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CALCIO E POLITICA/ Mister B. e il Milan: quando Zac fu uno yo-yo per la politica del capo…

Sabato 5 Febbraio. Alberto Zaccheroni, fresco vincitore della Coppa D’Asia alla guida del Giappone, rivela: “Da quando litigai con Berlusconi non ho più allenato una squadra di serie A, se non subentrando ad altri allenatori.” Prima vittima di quella macchina del fango che in seguito colpì Sircana, Boffo, Fini… Il micro-cosmo calcistico berlusconiano è sempre stato ad immagine e somiglianza del Premier, che troppo spesso ha cavalcato l’onda sportiva per interessi politici.

Lo sport come arma di persuasione di massa. Peculiarità dei regimi totalitari in passato, moda diffusa nei tempi moderni grazie alla quale il potere politico può aumentare o controllare il consenso popolare. In Italia un saggio sulla materia non poteva che arrivare da Silvio Berlusconi, a più riprese intervenuto sulle questioni del Milan – del quale è proprietario, ma non presidente – in momenti politici più rilevanti di quanto lascino le apparenze.

Emblematiche in tal senso furono le ripetute esternazioni tra il 1998 e il 2001, quando a Montecitorio il Cavaliere era all’opposizione e sulla panchina rossonera sedeva Alberto Zaccheroni. Premiato sabato 5 febbraio dal sindaco di Cesenatico, sua residenza, per la recente vittoria in coppa d’Asia con il Giappone del quale è commissario tecnico, l’allenatore romagnolo – fra le tante dichiarazioni – ha voluto lasciare un pensiero anche per l’attuale presidente del Consiglio, del quale fu dipendente nel triennio sopracitato e dove conquistò il primo tentativo il penultimo degli attuali diciassette scudetti rossoneri: «Da quando litigai con Berlusconi non ho più allenato una squadra di serie A se non subentrando ad altri allenatori».

Vittima progenitrice della macchina del fango che in futuro colpirà, tra gli altri, Dino Boffo e Gianfranco Fini, all’epoca dei fatti Zac divenne senza volerlo uno yo-yo nella mano del padrone, che lo lanciava e riavvolgeva a sé in base alle convenienze politiche del momento.

Aprile ’98. L’Udinese di Zaccheroni è la squadra del momento: terza in campionato, schiera il capocannoniere Bierhoff (27 gol, 2 in più di un Ronaldo allora ancora Fenomeno) e pratica un gioco effervescente, figlio del suo allenatore, che applica un modulo mai adoperato prima in Italia: il 3-4-3. Intento a giocare al gatto con il topo nei confronti del governo di centro-sinistra in materia di bicamerale, B. deve anche assistere agli orrori rossoneri del Capello II, che s’inabissa con la clamorosa sconfitta in finale di coppa Italia contro la Lazio.

«Quest’anno il Milan ha sempre giocato male. Lo vorrei diverso, con un gioco arioso come quello dell’ Udinese» confida ai suoi collaboratori all’indomani delle uova lanciate dai tifosi contro il pullman della squadra prima di Milan-Parma, 11 maggio ’98. Traduzione del messaggio: “ingaggiate quell’allenatore”. Detto fatto. Il 25 maggio Alberto Zaccheroni è ufficializzato nuovo allenatore del Milan. La notizia, oltre a rigenerare gli animi dei tifosi, fa di B. un acuto osservatore del presente e ne innalza il prestigio pubblico. Quanto basta per proclamare l’ultimatum, 27 maggio, sulle sue irremovibili condizioni (cancellierato e doppio turno proporzionale) per la bicamerale e mandare in fumo i disegni di D’Alema senza pagarne le conseguenze, bensì dopo aver incassato l’assicurazione dal centro-sinistra che non gli sarebbero state toccate le televisioni.

Un anno dopo. 23 maggio 1999. Siamo a tre settimane dalle elezioni europee, Prodi è caduto nell’ottobre precedente e al suo posto c’è D’Alema. Il Cavaliere è impegnato nella traversata del deserto che dovrà riportarlo a Palazzo Chigi; per i sondaggi Forza Italia è in ascesa. Quel giorno, a Perugia, al termine di una stagione che secondo i piani dirigenziali e tecnici doveva essere soltanto di transizione, il Milan di Zac conquista lo scudetto con un punto di vantaggio sulla più quotata Lazio. A sera, Sua Onnipresenza attraverso l’amato tubo catodico si manifesta nelle case degli italiani per assumersi i meriti della rimonta sulla Lazio, 7 vittorie in 7 partite, in particolare la paternità di schierare Boban dietro le punte. La Storia vuole però che già il 10 gennaio dello stesso anno, a Empoli, Zac avesse già sperimentato la variante tattica che contraddistinguerà l’ultima parte del fortunato cammino del Milan. Un particolare che il tecnico non manca di far notare con serenità, rivelando un’anima poco incline al compromesso e alla salvaguardia del quieto vivere.

