Whatsapp finisce in mano a Zucerberg e gli utenti decidono di cambiare app. Ecco perché

fuga da whats app per la privacy ecco perchè

Dopo l’acquisto da parte di Facebook, gli utenti più svegli , come scrive Repubblica, sono già passati a Telegram, clone di Whatsapp che ha come proprietario un magnate russo (annamo bene) – Col timore degli spioni della NSA e della cessione dei dati privati ai pubblicitari, crescono le app per comunicazioni criptate, come Wickr… – –

 

Milione dopo milione, continua la lenta emorragia di utenti dei servizi di messaggistica che lasciano Whatsapp – l’applicazione venduta a sorpresa dal fondatore, Jan Koum, a Facebook poco più di due settimane fa – per passare a piattaforme alternative.

Ragazzi e adulti che temono di ritrovarsi controllati in tutte le loro scelte di vita e di consumo dall’occhio inquisitore dell’azienda di Zuckerberg, passano a Snapchat, a Line, ma soprattutto a Telegram: un vero e proprio clone russo di Whatsapp che nei giorni scorsi ha guadagnato parecchi milioni di utenti. Cinque milioni li ha conquistati in un solo giorno, il 22 febbraio, quando, 48 ore dopo l’annuncio dell’acquisizione da parte dell’azienda di Mark Zuckerberg, il servizio di WhatsApp rimase bloccato per 210 minuti a causa di un’avaria dei server.

Ma perché di questa emorragia (comunque limitata: WhatsApp ha 450 milioni di utenti) ha beneficiato un nuovo entrante come Telegram, cioè una società che vive grazie alle donazioni del ricco imprenditore russo Pavel Durov, assai più di altri servizi di messaggistica più noti e consolidati come WeChat, Kik, Line, Viber, Snapchat?

E perché adesso in questo business si lancia anche la piattaforma Wickr annunciando un grosso investimento per garantire la sicurezza dei messaggi (crittati e dotati di un meccanismo di autodistruzione) finanziato da molti investitori tra i quali spuntano l’ex zar antiterrorismo Richard Clark e Gilman Louie, l’ex capo del fondo di «venture capital» della Cia?

Una risposta precisa a queste domande ancora non ce l’ha nessuno. O meglio, una riposta la si può andare a cercare consultando la voce «sicurezza»: molto simile a WhatsApp, Telegram offre tuttavia comunicazioni più sicure agli utenti spaventati dallo spionaggio della Nsa, l’agenzia federale di «intelligence» che setaccia sistematicamente Internet.

Durov, un imprenditore libertario che si atteggia a filantropo, sostiene di aver lanciato Telegram perché voleva creare un sistema di comunicazione inaccessibile alle autorità russe. Sulla sua purezza filantropica, però, è lecito avanzare qualche dubbio, soprattutto dopo che l’imprenditore ha ceduto una quota consistente di VKontakte, il suo «social network», una specie di Facebook russo con 200 milioni di utenti, al miliardario Alisher Usmanov, molto vicino al presidente Vladimir Putin.

Mentre Telegram punta sulla sicurezza, Line, che ha 360 milioni di utenti nel mondo e cresce rapidamente in Spagna, nel mondo arabo e in America Latina, arranca negli Usa (solo 10 milioni di utenti) nonostante abbia arricchito la sua messaggistica con l’offerta di servizi aggiuntivi: giochi, foto, «stickers» digitali.

Anche le altre piattaforme americane si stanno sforzando di migliorare l’offerta di servizi e la protezione delle comunicazioni. È chiaro che dopo quasi un anno di rivelazioni a raffica di Snowden sullo spionaggio informatico dei servizi segreti americani, gli utenti sono preoccupati: rassicurarli fa, quindi, parte del business della messaggistica.

Ma non è di certo solo la Nsa a spiare: oggi tutti, governi e privati, si contendono lo sterminato patrimonio di informazioni che gli utenti mettono in rete tutti i giorni.

Chi per interesse commerciale, chi pensando alla lotta contro il terrorismo, chi per obiettivi di spionaggio internazionale. E i ruoli dei protagonisti di questa battaglia, anche a livello industriale, non sono sempre chiari.

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