PROTEZIONE CIVILE/ Stop ai contributi pubblici per la ricostruzione post-calamità. Lo prevede un decreto proposto da Monti

Qualunque calamità naturale si abbatta sul nostro Paese e qualunque possano essere i danni sui fabbricati (dalla abitazioni alle fabbriche), i cittadini non avranno più diritto ad alcun contributo pubblico. Lo prevede un decreto legge, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale solo tre giorni fa, proposto direttamente da Mario Monti. Paradossale che questo stesso decreto miri al rafforzamento della “capacità operativa” della Protezione Civile.

di Carmine Gazzanni

Soltanto una settimana fa davamo la notizia di sei macchine movimento terra (per un totale di 900 mila euro) destinate a L’Aquila, ma mai arrivati a destinazione: sarebbero anni (dal 2009) che la Protezione Civile le tiene ferme. Oggi assistiamo ad un’altra novità che lascia più di un dubbio. Siano terremoti, tsunami o alluvioni non conta: basta con i contributi pubblici per la ricostruzione di “fabbricati a qualunque uso destinati”. I cittadini dovranno provvedere da soli. Le casse dello Stato – lo sappiamo – sono vuote. E queste sembrerebbe siano le conseguenze.

Basta leggere il decreto legge numero 59, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 16 maggio 2012, per rendersene conto. Sebbene infatti nella parte generale si parli della “necessità ed urgenza di emanare disposizioni per il riordino del Servizio nazionale di protezione civile ed il rafforzamento della sua capacità operativa”, all’articolo 2 si dispone un cambiamento che si muove in tutt’altra direzione.

Già dal titolo dell’articolo si intuisce qualcosa: “Coperture assicurative su base volontaria contro i rischi di danni derivanti da calamità naturali”. Su base volontaria, si dice. Nel senso che tutto dipenderà dalla volontà del singolo: se vorrà essere previdente (e soprattutto avrà la possibilità economica per esserlo), potrà farsi una polizza assicurativa. Nel caso in cui ne rimanga sprovvisto e la sua casa venga danneggiata (o addirittura distrutta, come viene specificato nero su bianco), lo Stato non interverrà con aiuti economici.

Si legge infatti nel decreto che è prevista “l’esclusione, anche parziale, dell’intervento statale per i danni subiti da fabbricati”. E si aggiunge – per evitare che qualcuno possa capire male – “a qualunque uso destinati”. Dal negozio, dunque, alle fabbriche. Fino alle case.

Quali garanzie, allora, per il cittadino? Nessuna, salvo il fatto che ora la polizza assicurativa sarà estesa anche “ai rischi derivanti da calamità naturali”.

Facciamo un esempio. Prendiamo un piccolo commerciante che ha la fortuna di avere anche una casa di proprietà. Si abbatte sulla città in cui vive un terremoto devastante. Casa e negozio rimangono fortemente lesionati. Senza alcun aiuto pubblico sarà praticamente rovinato.

L’unica sua salvezza sarà la polizza assicurativa. Ma anche qui i problemi non sono certo di poco conto. Quali potrebbero essere infatti i costi? Ancora non è dato sapere. Non solo. Vengono, infatti, stabiliti i criteri tramite cui stabilire i possibili costi assicurativi. Uno di questi è la “mappatura del territorio per grado di rischi” (art.2 comma 3). Con la conseguenza, però, che cittadini che si trovano ad abitare in territori ad alto rischio sismico, saranno costretti a pagare una polizza decisamente più alta rispetto a quei cittadini che, invece, vivono in zone a basso rischio sismico.

Insomma, si pianifica la pars destruens, senza pensare, nel concreto, una pars costruens che legittimi la prima.

Terremoti, alluvioni e qualsivoglia altra calamità naturale, dunque, saranno a carico del cittadino. Dipenderà soltanto dal suo portafoglio ricostruire l’edificio, la fabbrica, il negozio. Con tanti saluti dallo Stato.

Siamo in crisi, è vero. Ma alcune norme dovrebbero essere inviolabili. Ne va della nostra democrazia.

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