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AGROMAFIA IN MOLISE/ Dove finisce l’oro rosso?

19 agosto 2010 Serafino Bulmetti, allora Presidente dei giovani di Confagricoltura, così parlò: “Le industrie ormai fanno il loro comodo”, riferendosi a quelle campane. Ed aggiunse: “È un’operazione di camorra”. Oggi a distanza di due anni, all’inizio della ‘campagna rossa’, quando il pomodoro è solo una piantina, abbiamo ascoltato ancora Bulmetti il quale ci ha candidamente detto: “Il rischio che si corre è un nuovo 2010”.

di Alessandro Corroppoli

Nella XIII edizione del rapporto ”Le mani della criminalità sulle imprese”, Confesercenti e Sos Impresa, sottolineano che il ramo commerciale della criminalità mafiosa e non, che incide direttamente sul mondo dell’impresa, da sola sfiora i 100 miliardi di euro, pari a circa il 7 % del PIL nazionale. Dalla filiera agroalimentare al turismo, dai servizi alle imprese e alla persona  agli appalti, dalle forniture pubbliche al settore immobiliare e finanziario. Sono oltre un milione gli imprenditori vittime di un qualche reato, un quinto degli attivi.

Anche il Molise non è immune da infiltrazione mafiose tanto è vero che spesso in questi anni abbiamo sentito dire dal procuratore della Repubblica di Campobasso Armando D’Alterio : “Il Rischio di penetrazione e ramificazione delle mafie in Molise è molto alto”. Con Bulmetti, ora diventato uno dei dirigenti di punta di Confagricoltura Molise, ci siamo soffermati sullo status quo del pomodoro molisano e dalla chiacchierata fatta sono emerse tutte le sue preoccupazioni in merito alla prossima campagna dell’oro rosso.

Ma prima torniamo a quell’agosto di due anni fa quando il pomodoro marciva sui terreni perché i Tir non passavano a caricare e ritirare il prodotto. Gli imprenditori agricoli denunciavano la speculazione  sulle pepite rosse: il pomodoro inizialmente contrattato a  7 euro ,per quello tondo, ed euro 8 per quello lungo veniva pagato solamente a 5 euro se in buone condizioni e a  4 euro per quello ormai smaturato, senza far più la differenza tra le due qualità. Il tutto, appunto, per colpa di quelle industrie che non ritiravano il prodotto o meglio speculavano sullo stesso con tutto l’intento di controllare non solo il mercato da un punto di vista materiale ma anche e soprattutto da un punto di vista economico. Allora ci si è posti la seguente domanda: dove finisce l’oro rosso del Basso Molise?

Il 30% viene lavorato nel foggiano da un’azienda salernitana, il resto va in Campania: “In Campania i pomodori sarebbero proposti a 2mila euro a ettaro mentre ne occorrono 6mila ad ettaro – ancora Bulmetti. 

Infatti il 29 ottobre 2010 a Salerno un blitz dei carabinieri presso il porto commerciale ha permesso di bloccare 18 container diretti verso gli Stati Uniti d’America che contenevano falsi pelati San Marzano. Il reato contestato: contraffazione di indicazioni geografiche della denominazione di origine dei prodotti agroalimentari.

358 tonnellate di falso pomodoro San Marzano sequestrato presso il porto commerciale di Salerno per un valore commerciale di 275 mila euro e secondo gli accertamenti fatti il pomodoro proveniva non dall’Agro sarnese – nocerino (la patria del San Marzano) ma bensì dal Foggiano (Bisogna tener presente che quando si parla di foggiano e di pomodoro è coinvolto anche il territorio molisano. Ad oggi non esistono mappature al tema che diversificano la regioni) , dalla capitanata dove anche i nostri produttori hanno venduto il loro prodotto.

Oggi a distanza di due anni oramai da quell’agosto Serafino Bulmetti ci dice: “ Il rischio è un nuovo 2010 perché con la crisi economica  i magazzini son pieni di prodotto invenduto e sicuramente la speculazione sul prezzo sarà all’ordine del giorno”. In sostanza il rischio sarebbe quello che le aziende chiedano agli imprenditori agricoli di coltivare quantità maggiori di pomodoro in modo che lo stesso poi, essendo in esubero, venga utilizzato come indice ricattatorio economico.

Generalmente in Italia vengono prodotti dai 25 ai 28 milioni di quintali di pomodoro ma altrettanto generalmente le aziende ne chiedono 50 milioni. La domanda è: perché?

Perché in questo modo il prodotto in eccesso viene lasciato maturare all’inverosimile sotto il sole cocente di luglio-agosto e quando viene raccolto viene pagato sottocosto.

“Coltivare un ettaro di terreno a pomodoro”, ci dice Bulmetti, “costa tra i 6 mila e 7 mila euro. Il pomodoro coltivato nei nostri terreni è il pomodoro lungo e quello Tondo. Ovviamente hanno costi differenti  il primo, lungo, 8.50 euro il quintale e 8.00 euro il quintale il secondo ovvero quello tondo”.

La prima fregatura la si ha nella fase del peso. Mediamente un ettaro produce 800 quintali  di pepite rosse. Al momento della pesa  a questa cifra viene sottratto un 5% di materiale inerte (terra, pietre, ecc) ma se il 5% viene superato il costo del prodotto vola verso il basso. Infatti dopo il 5% si ha una griglia percentuale (10 – 15 – 20 %) che incide sul prezzo finale del carico. Quindi il rischio è che un carico di pomodori tondi passi dalle 8 euro di partenza a 6 euro.

La seconda fregatura la si ha quando c’è la raccolta sul campo. Sempre più spesso i tempi per il ritiro della merce vengono spropositatamente allunganti di fatto andando a ritirare un pomodoro “praticamente” sfatto. Così facendo il  frutto rosso non viene più diversificato come tondo o lungo ma comepassato” (salsa) e il costo scende vertiginosamente già in ingresso allo stabilimento di trasformazione con il rischio che possa scendere ancora se il carico dovesse superare il 5% di cui sopra.

Quindi il rischio per questo 2012 è che il pomodoro venga forzatamente svenduto sottocosto dagli imprenditori senza che nessuno possa intervenire sia per monitorare gli ettari da coltivare e ne tantomeno possa imporre un prezzo minimo garantito sotto il quale non si debba scendere.

I prezzi che si pensano oggi per il pomodoro sono totalmente fuori da ogni logica di mercato. Perché viene proposto agli imprenditori di produrre sottocosto quando invece tutti gli altri costi aumentano? Perché se mediamente le spese di produzione sono aumentate del 30%il costo del pomodoro addirittura si è ridotto rispetto alla scorsa campagna?

Queste sono solo alcune delle domande che meriterebbero non un risposta tanto per darla ma, bensì una riflessione molto più ampia su quello che è lo stato in cui versano le condizioni di lavoro di decine di imprenditori agricoli molisani.

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