Sicurezza, Difesa e Intelligence

Telecom (s)vende tutto pur di non ricapitalizzare

Cessione di Telecom Argentina, convertendo da 1,3 miliardi, niente dividendi. L’incognita Brasile.

 

Signori, si vende. Non potendo chiedere ai propri soci di aprire il portafoglio, l’amministratore delegato Marco Patuano mette nero su bianco un piano per recupeare 4 miliardi di euro. Prima il tampone da 1,3 miliardi costituito dal convertendo, poi la vendita di Telecom Argentina, di cui l’ex monopolista controlla il 22%, che frutterà un miliardo. Infine la cessione delle torri di trasmissione – 17mila – italiane e brasiliane, che saranno riaffittate e la dismissione di 5 multiplex per le trasmissioni sul digitale terrestre. E niente dividendi per il 2014. 

Se c’era ancora qualche dubbio sulla situazione di estrema emergenza della società, il convertendo ne dà la perfetta misura. Si tratta di uno strumento che non impatta sul merito di credito della compagnia ma al contempo lo riflette molto bene, visto che il rendimento è tra il 5,75 e il 6,5 per cento. Il periodo di collocamento istituzionale è già iniziato e si chiuderà domani, mentre la conversione in azioni privilegiate e di risparmio dell’ex monopolista potrà avvenire non prima del 2016 – con un premio del 125% sul prezzo minimo di conversione – mentre la quotazione partirà a marzo prossimo. Una mossa quasi obbligata, a guardare i conti dell’ex monopolista al 30 settembre: l’utile si ferma a 505 milioni (-27,4% su settembre 2012), effetto di una svalutazione della business unit domestica di 2,1 miliardi, il risultato netto è negativo per 902 milioni (erano 1,8 miliardi nel 2012), i ricavi scendono a 20,3 miliardi (-7,6%) e i margini a 7,9 miliardi (-10,5%). Per fortuna si contrae anche il debito, pari a 28,2 miliardi (-1,26 miliardi) e costa in media il 5,4% di interessi. 

Una frenata in gran parte attribuibile a Italia e Brasile. I ricavi del mercato core domestic (ovvero il retail), che pesa per il 56% del totale, continuano a contrarsi a 11,4 miliardi (-10,2%). Non è una novità: tutti gli operatori perdono terreno, la sfida è rallentare meno degli altri. Tim Brazil, invece, ha perso il 5,6% assoluto sul 30 settembre 2012 a 5,2 miliardi, anche per via dello sfavorevole tasso di cambio, il cui impatto è stato di 673 milioni. Aumenta invece il fatturato di Telecom Argentina, partecipata dall’ex monopolista al 22% a 2,8 miliardi (+1,7%). Eppure, guardando alla marginalità in termini assoluti, la variazione è negativa per tutte e tre le business unit (-12,5% per l’Italia, -9,2% per il Brasile e -3,5% l’Argentina). 

Tornando al piano industriale, gli investimenti saranno di 9 miliardi di euro per arrivare a coprire al 2016 il 50% della popolazione italiana con servizi di fibra ottica. La strategia commerciale per non perdere terreno prevede un accordo, siglato proprio oggi, con Sky per fornire servizi di quadruple play (voce, web, smartphone, tv). Non potendo più competere utilizzando la leva del prezzo, il cambio di rotta si gioca sulla clientela premium. 

Va in soffitta anche lo scorporo della rete, che ha impegnato per mesi analisti e commentatori nel corso della primavera. La separazione non sarà societaria, come chiesto inizialmente dalla Cassa depositi e prestiti, ma funzionale, sul modello dell’inglese Open Reach, divisione di British Telecom. Togliere la rete fissa, per quanto abbia bisogno di ingenti investimenti, sarebbe significato depauperare la compagnia. Un’ipotesi contro cui si è schierato anche il nuovo azionista di riferimento, Telefonica, che continua a puntare su Tim Brazil. Secondo i rumors circolati nella giornata di oggi Telefonica sarebbe pronta a forzare la vendita di Tim Brazil a metà 2014, prima del prossimo ottobre, quando le elezioni nel Paese potrebbero rendere più difficile l’operazione. I pretendenti, com’è noto, sono l’incumbent OI e America Movil del magnate messicano Carlos Slim. Molti operatori hanno poi letto la vendita del 69,5% della controllata in Repubblica Ceca alla Ppf del magnate Petr Kellner –ex azionista rilevante di Generali – per 2,5 miliardi di euro come un modo per fare cassa a servizio di Telecom.

In ogni caso, le linee guida, quelle del piano industriale sono tanto chiare quanto provvisorie. La battaglia vera si giocherà nell’assemblea “imminente”, e se Marco Fossati, azionista al 5% della compagnia tramite la holding di famiglia Findim, riuscisse a prevalere con la lista di indipendenti che sta coagulando, tutto potrebbe cambiare ancora una volta. Certo, chi si aspettava una guerra a suon di deleghe, come quella di Salini per il controllo di Impregilo, è rimasto deluso. Lo ha detto ieri lo stesso Marco Fossati a Londra, a margine della presentazione agli analisti del suo contropiano: la ratio non è opporsi a Telefonica, ma «proporre idee per creare valore per tutti gli azionisti». Attraverso l’unione della sua lista con quella che sta predisponendo Assogestioni in vista dell’assemblea. «Il mio obiettivo è quello di promuovere una Telecom public company», ma per realizzarlo occorre «cambiare prima il consiglio e poi proporre un cambiamento di statuto». Per Fossati come per tutti gli azionisti di minoranza il problema sta nel prezzo che il gigante spagnolo ha offerto all’ex monopolista per rilevare la maggioranza di Telco, holding che controlla la società guidata da Marco Patuano: «Se offre 1,5 euro per tutti, arrivederci e grazie». Appunto.

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