Il Governo Letta e il gioco delle tre carte: Imu sospesa ma aumenta l’Iva. Il Banco vince sempre.

Dal 21% al 22%. Con l’obiettivo di portarla fino al 23%, anche se nessuno si azzarda a dirlo. Quindi, ricapitolando: l’Imu non viene abolita ma solo sospesa, la restituzione di quella pagata nel 2012 è pura fantasia berlusconiana, e l’iva aumenta. Una fregatura bella e buona. Perché il Banco vince sempre: ecco come.

Per Enrico Letta c’è un numero che deve essere un vero incubo: il 4. Il premier si è appena messo alla disperata ricerca della copertura per abolire l’Imu sulla prima casa, e sono 4 miliardi di euro da trovare entro il 31 agosto. Ed ecco spuntare minaccioso un altro 4: i 4 miliardi di euro che lo Stato ha programmato di incassare grazie all’aumento dell’aliquota ordinaria Iva dal 21 al 22% che scatterà dal primo di luglio prossimo.

Tutto preso dalle prime emergenze, Letta si è scordato di quella più insidiosa sul suo percorso, perché per tamponare quei 4 miliardi annui di rincaro Iva dovrà trovare entro il 30 giugno prossimo almeno 2 miliardi di euro come tampone 2013. Anche questo intervento d’altra parte era inserito nell’agenda concordata con cui è partito il governo delle larghe intese. 

Se sull’Imu gli azionisti del nuovo esecutivo hanno sempre avuto sfumature diverse, sull’idea di bloccare il previsto aumento Iva di luglio erano sempre stati tutti concordi. Angelino Alfano è dall’ottobre scorso che gridava «daremo battaglia in parlamento contro l’aumento dell’Iva». Mario Monti quando ancora era premier ripeteva: «Lavoriamo senza sosta per scongiurarlo».

L’allora suo ministro Corrado Passera aveva vaticinato: «State certi che salterà». L’ex sottosegretario all’Economia, Gianfranco Polillo si era spinto perfino più in là sostenendo «non è impossibile trovare le coperture». Parte degli aumenti previsti (il punto sull’aliquota intermedia del 10%) fu cancellata grazie a il Pdl Renato Brunetta e al Pd Pier Paolo Baretta riscrivendo la legge di stabilità 2013.

Ma nulla alla fine è stato fatto per scongiurare quel punto in più dell’aliquota ordinaria. Vero che alla sua prima uscita pubblica, alla trasmissione tv Otto e mezzo, il nuovo ministro dell’Economia, Fabrizio Saccomanni, ha assicurato a Lilli Gruber: «Il nostro obiettivo è cancellare l’aumento Iva di luglio, ma non mi chieda adesso come intendiamo realizzarlo».

Ecco, di buone intenzioni è lastricato il terreno della politica. Ma la clessidra ormai è in azione inesorabilmente e non ci sono coperture pronte a saltare fuori né sull’Iva né sull’Imu. Purtroppo entrambe le misure da scongiurare hanno un effetto immediato sulle casse dello Stato. Può anche essere che nel medio periodo si rivelino entrambe un boomerang, perché avendo effetto depressivo sul ciclo economico aumentano incassi da una parte e li fanno diminuire dall’altra.

Già l’aumento dell’Iva ordinaria nel 2011 dal 20 al 21% provocò all’inizio un aumento della inflazione (anche perché fu accompagnato dal ritocco delle accise sulla benzina). Nel medio periodo però l’effetto è stato assorbito, ed è stato ancora peggio: l’inflazione è scesa semplicemente perché con i prezzi che rincaravano gli italiani hanno deciso di consumare di meno. 

E infatti dopo la fiammata iniziale gli incassi Iva sono scesi, provocando per i conti pubblici un effetto opposto a quello che si immaginava. Purtroppo le leggi della contabilità pubblica a tutto si ancorano meno che alla realtà. Non si può quindi coprire il mancato aumento Iva spiegando semplicemente che senza quello gli italiani consumeranno di più e che quindi l’effetto finale sarebbe nullo sulle entrate. Quei due miliardi bisogna pescarli davvero da altre parti. Quali? La strada maestra del taglio della spesa non è in grado di dare effetti riscontrabili nel brevissimo tempo a disposizione in cui bisogna trovare 2miliardi di coperture per l’Iva (40 giorni) e 4 miliardi di coperture per l’Imu (100 giorni).

Attraverso la lotta agli sprechi si può racimolare qualcosina, ma non basterebbe. Non esistono nemmeno grandi pozzi da cui pescare: si è visto nell’unico provvedimento di spesa varato finora: il tampone sulla cassa integrazione in deroga e gli altri ammortizzatori sociali. Hanno pescato dentro il bilancio dell’Inps e dentro il fondo sociale per l’occupazione anticipandosi fondi che poi vanno ricostituiti (spostando solo più in là il problema), hanno tolto 19 milioni di euro alle associazioni dei consumatori (li ricevevano dalle multe dell’antitrust), e portato via 100 milioni di euro dal trattato Italia-Libia per finanziare l’autostrada che l’Italia aveva promesso al colonnello Gheddafi (tanto è morto e non può protestare).

La dimostrazione più evidente di come si possa raschiare davvero il fondo del barile. Ed è preoccupante. In queste settimane si sta vivendo con attesa messianica il responso che la Ue darà il 29 maggio prossimo sui conti pubblici italiani, sperando nella chiusura del procedimento di infrazione per deficit eccessivo. La verità è che se anche arrivasse l’assoluzione, nulla accadrà per le risorse da trovare per Iva e Imu.

Si libereranno fondi ingenti per investimenti pubblici, ed è un bene, con indubbio effetto sul Pil. Ma non si potrà fare più deficit, anzi: avremo le mani ancora più legate. Era questo il vero argomento che Letta avrebbe dovuto affrontare nelle sue viste europee di inizio mandato. Non lo ha fatto, garantendo solo la tragica continuità con l’esecutivo Monti senza alzare la voce e chiedere pari dignità dell’Italia con Francia e Spagna cui veniva concesso di tutto. E con quel viaggio che yogurt-Letta si è messo nei guai da solo, rischiando di impalarsi alle tragiche e ravvicinatissime scadenze del suo mandato.

LEGGI DALLA FONTE ORIGINALE – Franco Bechis su Libero

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