Mafia, Di Matteo non va a Milano per rischio attentato. Il Governo sta a guardare anzi, minimizza

Di Matteo doveva essere a Milano, per ascoltare, nell’ambito del processo sulla trattativa Stato-mafia, il pentito Giovanni Brusca – Il timore è che Riina possa aver “emesso sentenza” e che qualcuno possa aver fatto uscire l’ordine dal carcere – E senza le indagini della Procura di Palermo non avremmo scoperto nulla…

 

Se andare o non andare deciderà oggi, ma la preoccupazione per il pm Nino Di Matteo è grande: da domani, e fino a venerdì, la seconda sezione della Corte d’assise di Palermo sarà a Milano, per ascoltare, nell’ambito del processo sulla trattativa Stato-mafia, il pentito Giovanni Brusca, ma ci sono nuovi pericoli per il magistrato minacciato da Totò Riina. Nuovi segnali di cui si sa poco, ma che hanno portato – domenica – a una convocazione d’urgenza, al Viminale, dei procuratori di Palermo e Caltanissetta, Francesco Messineo e Sergio Lari.

Fino a ieri la trasferta milanese di Di Matteo era annullata. La tensione è alle stelle, a Palermo e non solo. Milano era la sede scelta dal collegio presieduto da Alfredo Montalto, per motivi di sicurezza della persona di Brusca: ora però proprio nel capoluogo lombardo potrebbero esserci nuovi pericoli per Di Matteo.

Il pm è stato oggetto di pesanti affermazioni di Totò Riina, intercettato nel carcere milanese di Opera durante la «socialità», le ore d’aria che trascorre con un detenuto pugliese, Alberto Lorusso. In quel contesto, il capo di Cosa nostra, che nel processo trattativa è imputato, aveva commentato le prime notizie uscite sulle sue minacce a Di Matteo e l’ipotesi di trasferire il magistrato in una località segreta, con una frase ritenuta molto significativa: «Tanto sempre al processo deve venire».

Ma il nuovo allarme non è dovuto solo a questo. Ci sono altri segnali, c’è il pericolo legato al fatto che Lorusso non è monitorato come Riina e dunque eventuali messaggi del superboss, suo tramite – in linea teorica – potrebbero uscire dal carcere.

Sergio Lari non commenta la convocazione da parte del ministro dell’Interno, Angelino Alfano, ma era stato lo stesso capo dei pm nisseni, ospite di Lucia Annunziata, su Raitre a confermare la serietà dei nuovi allarmi per i colleghi di Palermo.

E Alfano, a sua volta, aveva voluto tenere una riunione del comitato nazionale per l’ordine e la sicurezza pubblica a Palermo, la settimana scorsa. Per garantire la sicurezza di Nino Di Matteo, oltre a valutare l’utilizzo del «bomb jammer», che paralizza i congegni attivabili mediante telecomandi, il comitato aveva discusso anche l’ipotesi estrema di far spostare il pm a bordo di un «Lince», un blindato utilizzato dall’Esercito nelle zone di guerra, come l’Afghanistan.

Ipotesi, quest’ultima, poi scartata. Intanto ieri il ministro della Giustizia, Annamaria Cancellieri, ha detto che gli allarmi nati dalle conversazioni di Riina non sono stati percepiti dal Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, perché emergono dalle indagini condotte dagli stessi pm di Palermo. Ma il guardasigilli ha ribadito la propria vicinanza ai magistrati, escludendo di aver voluto ridimensionare la portata del pericolo.

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