Intanto il 13 giugno 1999 Forza Italia è il primo partito italiano alle europee. In un periodo dove il calcio è attraversato dalle spregiudicatezze economiche di Tanzi, Cecchi Gori, Cragnotti – che spendevano più di quanto avessero – B. –  che di soldi veri ne avrebbe – gioca al risparmio e riprende a muovere lo yo-yo a seconda della sua utilità. Ovviamente politica.

Dopo un tira e molla mediatico all’insegna di suggerimenti non accolti su come dovrebbe giocare il Milan – linea a ‘quattro’, ignaro che con la vituperata difesa a ‘tre’ ha vinto uno scudetto – si arriva al 9 marzo 2000. Mancano quaranta giorni alle elezioni regionali e il centro-sinistra annaspa: dopo la caduta di Prodi, D’Alema ha già formato due governi differenti. A condire il menu, le “rosseggianti” simpatie politiche di Zac: che ha perso il derby con l’Inter e si ritrova a leggere un attestato di grande stima rilasciato dal suo datore di lavoro al settimanale Rigore: «Zaccheroni potrebbe non essere il sarto adatto per la stoffa di qualità che ha sottomano».

Peccato che quel Milan, più che a un atelier di alta moda, assomigli tanto alla bancarella di un mercato rionale: dopo lo scudetto, tranne Shevchenko e un giovanissimo Gattuso, son arrivati mestieranti come Orlandini e Tonetto più giovani sconosciuti quali Graffiedi, Teodorani e Sadotti. Gente che, tranne qualche sporadica apparizione del primo, vedrà l’erba di San Siro giusto dalla tribuna…

Zac vive una quaresima di risultati fino a Pasqua: 2-1 alla Reggina (con le 3 punte e la difesa a 3) sette giorni dopo la vittoria di B. alle regionali e le dimissioni del governo D’Alema. Tante belle notizie rendono ebbro Sua Onnipresenza, che il 30 aprile dichiara: «Il tecnico non è mai stato in dubbio. Abbiamo un progetto ben preciso. Lo porteremo avanti con lui». Ma  due settimane dopo la sbornia è già smaltita: «Voglio una vittoria senza sofferenza per i settantamila di San Siro: per ritrovare il nostro bel gioco dobbiamo andare a Chi l’ha visto? Non è stata una stagione disastrosa, ma avevamo ambizioni diverse dal terzo posto».

È il 13 maggio 2000. Ironia della sorte vuole che sia un anno esatto dalle elezioni politiche. Alle quali B. si ricandida e intraprende una drastica campagna elettorale: o con lui, o contro di lui. Niente sconti, anche in campo calcistico. Come sopportare dunque un allenatore che fa di testa sua e che, tra le altre, ha simpatie politiche tendenti a sinistra? Al consueto mercato estivo low-cost si aggiunge una sconfitta agostana contro il Real Madrid (1-5) in un banale trofeo amichevole, che aziona il count-down della permanenza di Zac al Milan.

La situazione precipiterà mesi successivi quando la squadra, in seguito a una sequela inenarrabile di infortuni, uscirà dalla Champions League dopo l’1-1 con il Deportivo in casa. È il 13 marzo 2001. Mancano due mesi precisi alle elezioni politiche. Serve trasmettere un messaggio agli elettori che davanti a loro c’è un uomo forte, padrone del momento e del destino, pronto ad agire in prima persona per far andar le cose nella direzione giusta. Così nel dopopartita B., latitante dalle questioni rossonere nei mesi precedenti, gioca un’ultima volta con lo yo-yo.

«Non ho condiviso molte delle scelte tecniche che sono state fatte nel Milan negli ultimi due anni ma ho lasciato fare a loro visto che avevano l’appoggio sia del pubblico che della stampa. Adesso mi sembra che i risultati portano a dire che avevo ragione io. Adesso io penso che debba lasciare da parte il riserbo. Guardo indietro nel passato: quando questa squadra vinceva era merito di qualcuno e quando perdeva era colpa della società. Un discorso che non sta né in cielo né in terra. Da domani comincerò ad occuparmene personalmente» esclama in diretta tivù ritornando Sua Onnipresenza e fabbricandosi un magnifico spot elettorale sulla sua natura di “uomo del fare”, che al momento opportuno interviene per riparare agli errori. Commessi da altri, ovviamente…

Peccato che nessuno gli chieda conto, visto che era il presidente, del suo operato (nullo) nell’ultimo biennio rossonero. Il ghe pensi mì in salsa calcistica produce l’esonero di Zaccheroni e la sua sostituzione con un fedelissimo del club, Cesare Maldini (Tassotti vice), in piena sintonia con le direttive di Villa San Martino, che completa una mossa comunicativa a base di romanticismo apparente e buoni sentimenti fittizi.

Due mesi dopo ci sono le elezioni politiche. B. vince e va a Palazzo Chigi.

Peccato però che prima che torni a vincere il Milan dovranno passare altri due anni…

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