Storytelling su Lifestyle, Sport, Tech e Food

Andrea Baggio, l’imprenditore veneto che combatte il cyberbullismo: “Sono un Cyber Eroe.”

La fine è il mio inizio, scriveva Tiziano Terzani. E proprio dalla fine dell’intervista vogliamo partire per raccontare la storia di Andrea Baggio, l’imprenditore veneto che con le sue aziende di recupero dati e reputazione online lotta contro il Cyberbullismo.

andrea baggio cyber eroe
Andrea Baggio, l’imprenditore veneto che combatte il Cyberbullismo

Quando gli abbiamo chiesto “se potessi essere un supereroe, quale saresti”, la sua risposta è stata illuminante:

“Uno che non esiste: il Cyber Eroe.”

E nell’epoca dominata dal web, dove persino le guerre si combattono online (i.e. cyberwar), dove milioni di minori vivono quotidianamente la rete senza alcun filtro, l’Uomo Tigre non ha più motivo di esistere e c’è bisogno di un nuovo super eroe: il Cyber Eroe.

Abbiamo incontrato Andrea Baggio all’Hilton Rome Airport di Roma, durante un evento sulla reputazione online, dove ci ha raccontato la sua storia imprenditoriale.

andrea baggio ceo founder reputationup irecovery a roma
Andrea Baggio durante l’evento di Roma

È la storia di un ex ragazzo di 19 anni che, da zero, sfruttando le sue capacità e l’innata propensione dei veneti a fare impresa, è diventato un imprenditore seriale a capo di due grandi gruppi internazionali: ReputationUP, specializzata nella gestione della reputazione online e rimozione link lesivi per aziende, professionisti, personaggi pubblici e amministrazioni; iRecovery, che si occupa di recupero dati, penetration test e analisi forense informatica.

La prima curiosità che mi viene in mente è questa: di solito i grandi imprenditori hanno qualche aneddoto sulla loro adolescenza che ne ha caratterizzato o anticipato il successo futuro.

Aneddoti non so. Però ti posso dire quello che ho imparato.

Prego.

Per fare qualcosa nella vita bisogna sbagliare.

In che senso?

Per arrivare da qualche parte, sbagliare è fondamentale. Molti criticano, ma fallire è la cosa più importante che una persona possa fare nella vita, perché impara a sue spese lezioni che nessun altro gli può insegnare.

A proposito di critiche…

In Italia (e non solo) c’è una fascia di pubblico che vede le aziende di reputation management come realtà imprenditoriali che – semplifico – aiutano politici e farabutti vari a ripulirsi da un passato disdicevole.

Noi non siamo tutte le aziende. Noi siamo ReputationUP e abbiamo un codice etico.

Quindi?

Quindi è chiaro che si parte da un presupposto.

Quale?

Una persona che ha commesso un reato molto grave 10 anni fa e che oggi ha scontato tutte le pene – e quindi per la legge italiana è una persona libera – ha diritto a rifarsi una vita. E nel 2019 questa persona non può rifarsi una vita se non è in grado di avere una reputazione 100% pulita.

In teoria il Diritto all’Oblio dovrebbe servire proprio a difendere questo principio…

Ma in pratica non funziona o funziona male. E quindi deve esserci qualcuno che offre un aiuto, che trova una soluzione per arrivare all’obiettivo.

Ti dico chiaramente quello che penso: i giganti del Web hanno tempi di risposta peggiori della burocrazia italiana. E per rimuovere contenuti lesivi ti fanno aspettare anche anni. Con risultati catastrofici, come nel drammatico caso di Tiziana Cantone.

È giusto affidarsi alla legge e credere nella legge. Però una persona non può morire perché la legge è lenta o inefficiente. 

In Italia qualche inutile benpensante potrebbe tacciarti di fare discorsi sovversivi.

Ti faccio un esempio.

Vai.

Un medico chirurgo che si trova ad affrontare la morte di un paziente per cause naturali o per uno scompenso cardiaco.

In questo caso il dottore non ha nessuna colpa reale ma viene accusato ingiustamente e finisce nel tritacarne mediatico.

Il dottore, che ha impiegato 30 anni per costruire una stimata e onorata carriera, viene travolto da un attacco reputazionale che comporta – oltre ad una serie di stress emotivi, psicologici e legali – anche la perdita di clienti.

