provincia di Farah.

La tana di Mirko e Alberto è una buca tra le pietre. Ci abbiamo passato la notte. Ora nel gelo terso dell’alba il paesaggio acquista contorno. I lince del Nono reggimento alpini schierati a cerchio sono trecento metri sotto di noi.

Oltre la strada, oltre la striscia d’asfalto qualcosa si muove. Mirko, il puntatore, la tiene inquadrata nel suo cannocchiale Swarosky 20×60. Alberto, il tiratore, lo segue attraverso l’ottica Schmidt & Bender montata sul suo Sako .338.

Alberto respira lento. Due, tre boccate, poi fuori tutto. Polmoni vuoti. Pupilla sgranata. Orecchie sintonizzate sulla voce del compagno. Quel berretto di lana e quella coperta svolazzante tra i sassi dell’altura, seicento metri oltre la strada, adesso sono nel centro dell’ottica. Ora basta solo spostare il dito sul grilletto

«Fermo! Annullato, annullato. Sono pastori. Niente Rpg».

Mirko blocca tutto. Alberto respira.

Italian Snipers, gli angeli custodi dei nostri soldati

Membri della Task Force 45 in Iraq

Sono gli «Italian snipers», gli omologhi di Chris Kyle, il cecchino americano protagonista del film che ha fatto incetta di Oscar nel 2015.

Sono gli angeli custodi di ogni nostro reparto in movimento tra le pietraie e i deserti afghani. O in qualsiasi altra zona a rischio, dal Kosovo al Libano meridionale. Ma a differenza degli angeli custodi lavorano solo in coppia.

«Siamo come marito e moglie. Io ora ho in mano il fucile – spiega il caporalmaggiore Alberto, classe 1979 -, ma in situazioni come queste, dove il bersaglio dista anche 900 o mille metri il tiro dipende per il 50 per cento dalla mia precisione e per il resto dalle sue indicazioni».

«Io oltre a questo cannocchiale – mostra il caporal maggiore Mirko, classe 1978, – ho un telemetro per stimare la distanza e un anemometro con stazione climatica. L’alzo va corretto non solo in base alla distanza, ma anche alla velocità del vento, alla temperatura e alla pressione. Oltre i mille metri dovresti pensare anche all’influenza della rotazione terrestre, ma qui – ride – sconfiniamo nella metafisica».

Aspettare, studiare, colpire

Un team del 185° RRAO in Afghanistan

Meno metafisica è invece la possibilità di uccidere, di spezzare la vita di qualcuno che non sa neanche di essere nell’inquadratura di quel mirino. Qualcuno che grazie al silenziatore montato in canna non sentirebbe neppure partire il colpo.

«La gran parte delle volte – assicura però Alberto – ci limitiamo a osservare. Da un’altura vediamo tutto quel che succede fino a 4 chilometri in un raggio di 360 gradi. Ormai conosciamo i volti di gran parte degli abitanti che entrano ed escono dal villaggio intorno alla nostra base. Appuntiamo i loro movimenti e ne studiamo le abitudini perché ogni cambiamento può segnalare una minaccia imminente».

Se però bisogna premere il grilletto nessuno si tira indietro.

«Mi sentirei molto più in colpa se facessi morire un mio compagno per aver lasciato in vita un talebano», sussurra Alberto.

Mirko ha meno certezze.

«Per me non è facile… sono pure credente, ma se premo il grilletto per proteggere i miei compagni, Dio non si può arrabbiare troppo. In fondo toglierei una vita per una causa giusta. Per ora però non mi è capitato».

Chi l’ha già fatto non è qui. Marco ci passa davanti nella base di Herat, ci parla. Poi scompare. È un sottufficiale del IX reggimento Col Moschin. Ed è pure lui uno «sniper italiano» con alle spalle oltre 12 anni di missioni nei peggiori posti del mondo.

I fantasmi della Task Force 45

Incursori del Col Moschin sul campo
Incursori del Col Moschin sul campo

In Afghanistan è un fantasma della TF 45, l’unità che ufficialmente non esiste.

Con lui non si può andare. Anche perché lui con gli italiani gira poco. Come tutti i suoi compagni lavora di notte e dorme di giorno. Il suo mondo è quello delle «kinetik strikes» gli assalti cinetici condotti in ambito Nato per eliminare le minacce talebane. Missioni in cui i cecchini hanno un ruolo fondamentale.

«Gli attacchi cinetici – spiega – rientrano nella dottrina militare approvata anche dai nostri governi».

Roberta Pinotti, quando è venuta Afghanistan prima di entrare al governo ne è stata messa al corrente.

«Personalmente ne ho condotte almeno una quarantina. Gli altri “sniper” italiani impegnati da queste parti ne hanno all’attivo una media di una ventina a testa».

Marco è stato più volte decorato, ma mai al valore militare perché ufficialmente il nostro governo non conduce operazioni belliche.

Una notte però il suo fucile e la sua mira hanno salvato molti americani. E così una medaglia al valore concessagli dal Pentagono ha cancellato anni d’ipocrisie italiane.

Gli Snipers italiani in azione: ecco il video

fonte Il Giornale
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