Amato premier? Il suo nome concilia Pd, Pdl e Monti. Ma nel ’92 decise per il prelievo forzoso

Amato nel 1992

Sono in corso le consultazioni-lampo del Presidente della Repubblica che, verosimilmente, stasera ci consegneranno il nome dell’incaricato alla formazione dell’esecutivo. Tra i papabili, come preannunciato già ieri da Infiltrato.it, spunta il nome anche di Giuliano Amato, nome che potrebbe mettere d’accordo Pd, Pdl e Scelta Civica (invotabile, invece, per i Cinque Stelle). Lo stesso Giuliano Amato che, nel 1992, decise per il prelievo forzoso dai conti correnti per permettere l’entrata dell’Italia nel Trattato di Maastricht. La stessa misura minacciata oggi nei confronti di Cipro e che potrebbe ripresentarsi anche per il nostro Paese. L’unica soluzione è un nome-altro (“pseudo-tecnico” come l’ha chiamato oggi Grillo). Tra gli altri si preme, ancora, per Stefano Rodotà.

Non è proprio una carezza, questo non è uno dei momenti più allegri. I contribuenti ora si devono mettere una mano sul cuore e una sul portafogli. Ma se riusciremo nei nostri sforzi la parola stangata la potremo mettere nel frigorifero”.

No, non è un discorso pronunciato oggi, anche se potrebbe essere facilmente confuso con quanto detto negli ultimi mesi. Non è cronaca di attualità, ma parole pronunciate più di venti anni fa, l’11 luglio 1992. A parlare il ministro delle Finanze di allora, Giovanni Goria. Era il tempo del governo retto dal socialista Giuliano Amato e quelle parole preannunciarono il decreto più odiato della storia repubblicana, quello del prelievo forzoso: il 2 per mille sugli immobili e 6 per mille su depositi bancari e postali.

Quella mossa fu voluta direttamente dal Presidente del Consiglio di allora.

Furono giorni interminabili, al cardiopalma, riunioni anche notturne tra le forze politiche di maggioranza (allora l’esecutivo era retto dal quadripartito Dc, Psi, Psdi, Pli) con i sindacati, con il Presidente della Repubblica (Oscar Luigi Scalfaro), il Presidente della Banca d’Italia (Carlo Azeglio Ciampi) e con la triade dei ministeri economici: al Tesoro c’era un tecnico, Piero Barucci; al Bilancio un socialista, Franco Reviglio; alle Finanze un democristiano, appunto Giovanni Goria. 

La misura, a detta di Amato, fu inevitabile: bisognava rientrare nei parametri di Maastricht per permettere all’Italia di entrare nell’euro e abbandonare la lira. Fu, come detto, una delle mosse più odiate di sempre (anche più di quelle adottate da Mario Monti nell’ultimo anno).

Anche perché accanto al prelievo forzoso dai conti correnti e postali, spuntava la patrimoniale, la liberalizzazione degli affitti e della fine dell’equo canone, l’aumento dell’età pensionabile a 65 anni, la detassazione degli utili reinvestiti e, infine, una serie di privatizzazioni. Il decreto Amato, insomma.

Di quello stesso Giuliano Amato il cui nome, oggi, torna preponderante sulla scena politica. È infatti, come annunciato già ieri dopo il colloquio tra Bersani e Napolitano, uno dei papabili ad un governo del Presidente.

Il motivo è presto detto: l’ex socialista potrebbe facilmente giungere ad una larga maggioranza potendo contare sull’appoggio scontato di Pdl (che proprio oggi ha parlato di “governo di coalizione col Pd”), Scelta Civica e dello stesso Partito Democratico. Invotabile, invece, per i Cinque Stelle, anche e soprattutto per l’ombra del prelievo forzoso.

Già, l’ombra. Non è detto, infatti, che tale provvedimento non possa tornare di stretta attualità. E non solo perché potremmo rivedere come inquilino di Palazzo Chigi l’ideatore di tale decreto. Sono anche altri i fattori che portano a pensare (e a temere) che si possa giungere al prelievo. Innanzitutto per la questione Cipro, nei confronti di cui questa possibilità è stata avanzata nei giorni scorsi come l’unica possibile per restare in Europa e permettere la stessa esistenza dell’Unione. Senza dimenticare, poi, che alcune settimane fa la banca tedesca Commerzbank aveva ipotizzato, come soluzione emergenziale per la riduzione del debito del nostro Paese, a una tassa patrimoniale, con aliquote comprese fra 15 e 20 per cento: “potrebbe essere una via di breve termine per evitare il peggioramento dei conti pubblici italiani nei prossimi anni”, diceva la banca tedesca.

Cosa accadrà questa sera al termine delle nuove consultazioni di Giorgio Napolitano? Possiamo solo aspettare. Quasi certo un governo del Presidente. Si tratta solo sul nome. Come detto quello di Giuliano Amato potrebbe mettere d’accordo centrodestra e centrosinistra. 

Il Pd, però, sa che questo significherebbe giocarsi tutta la credibilità in vista delle prossime elezioni (che non dovrebbero comunque tardare ad arrivare. Si pensa ad ottobre o ad aprile 2014, in concomitanza con le europee). Una soluzione potrebbe allora essere quella di un governo “pseudo-tecnico” come l’ha chiamato Grillo che finalmente ha capito che, spesso, la politica è altro che semplici post sul blog. Tanti i nomi alternativi a quello di Amato e che potrebbero portare ad un esecutivo retto da una maggioranza Pd-Cinque Stelle. Su tutti tiene ancora il nome del giurista e costituzionalista Stefano Rodotà. Forti, però, potrebbero essere anche quelli dei presidenti emeriti della Corte Costituzionale Gustavo Zagrebelsky e Valerio Onida, quello dell’ex direttore della Normale, lo storico dell’arte Salvatore Settis. Il Corriere, poi, inserisce nella rosa anche Carlo Galli, eletto nel Pd, ma come indipendente. Tutti nomi davanti ai quali il centrodestra inorridisce: di gran lunga meglio Amato.

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