RETROSCENA/ Berlusconi e la malavita organizzata – ore contate

Berlusconi è ricattabile dalle mafie? Perchè la criminalità organizzata – che fin’ora lo ha sostenuto – ora gli volta le spalle? L’inchiesta di Bari su squillo e coca party potrebbe nascondere una ben più grave verità: il premier, accerchiato dalle pressioni della malavita organizzata, deve uscire di scena. L’inchiesta di Napoli sui collegamenti dei Letizia va avanti, ma intanto tutto lascia intendere che il capo del governo abbia ormai politicamente le ore contate

Domanda: perché una forza politica largamente maggioritaria, sia per consensi che per popolarità, dovrebbe essere costretta a sbarazzarsi del leader carismatico che l’ha condotta al governo del Paese, conquistando per giunta decine di amministrazioni locali sparse da nord a sud del territorio? Tutti pronti a fare harakiri in nome di non si sa quale processo di moralizzazione interna, mandando all’aria le posizioni più ambite di governo? O moralisti parrucconi che hanno scoperto la loro vocazione puritana proprio quando sono arrivati all’apice di ogni immaginabile aspirazione politica?

L’attacco a Silvio Berlusconi, quella bombetta a grappolo a base di escort da quattro soldi che esplode all’indomani del caso Letizia-camorra, potrebbe avere numerosi mandanti, com’è stato detto. Un dato, però, appare subito fuor di dubbio: fra loro ci sono uomini della sua stessa maggioranza. E non suona certo come una novità che ad allearsi con questa fazione sia quella parte da sempre sotto traccia del Partito democratico che faceva e fa capo a Massimo D’Alema, per anni, fin dai tempi della Bicamerale, compartecipe del patto occulto sull’intangibilità del conflitto d’interessi proprio con lo stesso Cavaliere.

Ed oggi fautore del partito invisibile che, giorno dopo giorno, lo ha messo al muro e lo sta fucilando. Perché Silvio Berlusconi – questo ormai è chiaro – sul piano politico ha davvero le ore contate.
Resta il quesito principe: cui prodest? Torna così in campo quel convitato di pietra che, solo, può offrire un quadro in cui tutto torna e trova una spiegazione logica: i Casalesi.

 

LE INDAGINI DELLA DDA
Bocche cucite, al Palazzo di Giustizia di Napoli. Dopo la notizia – data in esclusiva nello scorso numero di giugno dalla Voce delle Voci – sulle indagini in corso per accertare eventuali collegamenti fra Benedetto Letizia detto Elio, protagonista del Noemigate, e il clan Letizia di Casal di Principe, a distanza di un mese il silenzio è di piombo. Nessuna smentita, richiesta di rettifica o azione giudiziaria è giunta alla Voce (nè all’Unità, che aveva ripreso l’inchiesta) dai familiari della ragazza nè dai suoi legali. Analogamente niente è trapelato dalla Procura, dove secondo voci di corridoio le indagini sulla presunta parentela – e relativi sviluppi – sarebbero tuttora in corso e coperte dal massimo riserbo investigativo.

«Difficile – spiegano in ambienti giudiziari napoletani – che non sia stato emesso un comunicato di smentita nel caso in cui le indagini non avessero dato alcun esito. Più probabile, invece, che si stia dando corso all’accertamento di ulteriori, complessi elementi lungo quel filone».

Vale la pena allora di riepilogare in estrema sintesi il quadro che era emerso dall’inchiesta della Voce di giugno.

Siamo alla fine del 2008 quando l’allora diciassettenne Noemi Letizia appare per la prima volta ad un ricevimento ufficiale organizzato dal premier a Villa Madama. A Natale è alla festa del Milan con sua madre, Anna Palumbo, al tavolo di uno storico big dell’entourage presidenziale, Fedele Confalonieri. La giovane, insieme ad altre ragazze, trascorrerà poi le feste di Capodanno a Villa Certosa. A rivelarlo, una fonte non proprio adamantina: l’ex fidanzato Gino Flaminio da San Giovanni a Teduccio, un passato di guai con la giustizia.

Non si saprà più nulla di lei fino al 26 aprile 2009, sera fatidica del suo diciottesimo compleanno, quando Silvio Berlusconi in persona arriva a Casoria nella ruspante Villa Santa Chiara, sede dei festeggiamenti e, prima del brindisi con la festeggiata, i camerieri e il parentado, si apparta per una buona mezz’ora in una saletta riservata con Benedetto Letizia. La notizia esplode sui giornali di mezzo mondo e si rincorrono le indiscrezioni piccanti. Noemi sarà sua figlia? O un’amante giovane dell’uomo più potente d’Italia? Fin qui il gossip. Unica Voce fuori dal coro, la nostra. Che rivela l’esistenza di un’indagine della Dda sul filone camorra.
MESI DI FUOCO

Che cosa stava accadendo in quegli stessi mesi, fra Napoli e Caserta?
La guerra di camorra era esplosa il 18 maggio 2008 con l’omicidio di Domenico Noviello a Baia Verde, un villaggio turistico di Castelvolturno. Noviello, titolare di un’autoscuola, era un testimone di giustizia: aveva contribuito a far condannare casalesi di spicco come i fratelli Alessandro e Francesco Cirillo. Il 1 giugno sotto i colpi dei killer finisce Michele Orsi, l’imprenditore coinvolto nei traffici di rifiuti che aveva deciso di collaborare con gli inquirenti.

