Datagate, in arrivo Boss: è un sistema di scansione che identifica i volti nella folla in tempo reale

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La privacy oramai è solo un lontanissimo e sbiadito ricordo. Anche i più nostalgici saranno costretti a cedere, picconati come sono da scandali “spionistici” di ogni tipo. L’ultima del Governo americano? Si chiama Boss: e nulla sarà più come prima. Benvenuti, ufficialmente, nel Truman Show, come racconta Simone Cosimi su Wired.

 

Non è ancora pronto per l’uso. Ma ci siamo quasi. Anche perché isegretissimi test dello scorso autunno, rimasti sottotraccia fino ad alcune, recentissime rivelazioni, sembrano aver regalato parecchie soddisfazioni. E gli esperti intervistati, così come i documenti diffusi, raccontano di confortanti salti in avanti. Il cervellone di Person of Interest – e di molti altri serial e film dal sapore cyberapocalittico, in grado di identificare chiunque scansionandone l’immagine del volto acquisita tramite fonti pubbliche – è vicino a trasformarsi in realtà. A rivelarlo il New York Times, grazie a una serie di documenti ottenuti dall’avvocato Ginger McCall, esperta di privacy dell’Electronic Privacy Information Center e grazie alle prerogative del celeberrimo Freedom of Information Act.

Non sarà un Grande Fratello. Piuttosto, un Grande Caposi chiama infatti Boss, Biometric Optical Surveillance System, ed è stato sviluppato negli ultimi due anni dal Dipartimento della Sicurezza Interna statunitense. Cosa potrà fare? Facilissimo: individuare la tua faccia fra la folla, immortalata dalla videocamera della banca, della metro o del negozio, e identificarti in pochi secondi.

La scansione delle folle, fondamentale in situazioni di massima delicatezza, è cosa ben diversa da un semplice riconoscimento facciale alla Facebook, tanto per capirci. Gli ostacoli tecnologici sono molti e, nonostante alcuni tentativi – come quello alla finale del Super Bowl del 2001 – per anni queste soluzioni sono rimaste troppo lente e poco affidabili. Condizioni di luminosità, risoluzione delle immagini o distanza delle telecamere, solo per citare alcuni problemi, rimanevano snodi complessi da superare per ottenere risultati attendibili. Fino all’ultimo biennio, a quanto pare. Un progetto nato, come spesso capita, per supportare i militari e i servizi di sicurezza nell’individuazione di potenziali terroristi nel contesto di scenari complicatissimi come l’Afghanistan e l’Iraq. Utilissimo anche in patria – in ambiti come quello, tragico, della strage alla maratona di Boston del 15 aprile scorso – Boss potrebbe prestarsi, come il Datagate sta a dimostrare, a interpretazioni e usi assai più larghi. Dal 2010, d’altronde, l’operazione è appunto passata sotto il coordinamento della Sicurezza Interna.

Tempi e costi. “Direi che mancano cinque anni alla piena operatività, ma dipende da cosa vogliono farci davvero” di questo sistema, ha commentato Anil Jain, specialista in ingegneria biometrica e computer vision alla Michigan State University. Boss, secondo le fonti a disposizione, è costato solo negli ultimi due anni 5,2 milioni di dollari affidati alla Electronic Warfare Associates, un contractor di Washington con sedi anche in Kentucky. A collaborare anche un laboratorio dell’università di Louisville guidato da Aly Farag. Se lo si associa a un altro progetto parallelo, quello su un nuovo sistema di identificazione finanziato dall’FBI con un miliardo di dollari e da mettere a disposizione delle polizie locali, lo schema appare forse più chiaro.

Al momento il sistema consiste in due strutture robotiche dotate di videocamere a infrarossi e sensori di distanza che scattano foto dello stesso soggetto da angolazioni lievemente differenti. In seguito un computer processa l’immagine generando una sorta di firma tridimensionale costruita a partire da alcuni punti del volto, da confrontare con quelli in memoria. Un po’ come potrebbe capitare con alcuni sistemi di pagamento in fase di sviluppo. Problemi ce ne sono ancora, li hanno sottolineati i sei esperimenti condotti al Pacific Northwest National Laboratorydi Kennewick, Washington, che hanno coinvolto una trentina di volontari. Obiettivo: valutare l’accuratezza del nuovo cervellone e capire come portarla ai massimi livelli.

Secondo Ed Tivol della EWA, l’idea è infatti quella di condurre Boss a un’efficacia fra l’80 e il 90% in un raggio di cento metri, qualcosa “che non è mai stato fatto prima”. Risultato raggiunto solo in alcune occasioni, ma a una distanza inferiore. Dove la percentuale si è attestata comunque intorno a un soddisfacente 60/70 per cento. “I risultati sono diventati man mano sempre più positivi” ha detto Tivol. Con “significativi incrementi” anche nella velocità dell’identificazione dei volontari. Si è infatti passati dai sei minuti ai trenta secondi per processare la singola immagine. Ma, a quanto pare, gli inflessibili ufficiali statunitensi vogliono qualcosa di ancora più rapido e utilizzabile dappertutto – che lavori quindi con una potenza di calcolo inferiore a quella dei cervelloni militari – prima di portare Boss sulle strade americane.

È tempo di costruire uno schema di regole su come potrà essere usato un sistema del genere, racconta l’avvocato al vertice delle rivelazioni, McCall: “Questa tecnologia è etichettata come antiterrorismo, ma rischia di scivolare verso altri usi. Abbiamo bisogno di un vero dibattito su cosa e come vogliamo che sia sfruttata”. In particolare sul popolamento del database, cioè sulle facce individuabili dopo la scansione in base all’associazione con le informazioni memorizzate. Se dentro a Boss finissero per esempio gli scatti delle patenti di guida si precipiterebbe davvero in una situazione paragonabile a quella dell’affascinante ma ansiogeno serial con James Caviezel.

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