Del resto, dopo aver cercato referenze su quel medico nel web, chi mai andrebbe a comprare servizi da lui! 

Quello che io ti domando è: una persona che ha una crisi reputazionale può aspettare due anni che la legge vada avanti e che la crisi finisca?

No, ma le domande le faccio io. E ti chiedo: concretamente, cosa avresti potuto fare per salvare Tiziana Cantone?

Immagino che la famiglia all’epoca si sia rivolta alla polizia postale e la polizia postale abbia risposto che loro – senza un mandato del garante della privacy o del giudice – non possono fare un intervento per l’eliminazione dei contenuti online.

Sicuramente se veniva da noi avevamo delle soluzioni che le avrebbero permesso di eliminare in poco tempo quei contenuti lesivi online.

Mettiamo un momento in stand-by l’annosa questione del Cyberbullismo e torniamo sul percorso imprenditoriale che ti ha portato dove sei oggi. 

Ho un’altra curiosità. 

Dimmi pure.

A scuola eri tra quelli che si mettevano all’ultimo banco? Eri il secchione di turno? O magari eri quello che vendeva le merendine agli altri? 

Ero conosciuto da tutti come quello che poteva risolvere un problema al computer. Che da una parte era un po’ uno sfigato e dall’altra quello che aveva sempre la soluzione.

Un nerd.

Non proprio un nerd ma da una persona che si approcciava, già da molto piccolo, con i computer e quindi aveva delle capacità che altri ragazzi della scuola non avevano. 

Qual è stato il tuo primo computer?

Olivetti PC1.

Nel cammino che dall’Olivetti PC1 ti ha portato a dirigere un gruppo internazionale, la tua famiglia ti ha supportato? 

Sempre. Al 100%. Quando ero piccolo mia mamma e mio papà hanno assecondato entrambi la mia passione per l’informatica. Sbagliavo, imparavo, rompevo i computer per apprendere nuove informazioni e loro mi compravano un nuovo PC. Mi permettevano di sperimentare, cosa fondamentale per un bambino. Era il 1994, nel boom dell’era informatica.

Il Veneto è la tua regione d’origine. A Castelfranco Veneto ci sono le sedi italiane di iRecovery e ReputationUP. Proprio il Veneto è la culla di alcune tra le più grandi imprese italiane, note anche per la loro capacità di fare networking, condividere le informazioni e conquistare nuovi mercati insieme.

Come pensi che la tua regione di nascita abbia influenzato la tua crescita personale e professionale?

Il Veneto è la regione dei grandi lavoratori, gente che si alza al mattino e ancora prima di svegliarsi sta pensando a nuove soluzioni di business o a come vincere sui competitors.

Sicuramente se nascevo in un’altra regione la mia storia poteva anche essere uguale ma stando in Veneto cresci con quello che hai intorno: con gente che sta correndo, che sta lavorando, che fin da piccolo ti fa capire che nella vita bisogna avere degli obiettivi.

In Veneto il lavoro è come l’aria. 

E nascere in una realtà del genere è diverso che nascere altrove dove magari le priorità sono differenti.

rapporto unioncamere veneto 2015 economia
Fonte: Venetoeconomia.it

Quando hai creato la tua prima vera impresa? 

Nel 2002, dopo due anni di lavoro dipendente in una ditta di informatica, ho aperto la mia prima azienda, una società unipersonale. Dopo un paio d’anni la direzione era già quella del recupero dati.

Quali ostacoli hai dovuto superare?

Ovviamente siamo in Italia e la problematica principale era legata ai finanziamenti. Sei giovane, vuoi fare qualcosa e nessuno ti dà i soldi. Anche in questo caso, se non c’era aiuto dalla famiglia poco si faceva. In italia mettersi in proprio e cercare di fare qualcosa è complicato. Oggi lo dico perché ho vissuto questa situazione e perché vedo quello che c’è negli altri paesi, dove riescono a dare delle risorse ai giovani. In Italia siamo al paradosso per cui le risorse vengono mal gestite o non vengono addirittura spese, come nel caso dei fondi europei che tornano indietro.

Cashflow, avviamento e burocrazia sono mostri che ogni imprenditore deve sconfiggere.

Aggiungici anche che era un’epoca particolare, in cui per alcuni servizi non veniva data grande fiducia a un ragazzo di 19 anni.

