Dell’Utri è un supereroe

La Corte suprema di Cassazione ha da poco depositato le motivazioni della sentenza di rinvio a nuovo appello per Marcello Dell’Utri, senatore del Pdl e braccio destro di Silvio Berlusconi. Secondo i giudici di Cassazione sarebbero accertati i rapporti che Dell’Utri avrebbe intrattenuto con Cosa nostra, almeno fino al 1982, anno in cui il senatore passò alle dipendenze dell’imprenditore Rapisarda. Secondo la Suprema corte, Dell’Utri sarebbe stato il mediatore tra i boss e Silvio Berlusconi.

di Serena Verrecchia

Il 9 marzo scorso, i vari Berlusconi, Sallusti, Ferrara, Gasparri, Fede, Belpietro e la cupola dei “sacerdoti dell’assoluzione”, avevano brindato alla sentenza della Cassazione che aveva annullato la condanna al senatore Marcello Dell’Utri, bypassando il piccolo particolare del “rinvio a nuovo appello” e inneggiando all’assoluzione.

Stavano già innalzando la figura di Dell’Utri a vittima sacrificale del sistema di giudici comunisti che ordisce complotti e tesse trame segrete alle spalle della politica, quando, pochi giorni fa, è arrivata la deposizione delle motivazioni della Cassazione a bloccare la santificazione.

Per i giudici della Suprema Corte, Marcello Dell’Utri fu mediatore dell’accordo protettivo per il quale Silvio Berlusconi avrebbe versato ingenti somme di denaro alla mafia in cambio della sua sicurezza e di quella dei propri famigliari.

A siglare l’accordo, l’assunzione ad Arcore dello “stalliere” Vittorio Mangano, già condannato per truffa, emissioni di assegni a vuoto, ricettazione, lesioni volontarie, tentata estorsione, e additato, nel maxiprocesso degli anni Ottanta, come “uomo d’onore” da Tommaso Buscetta e Totò Contorno. Lo stesso Vittorio Mangano che Paolo Borsellino definì una delle “teste di ponte dell’organizzazione mafiosa nel Nord d’Italia”.

E Berlusconi, grazie alla mediazione di Dell’Utri e all’impegno profuso da Antonino Cinà, lo assunse come stalliere nella sua villa di Arcore, affidando la propria protezione alla mafia piuttosto che alle forze dell’ordine e allo Stato.

La Cassazione conferma, in sostanza, i rapporti del senatore con Cosa nostra fino al 1978, spiegando che quel che è “rimasto invariato e ripetuto” è “il tema della ricerca e del raggiungimento di un accordo tra Berlusconi e Cosa Nostra per il tramite di Cinà e di Dell’Utri”, accordo “volto a realizzare una proficua e reciproca collaborazione di intenti”.

Il rinvio al secondo grado di giudizio è motivato dal “totale vuoto argomentativo” per gli anni che vanno del 1977 al 1982, periodo in cui Dell’Utri non lavorò più per Berlusconi e passò alle dipendenze di Rapisarda.

I nuovi giudici d’appello dovranno meglio motivare l’accusa, ma il processo non è ancora giunto a conclusione. La prescrizione potrebbe slittare al 2014 e la vicenda giudiziaria del senatore potrebbe giungere ad esiti diversi da quelli da lui auspicati.

Resta la questione morale. Dell’Utri, i cui rapporti con la mafia sono comunque stati accertati, resta un senatore della Repubblica italiana, con tutto il corredo di privilegi e impunità.

A tal proposito, Articolo21 ha lanciato un appello sul web per le dimissioni di Dell’Utri, citando l’articolo 54 della Costituzione italiana, secondo cui “tutti i cittadini hanno il dovere di essere fedeli alla Repubblica e di osservare la Costituzione e le leggi. I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore, prestando giuramento nei casi stabiliti dalla legge”.

Domenico Gozzo, procuratore aggiunto a Caltanissetta, ha ricordato stamattina, in un articolo su IlFattoQuotidiano, un’affermazione di Paolo Borsellino, secondo cui si cade spesso nell’equivoco di considerare un politico non condannato “un uomo onesto”. Egli diceva: “E no, questo discorso non va perché la magistratura può fare soltanto un accertamento di carattere giudiziale, può dire, beh, ci sono sospetti, (…) ma io non ho la certezza giuridica che mi consente di dire quest’uomo è mafioso. Però (…) i politici (…) i consigli comunali o quello che sia, dovevano trarre le dovute conseguenze da certe vicinanze tra politici e mafiosi che non costituivano reato ma rendevano comunque il politico inaffidabile nella gestione della cosa pubblica. Questi giudizi non sono stati tratti perché ci si è nascosti dietro lo schermo della sentenza (…). Il sospetto dovrebbe indurre soprattutto i partiti politici quantomeno a fare grossa pulizia, non soltanto essere onesti, ma apparire onesti facendo pulizia al loro interno di tutti coloro che sono raggiunti comunque da episodi o da fatti inquietanti anche se non costituenti reati”.

Tutti ricorderanno l’alta considerazione che Dell’Utri aveva di Vittorio Mangano, che, nel 2008, a pochi giorni dalle elezioni, definì “il mio eroe”.

Ma se Vittorio Mangano, che in punto di morte si rifiutò di fare dichiarazioni sul senatore e Berlusconi in cambio della scarcerazione, è da considerarsi un eroe, allora Marcello Dell’Utri, nel ciclone giudiziario ormai da diciotto anni, con rapporti accertati con la criminalità organizzata e, nonostante tutto, ancora senatore della Repubblica, è da considerarsi un supereroe.

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