Che i nostri diritti siano legge

Prova a immaginare che il governo demolisca la tua abitazione, senza preavviso. Non puoi fermarlo e ti ritrovi in mezzo a una strada. I tuoi figli non possono andare a scuola a causa delle tue origini e la tua richiesta di eguaglianza viene ignorata. I diritti economici, sociali e culturali di troppe persone vengono ignorati ogni giorno.

di Marianna Cocca – Vice Responsabile Gruppo Amnesty International 241 – Campobasso

Molte persone non hanno diritto a un alloggio adeguato, al cibo, all’acqua, ai servizi igienico-sanitari, alla salute, al lavoro, all’istruzione o alla sicurezza sociale. Troppo spesso i governi non rispettano gli obblighi derivanti dal diritto internazionale di garantire i diritti economici, sociali e culturali.

L’attività di Amnesty International è tutta incentrata, come si è detto, sull’obiettivo di fare pressioni sui governi affinché essi garantiscano a ciascun cittadino tutti i diritti umani sanciti dalla Dichiarazione Universale del 1948.

In quest’ottica, nell’ambito della campagna internazionale Io pretendo dignità, la nostra organizzazione ha portato al centro del dibattito la tematica dell’accesso alla giustizia, ponendo in rilievo il fatto che la garanzia dei diritti economici, sociali e culturali (oggetto della suddetta campagna), passa necessariamente per la previsione di sistemi giurisdizionali adeguati.

Secondo il diritto internazionale, tutte le persone hanno diritto a un rimedio efficace quando i loro diritti umani vengono violati.

Se non si può accedere a tali rimedi, i diritti umani perdono di significato. Per essere efficaci, tutti i rimedi devono essere accessibili, a basso costo e tempestivi. Un rimedio può essere fornito da un tribunale o da un’altra istituzione che possa accogliere le denunce. In ogni caso, le vittime devono

poter accedere ai tribunali, nei casi in cui questo sia l’unico mezzo efficace per

ottenere un rimedio.

Man mano che i governi e gli organi giudiziari rimuovono gli ostacoli all’applicazione dei diritti, ovunque nel mondo le persone iniziano a rivendicare con successo, dinanzi ai tribunali, i diritti economici, sociali e culturali.

In India, nell’aprile del 2001, l’Organizzazione non governativa Unione popolare per le libertà civili ha presentato una petizione davanti alla Corte suprema indiana, sostenendo che il governo stava violando il diritto al cibo, in quanto non affrontava il problema della malnutrizione cronica.

Nel novembre 2001, la Corte ha stabilito che le razioni minime di cibo garantite alle famiglie al di sotto della soglia di povertà debbano essere obbligatorie per legge e distribuite in modo esteso. La Corte ha obbligato le autorità statali a fornire agli scolari pasti caldi con un certo contenuto calorico e proteico, per almeno 200 giorni all’anno.

In Sudafrica, nel 2000, il governo si rifiutò di fornire il farmaco antiretrovirale Nevirapina, usato per prevenire la trasmissione dell’Hiv da madre a figlio, a tutti coloro che ne avevano fatto richiesta, nonostante 70.000 neonati

venissero contagiati ogni anno. Le autorità avevano deciso che il farmaco dovesse essere distribuito solo in certe località pilota, fino a quando non avessero completamente messo a punto il programma. Tale decisione era stata presa nonostante il supporto in favore del farmaco da parte dell’Organizzazione

mondiale della sanità (Oms) e della commissione sudafricana per il controllo dei medicinali e, inoltre, malgrado la proposta da parte dell’industria farmaceutica di fornire gratuitamente il farmaco per cinque anni.

Nel 2002, la Corte costituzionale del Sudafrica ha stabilito che il governo dovesse consentire e accelerare l’uso del Nevirapina in tutto il settore della sanità pubblica, in modo da assicurare il diritto alla salute.

Altro problema è quello dei costi per ottenere giustizia, che vanno spesso oltre le possibilità economiche di molti, in particolare di quelli che vivono in povertà. Al esempio, le vittime dell’inquinamento da parte delle compagnie petrolifere in Nigeria devono far fronte a spese legali, di viaggio e giudiziarie, a cui si aggiungono quelle per i consulenti tecnici e per ottenere prove scientifiche che dimostrino come l’inquinamento abbia avuto serie conseguenze su di loro.

I governi e gli organi giudiziari nazionali di tutto il mondo devono rendere la giustizia accessibile a tutti.

La strada verso la garanzia di un generalizzato accesso alla giustizia ha visto una tappa fondamentale nel Protocollo opzionale al Patto sui diritti economici, sociali e culturali (Icescr). Il Protocollo permetterà alle persone i cui diritti siano stati violati nel loro paese, e alle quali sia stato negato un rimedio efficace a livello nazionale, di cercare giustizia attraverso le Nazioni Unite.

Le denunce potranno essere accolte dal Comitato delle Nazioni Unite sui diritti

economici, sociali e culturali, ossia una commissione indipendente di esperti

internazionali. Del Protocollo potranno beneficiare non solo le persone che sporgono denuncia ma le decisioni probabilmente influenzeranno i tribunali nazionali e regionali di tutto il mondo. Inoltre, contribuirà a focalizzare l’attenzione sui fallimenti da parte dei governi nel far rispettare i diritti economici, sociali e culturali.

Il Protocollo è giuridicamente vincolante soltanto per quei paesi che ne fanno parte ed entrerà in vigore non appena 10 stati lo avranno ratificato.

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