Sempre a giugno si conclude in appello il processo Spartacus a carico della cosca di Casale, con numerose condanne all’ergastolo per uomini del gruppo Bidognetti. Nel corso di un’udienza, allo scrittore Roberto Saviano erano state rivolte minacce di morte attraverso la lettura di un brano da parte di un avvocato dei boss, Michele Santonastaso.

Un’accelerazione imprevista. Quasi una sfida. Un modo eclatante di attirare l’attenzione che non aveva precedenti nel modo di agire della cosca, ormai disposta ad uscire allo scoperto pur di difendere i suoi affari miliardari.
A ottobre un pentito rivela che ci sarebbe un piano del clan per uccidere Saviano entro Natale. Negli stessi giorni le indagini portano alla luce alcuni legami d’affari fra i corleonesi del superlatitante Matteo Messina Denaro e il clan dei casalesi. La guerra, a questo punto, si fa aperta. In gioco ci sono partite come i lucrosi traffici di rifiuti, in Italia, e, all’estero, le attività di riciclaggio che, nella sola Spagna, vedono i Casalesi e i loro più stretti alleati, gli Scissionisti di Secondigliano, impegnati fra l’altro a edificare villaggi turistici in mezza Costa del Sol.

È a quel punto che il Viminale sferra un attacco senza precedenti. Il ministro leghista Roberto Maroni, incurante della presenza nel suo stesso governo di uomini come il sottosegretario all’Economia Nicola Cosentino da Casal di Principe indicato dal pentito Gaetano Vassallo come referente dei clan, in quattro-cinque mesi riesce a portare a segno risultati che i governi della repubblica in oltre sessant’anni non erano riusciti nemmeno a immaginare.
La miccia scoppia dopo la strage del 18 settembre 2008, quando a Castelvolturno i Casalesi uccidono sei immigrati e il titolare di una sala giochi. Il 30 settembre scatta la prima maxioperazione: 127 ordini di custodia cautelare e sequestro di beni per 100 milioni di euro. In manette il gruppo di fuoco del clan, Alessandro Cirillo, Oreste Spagnuolo e Giovanni Letizia. Spagnuolo, che sarà fra i primi a pentirsi, sta dando un importante contributo alle indagini.

Nuovo blitz l’11 ottobre: la Dda partenopea arresta sette dei dieci ricercati del clan Bidognetti. Fra il 7 e il 22 novembre nella rete finiscono altri esponenti fra cui Gianluca Bidognetti, figlio del superboss Francesco (Cicciotto e’ Mezzanotte). Il 14 gennaio 2009 termina la fuga del boss stragista Giuseppe Setola. Nuove operazioni fra marzo e aprile sgominano fazioni del clan operanti anche a Milano, Modena e Reggio Emilia. L’attacco al cuore dei Casalesi culmina il 29 aprile con l’operazione Principe, nell’ambito della quale viene arrestato Michele Bidognetti, fratello del capoclan, e vengono sequestrati beni del valore di 5 milioni di euro. E il 18 maggio a finire dietro le sbarre è anche Franco Letizia (il suo arresto segue di poco quello del padre Armando Letizia), reggente del gruppo criminale.

Non meno stringente il pressing ai danni degli scissionisti di Secondigliano: il 12 febbraio di quest’anno gli inquirenti catturano un personaggio chiave del traffico di stupefacenti sull’asse Spagna-Scampia: il transessuale Ketty, al secolo Ugo Gabriele. A maggio la polizia arresta a Marbella il boss Raffaele Amato e, a Mugnano di Napoli, il pregiudicato Antonio Bastone, latitante dal 2006.

Il rapporto annuale delle Fiamme Gialle, reso noto nei giorni scorsi, in proposito parla chiaro: «L’attività volta all’aggressione dei patrimoni accumulati dai clan camorristici – in particolare dei Casalesi – ha consentito di sequestrare beni e capitali di provenienza illecita per oltre 139 milioni di euro e di proporre, per l’applicazione delle misure di prevenzione patrimoniale, beni e disponibilità finanziarie per un valore complessivo prudenzialmente valutato in oltre 231 milioni di euro». «Un dato – viene ancora sottolineato – decuplicato rispetto a quello del corrispondente periodo del 2008». Ed è lo stesso ministro Maroni a parlare di un “modello Caserta”, «che vogliamo mantenere ed estendere, concentrando l’attenzione sull’aggressione ai patrimoni mafiosi».
Tratto da La Voce delle Voci di Luglio 2009 

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