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Competitività del costo delle imprese. L’Italia si conferma ultima in Europa

Lo rivela il rapporto Istat. Anche la pressione fiscale in Italia è superiore di 3,6 punti percentuali rispetto a quella media dei paesi dell’Ue 27.

 

L’Italia è fanalino di coda in Europa per competitività di costo delle imprese: ogni 100 euro di costo del lavoro – si legge nel Rapporto Istat Noi Italia – il valore aggiunto si attestava nel 2010, ultimo anno di confronto con l’Ue a 126,1%, dato peggiore in Ue, contro il 211,7% in Romania. Nel 2011 in Italia la competitività è migliorata (128,5%).

L’indicatore sintetico del successo dell’impresa nel sistema competitivo è calcolato come rapporto tra valore aggiunto per addetto e costo del lavoro unitario. Rappresenta una sintesi della misura di efficienza dei processi produttivi e fornisce, pertanto, indicazioni sulla competitività in termini di costo.

In Italia l’indice di competitività ha perso quasi 10 punti dal 2001 al 2010 (da 135,8 a 126,1) mentre in Romania (prima nella graduatoria) si è passati da 163,4 a 211,7. In Europa l’indice medio nel 2010 era a 144,8 in calo di un punto dal 2001. In calo anche la competitività delle imprese francesi a un passo dalle italiane con 128,8 punti nel 2010. L’Italia è agli ultimi posti anche per dimensione di impresa con meno di 4 addetti in media per azienda (12,2 in Germania, 10,5 nel Regno Unito, 9,3 in Romania). Dimensioni più piccole si registrano solo in Portogallo, Slovacchia, Repubblica Ceca e Grecia. Nel nostro Paese il 30,3% dei lavoratori sono «indipendenti», il dato più alto in Europa (10,5% la media Ue) e pari a quasi quattro volte la Germania (8,4%).

OCCUPAZIONE INFERIORE AL TARGET EUROPEO 

In Italia lavorano solo 61 persone su 100 tra i 20 e i 64 anni un livello che è ancora di 14 punti inferiore al target europeo 2020 (75%). L’Istat sottolinea come nel 2012 per le donne occupate il dato sia ancora peggiore (solo il 50,5%). Peggio dell’Italia fanno solo Spagna (59,3%) e Grecia (55,3%).

Nel 2012 il valore dell’indicatore in Italia (61%) è diminuito di due decimi di punto rispetto al 2011 e presenta uno squilibrio di genere molto forte (71,6% per gli uomini e appena il 50,5% per le donne). La riduzione dell’indicatore osservata nel 2012 è dovuta esclusivamente alla componente maschile (un punto percentuale in meno a fronte di un incremento di 0,6 punti tra le donne). La media europea nel 2012 per l’occupazione è al 68,5%.

L’Italia è uno dei Paesi con la percentuale più alta di disoccupazione di lunga durata, ovvero quella che dura da almeno 12 mesi (52,5% sul totale dei senza lavoro contro il 44,4% della media Ue). Ma nel nostro Paese la media è il risultato di situazioni molto differenti a livello territoriale con il 59,8% di disoccupazione di lunga durata nel Sud e il 37,6% nel Nord Est. E anche per l’occupazione il 61% tiene conto del 70,5% di occupazione del Nord Est e del 47,6% nel Sud. La situazione è ancora più difficile per le donne con appena il 34,3% delle donne del Sud tra i 20 e i 64 anni che ha un lavoro.

CRESCE LA PRESSIONE FISCALE 

Anche la pressione fiscale in Italia nel 2012 (44,1) è cresciuta di quasi tre punti rispetto al 2000 (era al 41,3%) ed è superiore di 3,6 punti percentuali rispetto a quella media dei paesi dell’Ue27 (40,5% in calo dal 41% registrato nel 2000). Il dato italiano – scrive l’Istat – «è risultato complessivamente in linea con la media degli altri paesi europei fino al 2005, mentre successivamente se ne è progressivamente distanziato, segnando valori più elevati». Con riferimento alle maggiori economie europee, nel 2012 la pressione fiscale in Germania e nel Regno Unito risulta inferiore alla media Ue27 (rispettivamente al 40,2% in calo dal 42,1% del 2000 e al 36,8% in calo dal 37,6% del 2000) mentre in Francia risulta significativamente sopra la media Ue27, attestandosi al 46,9% in rapporto al Pil. Al livello più alto di tassazione si trova la Danimarca con il 48,9% del pil ma in calo rispetto al 50,1% del 2000. Segue il Belgio con il 47,3% in aumento dal 46,4% del 2000.

ITALIA SVANTAGGIATA SU WEB E BANDA LARGA 

Il 54,8% della popolazione italiana a partire dai sei anni utilizza Internet, tra questi solo il 33,5% lo fa quotidianamente. La posizione nazionale è decisamente inferiore alla media dell’Ue a 27 pari al 70% di `navigatori´. Il nostro paese è in svantaggio anche sulla banda larga: la quota di famiglie che ha una connessione super veloce è del 55% contro il 73% della media europea. Sono i dati relativi al 2012 diffusi dal rapporto Istat `Noi Italia.100 statistiche per capire il Paese in cui viviamo´.

La posizione nazionale nell’utilizzo di Internet nel contesto europeo – dice l’Istat – è simile a quella di Bulgaria, Grecia (50%) e Portogallo (56%) mentre Svezia, Paesi Bassi e Lussemburgo registrano valori uguali o superiori al 90%. Stessa situazione per la banda larga: dopo l’Italia troviamo solo Bulgaria, Grecia e Romania (intorno al 50%) mentre Svezia, Regno Unito, Danimarca, Finlandia, Paesi Bassi e Germania registrano un tasso di penetrazione che supera l’81%.

A livello territoriale il Mezzogiorno è più svantaggiato. Le regioni più indietro nella diffusione di Internet e banda larga, con un valore più contenuto rispetto alla media nazionale, sono Campania e Calabria; al Centro-Nord brillano la provincia autonoma di Bolzano e il Veneto, oltre dieci punti sopra la media nazionale.

Oltre al divario territoriale c’è quello generazionale. Per quanto riguarda l’uso di Internet, quasi la totalità dei giovani tra i 15 e i 24 anni (9 su 10) si connette al web, più della metà lo fa tutti i giorni. Tra le famiglie costituite da sole persone di 65 anni e oltre appena il 12,2% dispone di una connessione a banda larga, mentre tra le famiglie con almeno un minorenne la quota sale all’84,8%.

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