Hemingway diceva che il modo migliore per scoprire se ci si può fidare di qualcuno è di dargli fiducia.

E infatti è arrivato un momento in cui il livello di esperienza della mia persona era tale che non potevano più non credermi quando andavo a vendere un servizio. Ma è stato un processo tutt’altro che semplice.

Quella piccola prima impresa si è trasformata poi in iRecovery.

Ci sono state anche altre realtà nel mezzo, aziende aperte che non sono andate bene, dove ho sbagliato e imparato dall’errore. E proprio da un errore è nata iRecovery.

In che senso?

Nella mia attività da informatico un cliente mi aveva chiesto di formattargli e pulirgli il pc. Un collega, però, si era dimenticato di 

scrivere nel foglio di lavoro che oltre alla formattazione bisognava anche fare un backup dei dati.

Un disastro…

Avevamo cancellato al cliente le foto di una vita. Ci siamo quindi trovati davanti un grosso problema da risolvere: come recuperare quei dati cancellati per uno sbaglio?

All’epoca in Italia non c’erano aziende di recupero dati e in questo campo operavano solo poche imprese straniere con piccole succursali nel nostro paese.

Alla fine abbiamo trovato un’azienda tedesca che ci ha risolto il problema e recuperato le foto del nostro cliente.

Sospiro di sollievo: e poi?

Il giorno dopo ci siamo fatti un’altra domanda: perché in Italia non c’è nessuno che abbia laboratori e svolga questo tipo di lavoro?

Da lì è nato tutto quello che oggi è il marchio iRecovery.

Ed è nato unendosi con altre aziende e inglomerando all’interno della struttura persone che oggi hanno 22 anni di esperienza nel data recovery: parliamo dei pionieri, persone che hanno inventato nuove tecniche di recupero dati e che hanno dato all’azienda un know-how ricchissimo e la possibilità di dire: “Signori, noi abbiamo 22 anni di esperienza.”

Da qui, grazie anche a un po’ di fortuna, c’è stata la volontà di andare fuori dall’Italia per allearci con aziende negli Stati Uniti, America Latina ed Europa.

Ci siamo uniti sotto lo stesso marchio e oggi possiamo dire che abbiamo sede in 3 continenti.

La sede iRecovery di Panama
La sede iRecovery di Panama

Praticamente il vostro vantaggio competitivo sul mercato è l’esperienza.

Che non crei da un giorno all’altro, tanto è vero che garantiamo ai nostri clienti il recupero dati.

Perché oggi è importante che aziende e privati mettano in sicurezza i propri dati?

Perché le informazioni sono tutto e valgono più dei soldi.

Dal recupero dati (iRecovery) alla reputazione online ( ReputationUP) il passo è breve: qual è il legame tra queste due realtà?

C’è di mezzo l’analisi forense investigativa informatica, quindi la possibilità di periziare tutte le informazioni contenute all’interno di un supporto digitale.

Abbiamo lanciato – tra i primi tre in Europa e primi in Italia – questo servizio nel 2005. 

Perché l’analisi forense è legata al recupero dati? 

Di fronte a un reato, una volta la polizia cercava indizi con i pedinamenti  o con delle prove fisiche. Oggi il 95% delle prove sono digitali: una chiamata, una mail inviata, una posizione GPS.

Quando una persona compie un furto di dati o un reato informatico cosa fa?

Le domande le faccio sempre io…

…cerca di eliminare le prove del reato. E noi siamo specializzati sia nel recuperare i dati che nel trovare le prove del furto. 

Facciamo un esempio concreto.

Il furto di un brevetto industriale.

Spiegati meglio.

Nell’80% dei casi è un reato che nasce dall’infedeltà lavorativa, quindi da un dipendente che ha rubato informazioni dall’azienda. 

E voi cosa fate per aiutare l’azienda?

Estrapoliamo dalle reti tutte le informazioni che possiamo estrapolare e periziare per dare prova certa di chi sia stato a commettere il furto e come abbia commesso il reato.

Accompagnate anche l‘azienda in tribunale per la presentazione delle prove in un eventuale processo?

Certo. E a quel punto, in teoria, il nostro lavoro sarebbe finito.

Invece? 

