Come salvarsi in un processo incredibile grazie ad un Principe del Foro

Ieri, dopo 6 anni e mezzo sotto processo, sono stato assolto “perché il fatto non sussiste.”

Nel lontano 2012 l’ex sindaco di Fossalto Nicola Cornacchione mi aveva querelato – insieme ad Emiliano Morrone (all’epoca direttore responsabile) e Carmine Gazzanni (giornalista) – per aver dato voce al caso della scuola di Fossalto.

Se cercate su Google troverete diverse fonti di stampa su un caso d’interesse per l’opinione pubblica italiana, che dopo i drammatici fatti di San Giuliano di Puglia, è diventata sempre più sensibile al concetto di grado di agibilità sismica degli edifici scolastici.

Soprattutto se ospitano bambini, proprio come nel caso di Fossalto.

E stando alle tesi di accusa e parte civile, l’Infiltrato avrebbe trattato la vicenda in modo diffamatorio.

Di cosa si trattava, in sintesi?

Il comune di Fossalto aveva ottenuto dalla Regione oltre 400mila euro di fondi per adeguare sismicamente l’edificio, che nel 2012 fu chiuso da un ordinanza sindacale su relazione di Protezione Civile e Vigili del Fuoco.

All’epoca la vicenda destò il clamore della stampa nazionale e locale, che posero una questione di fondo: come mai, e proprio in Molise (dove c’è un precedente gravissimo) accade un episodio simile?

Come mai, proprio in Molise, una scuola che aveva ricevuto fondi per l’adeguamento sismico, veniva chiusa e dichiarata inagibile?

La qual questione di fondo – posta sull’Infiltrato in due articoli del 2012 – si è rivelata assolutamente legittima, a maggior ragione se consideriamo che la scuola di Fossalto ad oggi è ancora chiusa ed è stata dissequestrata solo qualche mese fa.

Ci sono voluti 6 anni e mezzo perché un giudice del Tribunale di Isernia assolvesse i 3 imputati, tra cui io, perché non c’era nessun reato di diffamazione.

Tribunale di Isernia (Ph. Credit Pino Manocchio e IsNews.it )
Tribunale di Isernia (Ph. Credit Pino Manocchio e Isnews.it)

“Il fatto non sussiste.”

Bene.

Ma se oggi vi parlo dei miei guai giudiziari, per la prima volta in 8 anni da quando ho fondato l’Infiltrato, è perché in questo processo ne ho viste di tutti i colori.

Primo punto.

Partiamo dal fatto per me più eclatante. Nel 2012, all’epoca degli articoli, ero direttore editoriale.

Ebbene: ci sono voluti quasi 2.400 giorni, e una infinità di udienze, per far capire come la figura del direttore editoriale non fosse sovrapponibile per funzioni e ruolo a quella del direttore responsabile. E non perché lo dico io, ma perché ci sono sentenze di Cassazione che applicano questo principio.

Per fare un esempio altisonante, con le dovute proporzioni, è come se Carlo De Benedetti rispondesse in prima persona, davanti a un giudice, rispetto ad un articolo firmato da un suo giornalista e/o dal suo direttore responsabile.

L’ottimo avvocato De Cesare (poi vi dirò chi è il mio principe del foro), che rappresentava il signor Cornacchione, parte civile costituita, durante l’interrogatorio mi chiese:

“Lei poteva censurare?”

Certo che avrei potuto ma non è mai stato il mio stile né lo stile dell’Infiltrato.

Questa risposta sarebbe stata la prova che io avevo guidato – in concorso con gli altri due imputati – due articoli CONTRO la figura dell’ex sindaco Cornacchione.

Nonostante le accuse a mio carico fossero inesistenti e nonostante la mia posizione non fosse in alcun caso perseguibile penalmente, mi sono ritrovato per 6 anni e mezzo imbrigliato nelle maglie della Giustizia italiana.

Con il serio rischio di subire una enorme ingiustizia.

Solo chi c’è passato può capire fino in fondo quanto sia faticoso cercare di liberarsi da quelle maglie.

Questi numeri (purtroppo) sono validi ancora oggi…

Bastava un secondo a verificare l’insostenibilità dell’accusa per quanto riguardava la mia posizione.

E invece…

Secondo punto.

Altro fatto incredibile a cui ho assistito: i due co-imputati che hanno pensato meno a difendersi e più ad attaccarmi. Perché, a loro dire, nel momento in cui io sottolineavo con forza (o almeno provavo a farlo) la mia posizione di direttore editoriale, stavo in realtà cercando di smarcarmi. Di evitare le responsabilità. Di difendermi dal processo, anziché nel processo.

