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PROVINCE/Abolizione? Macchè. Ecco il ddl sulle nuove elezioni provinciali: il cittadino non può votare

Il governo Monti l’ha detto: aboliremo le Province. Dopo aver letto la spending review sappiamo bene, in realtà, che più di un taglio si dovrebbe parlare di una piccola sforbiciata e niente più dato che 54 Province rimarranno intatte. Quello che il governo si è dimenticato però di dire è che, intanto, si sta discutendo alla Camera un disegno di legge sulle “modalità di elezione del consiglio provinciale e del presidente della Provincia”. Già, proprio nel pieno della loro soppressione. Segno particolare del ddl: non potranno partecipare gli elettori. Proprio così.

 

di Carmine Gazzanni

Probabilmente pochi ne sono a conoscenza, ma alla Camera dei Deputati nei prossimi giorni si riprenderà in mano un disegno di legge – l’A.C. 5210 – presentato a maggio direttamente da Mario Monti (cofirmataria il ministro Cancellieri) recante “Modalità di elezione del consiglio provinciale e del presidente della provincia”. Silenzio. Pausa. Respiro. Domanda: ma non si volevano abolire le Province? Che senso ha un ddl sulle elezioni del consiglio provinciale?

Sembrerebbe che qualcosa non torni. E in effetti è proprio così. La quaestio province – lo sappiamo – è stato un po’ lo spauracchio dell’esecutivo di Mario Monti: dal giorno dopo il suo insediamento tutti hanno cominciato con un pressing forsennato affinchè le Province venissero abolite, soppresse, cancellate. Quasi fossero – e in parte, è bene dirlo, lo sono – l’emblema dell’Italia spendacciona. Il sette agosto scorso sembrava che la cosa si fosse risolta: la spending review, dopo l’approvazione della Camera, viene convertita in legge.

Sorrisi di giubilo, entusiasmi, compiacimento, dichiarazioni in pompa magna per annunciare, finalmente, che le province saranno abolite. O meglio: che le Province potrebbero essere abolite. Il condizionale, infatti, è assolutamente d’obbligo. Due i motivi. Primo: quello che sarebbe dovuto essere un taglio netto altro non è stato che una sforbiciatina. Secondo: come Infiltrato.it ha dimostrato, passeranno probabilmente anni prima che la norma diventi realmente operativa dato che, affinchè questo accada, sarà necessario un ulteriore “atto legislativo di natura esecutiva”. Ovvero un disegno di legge presentato dall’esecutivo che, in quanto tale, seguirà il normale iter parlamentare (discussione ad una delle due Camere – approvazione – discussione all’altra Camera – approvazione). Col rischio palese, insomma, che i tempi previsti dal provvedimento stesso non vengano rispettati.

Eppure, si dirà, il tentativo di sopprimere gli enti provinciali è stato fatto. Perlomeno sulla carta. Perché, allora, il disegno di legge sulle elezioni del consiglio provinciale? Un motivo, in realtà, c’è. Come spesso accade con il governo Monti, il provvedimento è finalizzato ad un taglio radicale delle spese, tanto che della necessità di nuove modalità di elezioni per i consigli provinciali si parlava anche nella prima manovra partorita da quest’esecutivo, il decreto Salva-Italia (art.23, comma 15-ss.). Tutto bene, si dirà allora. Niente da ridire, si penserà.

Peccato che andando a leggere il ddl si scopre un particolare non da poco: i consigli provinciali non saranno scelti dai cittadini. Sembrerebbe assurdo, ma è proprio così. Articolo 2, comma 1: “Sono elettori per l’elezione del consiglio provinciale i sindaci e i consiglieri comunali in carica nei comuni della provincia al quarantacinquesimo giorno antecedente la data della votazione”. Punto. In altre parole, il cittadino è tagliato fuori. Verrà amministrato, nelle Province che resteranno in vita (oppure in tutte, se la norma sulla soppressione, come detto, non dovesse trovare attuazione), senza che abbia espresso il benché minimo voto.

Ma c’è di più. Oltre al problema propriamente democratico, ne sorge anche un altro di ordine politico. Se infatti a votare i consigli provinciali saranno sindaci e consiglieri dei Comuni interessati, ciò vuol dire che il colore politico delle amministrazioni provinciali non sarà certamente diverso da quello delle amministrazioni comunali. In pratica, come ha sottolineato l’onorevole Silvana Mura (Idv) in un post sul suo blog, “questo significa che in questi enti di secondo grado, per quanto inutili, ci saranno esponenti solo dei due principali partiti, che hanno il maggior numero di eletti nei consigli comunali”. Con la conseguente esclusione di tutti gli altri. Un’egemonia partitica, dunque, permessa proprio dall’azzeramento democratico per la non-partecipazione al voto del cittadino.

Il motivo, come detto, risponde solo a dinamiche di risparmio. Secondo il rapporto del Centro Studi delle Camere, infatti, in questo modo le elezioni provinciali, considerando anche le possibili soppressioni, arriverebbero a costare circa 700 mila euro (anche se, come osserva la Mura, “è ancora tutto da vedere”), invece che oltre 300 milioni di euro. Un grosso risparmio, non c’è che dire. Ma a che prezzo? Annullando totalmente il potere democratico del cittadino. Azzerandolo. La domanda nasce spontanea: ma non ci si poteva ingegnare in altra maniera per tagliare gli sprechi? Assolutamente sì. Lo dice chiaramente la Corte dei Conti nell’ultima relazione sulla rendicontazione generale dello Stato: gli sforzi finora sono stati fatti soprattutto dalle famiglie e dalle classi medio-basse, mentre risultano “mancanti, insufficienti o in ritardo” quegli interventi che avrebbero potuto “in parte compensare i sacrifici”, come una “significativa riduzione dei costi della politica”, innanzitutto quella parlamentare. Due piccoli esempi per capirci: le pensioni d’oro sopravvivono in blocco alla cura Monti, così come il numero dei parlamentari che rimarrà lo stesso – nonostante un ddl già approvato in prima lettura al Senato – anche nella prossima legislatura.

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