Nel momento in cui l’azienda vuole evitare che in futuro accadano eventi simili, andiamo a mettere in sicurezza le reti aziendali. Per farlo, prima operiamo con dei penetration test, quindi attacchi informatici, per capire dove sono le falle in azienda e poi chiudiamo le falle.

Immagino che nel caso del furto di brevetto, oltre alla sicurezza della rete, entri in gioco anche la reputazione dell’azienda. 

Se le informazioni contenute nel brevetto industriale escono al pubblico, c’è un danno di immagine per il brand, per l’azienda e per tutto ciò che è connesso ad essa.

E ovviamente in questo caso ci vuole qualcuno che sappia dire all’azienda come muoversi e cosa fare per evitare una crisi reputazionale su un brand che magari vale milioni di euro.

Certo. Ti confesso, però, che di reputazione aziendale ci siamo occupati solo in un secondo momento.

Come siete entrati allora nel mondo della reputazione online?

All’inizio attraverso attività benefiche di supporto a vittime di Cyberbullismo e Pedopornografia. 

Cosa intendi per supporto?

Rimozione di tutti quei contenuti pericolosi non per la reputazione lavorativa ma addirittura per la propria sicurezza fisica e personale.

Ogni individuo ha diritto alla vita, alla libertà ed alla sicurezza della propria persona.

Articolo 3 della Dichiarazione Universale dei diritti umani

Immagino però che le attività di ReputationUP non siano solo benefiche.

Abbiamo collaborato con i giganti del Web – Google e Facebook su tutti – per studiare le migliori soluzioni di contrasto a quei fenomeni. Da qui nasce tutto quello che è poi reputazione online, quindi la nostra esperienza su come e quali sono le soluzioni per garantire l’eliminazione di un link lesivo dalla rete.

In sostanza ReputationUP è stata un’evoluzione naturale rispetto a quello che vi chiedeva il mercato. I vostri clienti avevano anche un altro problema da risolvere, oltre al recupero dati, e voi avete ascoltato le loro esigenze.

Il nostro spirito è sempre stato quello di proteggere il cliente e aiutarlo a sviluppare il suo business.

Hai qualche aneddoto da raccontare sulla nascita di ReputationUP?

Innanzitutto lasciami dire che siamo 3 soci, due in Europa e uno in Colombia.

ReputationUP inizialmente non era solo un marchio ma un gruppo di persone che facevano già da tempo delle attività di data recovery e reputation management, in un settore emergente ancora poco conosciuto.

Fino a pochi anni fa, quando il potere del web non era così sviluppato e non c’erano i social, non esistevano le crisi reputazionali online per le persone più esposte mediaticamente. 

E tanto meno esisteva il sentimento di protezione nei confronti della propria reputazione e della reputazione dell’azienda. 

Insomma, non parliamo di un’impresa nata da un giorno all’altro.

Assolutamente no. Quello che posso dire con estrema chiarezza è che il progetto di ReputationUP, che oggi si espande nel mondo con varie sedi proprie, oggi non fa solamente reputazione online ma è un’azienda di intelligence che si occupa di servizi governativi, come World Check.

E negli ultimi 3 anni abbiamo reso ReputationUP alla portata di tutti. 

È il momento giusto? 

Oggi una reputazione danneggiata crea danni alla mamma, all’imprenditore, alla multinazionale, a qualunque tipo di persona. Perché oggi chiunque, prima di incontrarti, prima di comprare il tuo servizio o il tuo prodotto, ti va a cercare in internet.

Quando i dati vengono rubati e la reputazione personale screditata attraverso la diffusione online di materiale sensibile, ecco che si parla di cyberbullismo: tu sei un paladino della lotta al cyberbullismo. Perché hai sposato questa causa?

effetti del cyberbullismo sui ragazzi
Fonte: Reputationup.com

Una volta il bullismo lo trovavamo tra i banchi di scuola.

Oggi che ogni bambino ha uno smartphone in mano tutto finisce in rete e il bullismo diventa cyberbullismo. Purtroppo i ragazzi non sanno come usare il telefono.

Ci vorrebbero delle ore di lezione anche a scuola per insegnare cos’è il cellulare, come utilizzarlo e cos’è la rete…

Siamo già in contatto con diversi istituti scolastici per avviare un programma specifico su come usare la rete in modo corretto e sicuro.

Perché i danni di oggi possono ricadere sui ragazzi anche in futuro.

