FIAT/ L’operaio serbo comprato per 350 euro al mese. Termoli e Pomigliano a rischio chiusura

Mentre in Serbia gli operai sono pronti a straordinari consueti e a lavorare con un salario di 350 euro al mese, in Italia si continua a combattere per i propri diritti. A Pomigliano gli operai Fiom rivendicano il loro posto di lavoro assegnato dal Tribunale e a Termoli ventidue resistenti lottano per avere uno stipendio pari a quello che ottengono i loro colleghi di altri sindacati. Ma alle lotte giuste si uniscono anche quelle più frivole per l’aumento di un centesimo per il caffè nelle macchinette. Ancora non è dato sapere se Marchionne andrà via da Termoli o dagli altri stabilimenti. Ma il timore è forte.

di Viviana Pizzi

Fabbrica Italia o Fiat Serbia. È questo il dilemma che corre nella mente degli operai del Lingotto in tutti gli stabilimenti italiani. Marchionne in queste ore ha assicurato chebisogna produrre all’estero per rilanciare l’industria dell’auto italiana. Ma quanti sembrano disposti a credergli? Stando al risparmio che la produzione all’estero potrebbe portare alla Fiat, davvero in pochi.

Come racconta il Fatto Quotidiano ai lavoratori serbi si può chiedere di lavorare“dieci ore al giorno per quattro giorni alla settimana”, con otto ore di straordinario fisse anche solo per riparare pezzi fabbricati male. Il tutto per il “modico” prezzo di 350 euro al mese, che con una disoccupazione al 25% sembra una manna dal cielo.

Ma cosa fanno gli operai di Kragujevac per mantenere il proprio posto di lavoro?

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Tutto il contrario di quello che succede in Italia: non si iscrivono ai sindacati e ubbidiscono ai propri capi senza mai contraddirliRibellarsi significherebbe perdere il posto e in una nazione ancora dilaniata dalla povertà i capifamiglia non si possono permettere il lusso di lottare per i propri diritti.

Lo  stipendio medio di un operaio serbo è circa un quinto di quello italiano. E parliamo di una realtà dove si produrranno circa 200 mila cinquecento contro le 500 mila autovetture prodotte in totale da tutti gli stabilimenti italiani. Mirafiori, il più rappresentativo del Lingotto, è fermo a sole 50 mila unità.

Prima o poi qualche stabilimento salterà”, disse la Fiom qualche mese fa. In nome del risparmio e dei numeri, si cominciarono a fare i primi conti in tasca a Marchionne. E venne subito a galla che il nuovo amministratore di Fiat oltre a guardare i freddi numeri del mercato dell’auto potrebbe anche mirare ad altro.

Uno dei fattori che potrebbero incidere su questa cosa è il conflitto con i sindacati. Come tutti ormai ricordano quello di Pomigliano potrebbe a quel punto essere lo stabilimento da sacrificare. I 192 lavoratori Fiom licenziati “perché appartenevano a un sindacato non gradito” hanno fatto ricorso al Tribunale del lavoro di Roma, ottenendo successivamente di essere reintegrati all’interno dell’azienda automobilistica campana. Eppure fino ad oggi nulla di tutto questo è accaduto e nessun operaio ha varcato nuovamente i cancelli per tornare a lavoro.

Cosa potrebbe accadere allora a Termoli, dove la stessa Fiom sta portando avanti le proprie battaglie per garantire il diritto all’uguaglianza? Lo stabilimento di Rivolta del Re potrebbe essere tra quelli che Marchionne deciderà di sacrificare, abbassando la richiesta di motori 8 e 16 valvole e spostando la loro produzione dove “gli operai protestano meno”.

Nonostante questo scenario non risulti essere imminente, a prevalere è la paura. E se il 22 aprile scorso, quando gli operai ottennero il reintegro del sindacato all’interno dell’azienda, i battaglieri erano in 216 ad oggi più dell’80% dei lavoratori ha strappato la tessera del sindacato e lo ha comunicato all’azienda. La rinuncia al ricorso ha comportato il riottenimento dei 250 euro decurtati – ingiustamente – dallo stipendio.

I “resistenti” come ormai vengono definiti restano in ventidue. Pochi. Ma il cinque ottobre continueranno la loro battaglia in Tribunale.

Converrà a Marchionne tenere in piedi uno stabilimento dove la litigiosità tra azienda e sindacati resta alta? Secondo Roberto Di Maulo della Fismic no. In un recente intervento, pubblicato in tutte le bacheche degli stabilimenti italiani, ha invitato la Fiom e i magistrati “a non continuare la persecuzione scientifica nei confronti di Fiat”.

Tutti gli stabilimenti rischiano – ha dichiarato il segretario molisano della Fiom Giuseppe Tarantino – perché Marchionne non è chiaro nei suoi investimenti. Aveva dichiarato di voler destinare 20 milioni di euro in cinque anni ma non se n’è saputo nulla. Termoli rischia al pari degli altri. Avevamo chiesto per questo motivo un incontro al presidente della Regione Michele Iorio quando protestammo sul tetto dell’assessorato al Lavoro. Ma nemmeno su questo nessuna risposta. Non sappiamo ora se ci sarà un vero rilancio dell’azienda. Sappiamo soltanto che tra settembre e ottobre ci saranno quattro settimane di cassa integrazione”.

Tra i lavoratori c’è sconforto. Ognuno teme che il proprio posto di lavoro possa essere sacrificato in nome della “crisi dell’auto” che sta colpendo il mercato italiano. Ma allo stesso tempo non si vogliono perdere quei diritti acquisiti che hanno portato gli operai a raggiungere un contratto con otto ore giornaliere più lo straordinario retribuito.

Nessuno dei lavoratori, nemmeno quelli non iscritti alla Fiom, lavorerebbe in Italia alle condizioni serbe. Trecentocinquanta euro al mese nel Belpaese equivale alla fame. E anche a Termoli dove spesso non bastano nemmeno per un affitto di casa. L’attaccamento al salario è dimostrato dalle stesse cancellazioni dalla Fiom dei mesi scorsi. E dalle preoccupazioni degli altri sindacati per l’aumento del prezzo del caffè in fabbrica di un solo centesimo. 

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