E invece era tutto il contrario.

Peccato non l’abbiano capito ma nessuno è perfetto. 

Terzo punto.

Ho visto un Pm chiedere la mia condanna a €5.000 di multa più il pagamento delle spese processuali. Che è una bazzecola, una richiesta molto contenuta, forse fin troppo, rispetto alla mole di documenti prodotti e alla quantità di tempo speso nel processo.

È una pena pecuniaria equiparabile a un circa un mese di carcere.

Ma come minimo, visto il mio fascicolo più largo che lungo e viste tutte le udienze, avrebbe dovuto chiedere una pena molto più severa!

Il mio fascicolo sembrava quello di Totò Riina, talmente era corposo e virulento.

Un processo di diffamazione a carico di giornalisti, il cui primo grado dura 6 anni e mezzo (praticamente siamo vicini ai termini di prescrizione), meritava una pena molto più severa – almeno nella richiesta accusatoria – anche alla luce della contestata aggravante che voleva assimilare un quotidiano telematico ad un giornale cartaceo.

Chiedere €5.000 di multa probabilmente significa aver perso tempo, averlo fatto perdere a me, al mio avvocato e a un sistema-giustizia che già è ingolfato di suo, se poi ci mettiamo pure queste cose qui….

Quarto punto.

Ho visto la parte civile capire solo oggi che io non c’entravo nulla in questo processo.

Li ho sentiti quasi dispiaciuti per quello che ho dovuto passare.

In attesa della sentenza ho familiarizzato con Nicola Cornacchione, che ho trovato un’ottima persona, e con il suo avvocato.

Potrà sembrarvi strano che parte civile e difesa si ritrovino a chiacchierare amabilmente ma in fondo, dopo 6 anni e mezzo passati nella stessa aula, poco prima della sentenza ci si avvicina. Scatta una sorta di sciogliete le righe, di pax tra i due eserciti, almeno in processi non violenti come quello che ho subito.

E, ve lo confesso, avrebbero anche potuto condannarmi, per me sarebbe cambiato veramente poco. Ma aver trovato un giudice attento alle esigenze della mia verità così come non aver trovato una pregiudiziale chiusura da parte della persona offesa, è stata una soddisfazione.

Avrei preferito che arrivasse prima. Avrei gradito una remissione di querela ma capisco che credere ad un imputato che si dichiara non colpevole è praticamente impossibile.

Dulcis in fundo: il reato non sussiste.

Per fortuna il tempo si è rivelato galantuomo. Grazie al mio principe del foro, l’Avvocato Danilo Leva, presente in vari processi di rilievo nazionale.

Danilo Leva avvocato penalista
Danilo Leva

Da quando mi occupo di giornalismo è sempre stato il mio avvocato di fiducia.

L’ho visto crescere negli anni, raggiungere un livello molto alto: è come se lui gioca in serie A e gli altri si battono nelle retrovie. Qualcuno addirittura nei dilettanti, senza offesa per nessuno.

Nell’arringa difensiva di ieri ha fornito una lezione di diritto, basata su fatti ineccepibili, su sentenze della Cassazione, su una stretta logica giuridica che va applicata. Punto.

La legge non ammette ignoranza né alternative. È tutto molto chiaro.

O meglio, lo diventa se hai un magnifico principe del foro.

È stato uno spettacolo assistere all’increscendo oratorio culminato nelle richieste assolutorie a mio favore.

Primo: ha dimostrato, senza ombra di dubbio, che le accuse di parte civile nei miei confronti erano infondate.

Secondo: ha dimostrato, senza ombra di dubbio, la mia differenza di posizione rispetto agli altri imputati.

Terzo: ha dimostrato, senza ombra di dubbio, che l’inchiesta giornalistica su Fossalto rientrava ampiamente nel diritto di critica prima ancora che in quello di cronaca. Che parlare di “cattivo amministratore” non può in alcun modo definirsi diffamazione ma rientra nei limiti fissati dalla Cassazione negli anni per definire il diritto di cronaca.

Ergo: il fatto di reato non sussiste.

Spero, ma ne dubito fortemente, che la vicenda si chiuda qua.

In ogni caso so di poter contare su un penalista al top in Italia. Un molisano che ha saputo imparare dai migliori, che si è confrontato con i migliori, soprattutto nella Capitale, e porta in alto il nome della sua terra d’origine ovunque vada a spandere la sua ars oratoria.

Come scriveva John Grisham:

La verità era sovrana, ma, come ogni avvocato sapeva bene, c’erano diversi modi di esprimerla.

E se hai al tuo fianco un pianista della parola stai pur certo che prima o poi viene a galla.