In che senso?

Oggi molti usano Facebook come il divano di casa dove buttare tutto quello che vogliono. Ma purtroppo non è così. Ti faccio un esempio concreto.

Meglio.

Un uomo di 35 anni, laureato, che si sta avviando verso la carriera magistrale. È venuto in sede e mi ha detto che ha un problema legato ad azioni passate più o meno disdicevoli, risalenti a quando era più giovane, che ha condiviso in rete.

Ora quei contenuti rappresentano un problema per la sua carriera magistrale.

Cosa ti senti di dire ai ragazzi?

Che il web non dimentica. Su internet trovo anche informazioni di trent’anni fa. Una volta, se combinavi qualche guaio nel paesino dove vivevi, cambiavi paese e nessuno sapeva niente. Oggi sei cittadino del mondo: con internet sei raggiungibile e identificabile ovunque tu vada. 

Come possono le istituzioni contrastare questo fenomeno?

Allora, le soluzioni sono due: una, che scarterei a priori, è la possibilità di bloccare alcuni accessi ai minori. Ma questo vorrebbe dire chiudere un canale che è nato per essere libero. Volerlo limitare sarebbe l’inizio della fine.

E la seconda soluzione?

Formazione. In Italia ci sono soggetti da ammirare, come per esempio alcuni reparti della Polizia Postale, che ogni anno passano per le varie scuole, soprattutto medie superiori, a formare genitori e alunni sull’utilizzo della rete, su cos’è il cyberbullismo, sugli aspetti positivi e negativi del web.

Oggi una vittima di bullismo non viene attaccata solo dai compagni di scuola ma da milioni di leoni da tastiera che non sanno nemmeno di cosa stanno parlando. 

Purtroppo molti ragazzi non hanno la struttura mentale e i mezzi per affrontare la gogna pubblica.

C’è un consiglio utile che puoi dare a chi è vittima di cyberbullismo? 

Da una parte, non dare troppo peso a quanto accade in rete: chi ti conosce e ti vuole bene sa già chi sei. Quindi ragiona un po’ su questo.

Ovviamente, però, quello che accade in rete te lo porti anche a casa.

Negli ultimi due anni abbiamo visto vittime di cyberbullismo camminare per strada, essere riconosciute, derise, insultate anche per notizie false – le fake news – che qualcuno ha trasformato in vere. 

A tal proposito ti anticipo che ci stiamo attivando nella creazione di una fondazione internazionale per la tutela e la formazione dei minori connessi in rete.

E quindi la cosa migliore da fare qual è?

Affidarsi a persone esperte che possono aiutarti. 

Ad esempio, ReputationUP garantisce l’eliminazione entro 1 ora di un qualsiasi video lesivo caricato su Youtube o altre piattaforme.

Qual è il traguardo personale di cui vai più fiero?

L’aver capito che quando una persona sbaglia non è caduta a terra ma ha imparato qualcosa in più e ha più capacità di prima. 

Questo atteggiamento mentale è tipico degli imprenditori di successo.

Tieni presente che il 90% delle persone al primo errore si butta a terra e fa fatica a rialzarsi. 

Qual è il successo professionale di cui vai più fiero?

Essere riuscito a creare, partendo da zero, più strutture che oggi sono conosciute nel mondo.

Usciamo dal lavoro e facciamo un pò di amabile cazzeggio: ti va?

Vai.

Ultimo libro letto?

Più di uno sulla riprogrammazione mentale.

Il viaggio più bello?

In una zona a nord di Branzaville, Congo, nel bel mezzo alla Foresta Nera, dove non c’è nessuna possibilità di comunicazione con il resto del mondo.

Film preferito?

Top Gun.

Serie tv preferita?

CSI.

Il sogno nel cassetto?

Arrivare a 50 anni e poter smettere di lavorare.

Il sogno che hai realizzato?

Uno degli ultimi, realizzato insieme al mio socio, è la possibilità – che prima non avevamo –  di muoverci in elicottero.

andrea baggio e juan ricardo palacio soci elicottero
Andrea Baggio con il socio Juan Ricardo Palacio e il loro sogno…

Se potessi essere un supereroe saresti…

Uno che non esiste: il Cyber Eroe.

Aforisma che ti rappresenta?

Non mollare mai perché se cadi sei per terra e puoi solo rialzarti.