Un gioco al ribasso

La globalizzazione ha dato alle aziende l’opportunità senza precedenti di entrare in nuovi territori ed espandere il proprio ambito oltre i confini nazionali. Tuttavia, il controllo su esse, incluse quelle transnazionali, per garantire il rispetto dei diritti umani non è riuscito a mantenere il passo. Le attività delle aziende devono essere regolamentate in modo efficace al fine di impedire la ricerca del profitto a spese dei diritti umani.

di Francesco De Ritis – Responsabile campagne gruppo241 Amnesty International

Che nel mondo siano in atto da tempo profondi e radicali mutamenti è sotto gli occhi di tutti, ma con chi, tramite cosa e dove questo processo abbia inizio a volte sembra sfuggire. La possibilità di fruire di beni di consumo e prodotti tecnologicamente avanzati, legati ad uno stile di vita basato sul consumo stesso, era ritenuta indice di indiscusso progresso, mentre ci si dimenticava troppo spesso di chiedersi “come” un cambiamento così rapido – e, in apparenza, positivo – fosse stato possibile. Fortunatamente da qualche anno a questa parte l’analisi sul fenomeno è stata approfondita e, ripercorrendo le vicende riguardanti la catena di produzione, si è arrivati a scoprire la realtà delle persone e dei luoghi in cui si rinvengono i suoi primi anelli.

Scrutando da vicino il fenomeno produttivo, Amnesty International ha purtroppo dovuto registrare gravi mancanze in ambito di diritti umani: come in Nigeria, dove la ricerca sfrenata al petrolio ha non solo determinato una violazione degli standard delle condizioni di vita dei lavoratori delle compagnie petrolifere, ma ha anche devastato gli equilibri dell’ambiente e di tutte popolazioni che abitano il delta del Niger; o in Ecuador, dove l’estrazione delle risorse minerarie nella provincia amazzonica della Zamora Chinchipe è stata effettuata sacrificando i diritti delle popolazioni locali.

La “multinazionalità” della catena produttiva ha inoltre comportato, in tema di controlli, numerosi e gravi problemi di giurisdizione. Anche nei Paesi dove la ricerca sulle condizioni delle persone che producevano e dei luoghi in cui i beni venivano prodotti cominciava ad essere richiesta dal popolo dei consumatori e degli utenti, i governi sono stati costretti a prendere atto della grave difficoltà che si incontrava anche solo nel cominciare un’indagine sulle reali condizioni in cui la vita legata alla catena produttiva si svolgeva: in questo senso le regole imposte dal diritto internazionale hanno rappresentato e rappresentano tuttora un ostacolo insormontabile. Una strada percorribile era stata individuata nella collaborazione con le multinazionali stesse, unico vero “ponte” fra i vari Paesi in cui la produzione, la lavorazione, lo smercio ed il consumo hanno rispettivamente luogo: richiedere a queste di impegnarsi, aderendo a programmi di sviluppo di norme e codici etici sembrava, per i governi, potesse rappresentare una soluzione.

Le cose purtroppo non sono andate come ci si aspettava, ed oggi Amnesty International è costretta ancora una volta a raccogliere la voce di intere popolazioni che vedono ogni giorno calpestati i propri diritti. Ma in una crisi economica di tale portata la preoccupazione che anche gli Stati più “progrediti” in ambito di diritti umani, pur di attrarre facili investimenti per risollevare le proprie economie, cedano dinanzi alle spietate leggi del mercato, è grande. E in un momento delicato come questo, in cui il settore del lavoro è oggetto di riforma in numerose parti del mondo e per questo vulnerabile, incombendo su di esso il pericolo di una forte e massiccia deregulation, l’attenzione di Amnesty International è più che mai necessaria.

Molti esperti economisti sostengono che una diretta conseguenza della globalizzazione è stato l’affrancamento dalla povertà di centinaia di migliaia, se non milioni, di persone. Ma il reale impatto della globalizzazione sulla riduzione della povertà rimane dubbio. Ben prima dell’attuale crisi economica, vi erano evidenti sintomi dell’approfondirsi delle disuguaglianze. Solo per fare un esempio, il numero di persone affette da fame cronica è aumentato dal 1992 in poi.

Migliorare in questo senso rappresenta una sfida durissima, nella quale senza l’aiuto di tutte le parti in causa sarà difficile ottenere un vero cambiamento, un cambiamento tangibile. È ciò che, d’altronde, è emerso anche dalla Business Leaders Initiative on Human Rights, essendosi affermato che “è nell’interesse delle imprese che hanno una visione progressista lavorare con i governi, con le organizzazioni non governative, con i sindacati e con le altre componenti del mondo degli affari per ricondurre i diritti umani nella pratica comune degli affari”. Amnesty International ha dimostrato il suo impegno, di aver svolto il suo ruolo e di voler continuare a svolgerlo, mettendo a disposizione, per giocare la partita dei diritti umani, tutti i suoi mezzi. La consapevolezza di quello che è in gioco sembra essere presenti in tutti, come dimostrano anche le parole di John Ruggie, rappresentante speciale del Segretario generale delle Nazioni Unite per gli affari e i diritti umani, il quale ha sostenuto che “la causa di fondo della difficile situazione odierna tra mondo degli affari e diritti umani sta nei vuoti di governance creati dalla globalizzazione…La nostra sfida fondamentale è trovare il modo per ridurre e colmare tali vuoti rispetto ai diritti umani.”

Alla luce di tutte le analisi effettuate, non rimane che sperare in una azione più incisiva che veda il serio impegno di tutte le parti interessate, nessuna esclusa. I diritti umani non possono attendere.

 

Loading...

Potrebbe piacerti anche Altri dello stesso autore