“Django Unchained”: l’ironico e splatter: spaghetti-western di Tarantino

Django_UnchainedA Roma il regista e il cast (senza DiCaprio) del film in uscita il 17 gennaio. Omaggio al genere, storia dello schiavo liberato in lotta contro i negrieri per ritrovare la sua compagna. “Solo un eroe nero poteva comprendere appieno l’orrore del razzismo”.

 

Due ore e quarantacinque minuti che volano via tra spargimenti di sangue a litri, omaggi cinefili, paesaggi americani, musiche morriconiane, battute irresistibili, personaggi iconici. Django Unchained di Quentin Tarantino ha appena scalzato Lo Hobbit dalla cima degli incassi negli Stati Uniti e il regista ha scelto Roma per il lancio europeo del suo “macaroni western” – come in America chiamano gli “spaghetti western” – da cento milioni di dollari. Il film esce in Italia il 17 gennaio per Warner in 500 copie.

Tarantino, giacca di pelle nera su camicia bianca, ha voluto con sé il protagonista Jamie Foxx, Christoph Waltz (premio Oscar per il ruolo dell’ex nazista di Bastardi senza gloria) stavolta nel ruolo del mentore di Django, il tedesco Schultz. La brava e bella Kerry Washington (protagonista della serie tv Scandal) è l’indomabile Broomhilda, moglie di Django, mentre a un irriconoscibile Samuel L. Jackson tocca il ruolo scomodo del perfido Stephen, maggiordomo (nero) ma reale padrone di Candyland, la fattoria dello schiavista Leonardo DiCaprio (l’unico assente del cast). Reclutato anche Franco Nero, l’originale Django del film omonimo diretto da Sergio Corbucci nel 1966, per un cameo fulminante.

La prima scena di Django Unchained vede lo schiavo, nudo e incatenato con altri, camminare nel deserto. “E’ stata quella l’idea di partenza del film, mi è venuta una notte a Tokyo mentre ascoltavo colonne sonore”, racconta Tarantino. Il cacciatore di taglie Schultz lo libera e gli chiede di aiutarlo a individuare tre fratelli ricercati che lo schiavo conosce perché lavoravano nella piantagione in cui era prigionero. Inizia un rapporto di amicizia fra i due uomini ma anche un viaggio di emancipazione dello scatenato Django, pronto a tutto pur di ricongiungersi all’amata Broomhilda, la moglie venduta e finita in un’infernale piantagione del Mississippi chiamata Candyland, gestita dal negriero DiCaprio.

Il tutto in un contesto tarantiniano doc, con una mole di sangue e di violenza superiore, forse, a tutti i film precedenti del regista. Dalle sparatorie-fiume alle torture inflitte agli schiavi. Ma sempre in chiave ironico-grottesca. Con trovate esilaranti. Dalla discussione sulla “vestibilità” dei cappucci del Ku-Klux-Klan al lessico forbito con cui il dottor Schultz (almeno nella versione originale) lascia imbambolati i cowboy sudisti. E poi esplosioni esagerate, inseguimenti mozzafiato, colori, panorami, facce, un grande DiCaprio. E un altro cameo, oltre a quello di Franco Nero, che sarà una sorpresa per molti.

Django Unchained affronta il tema della schiavitù (e del razzismo) e fa discutere gli opinionisti statunitensi. “In genere il pubblico americano – dice Tarantino – ha come eroe un bianco e non immagina si possa vedere il razzismo attraverso la prospettiva di un eroe nero. Per quanto l’europeo Schultz possa capire l’orrore del razzismo negli Usa del 1850, solo Django può comprendere visceralmente i meccanismi brutali che regolano il gioco”.

Alle critiche di Spike Lee, che ha invitato a boicottare il film “per rispetto ai miei antenati, perché la schiavitù è un olocausto e non uno spaghetti western”, il protagonista Foxx, premio Oscar per Ray, manda a dire: “I film prima si vedono e poi si criticano. Ma non voglio perdere tempo a rispondergli. Abbiamo solo cercato di lavorare nel migliore dei modi, consapevoli che qualcuno ci avrebbe sparato”. Aggiunge Kerry Washington: “Sapevamo di trattare un argomento sensibile, ma che ci sia dibattito è un bene. E comunque il razzismo è un problema globale, certamente non solo americano. Basti pensare a quello che è recentemente successo al Milan”.

Il più tagliente sul tema è Samuel L. Jackson, che durante il tour promozionale del film ha messo in difficoltà un intervistatore tv che non aveva il coraggio di usare la parola nigger, “negro”, che abbonda nel film.

“La nostra responsabilità era convincere il pubblico di colore della verità di ciò che facevamo. Se avessero percepito l’ipocrisia, ci avrebbero fatto saltare lo schermo”. A lui spetta il ruolo di un nero anti-neri: “E’ fantastico interpretare un personaggio così perfido. Amici e parenti mi hanno detto che mi avrebbero ammazzato volentieri…”.

Django Unchained è anche un perfetto giocattolo cinematografico. “Quando giri con Quentin, dopo il ciak lui ti dice: ‘bellissima scena ma facciamone un’altra’ e fa dire a tutti, in coro, ‘perché a noi piace il cinema’”, rivela Franco Nero, un piccolo e divertente cameo nel film.

E davvero Tarantino governa la materia da padrone, tra citazioni, omaggi, invenzioni. Perfetta la colonna sonora, tra i brani quello composto da Ennio Morricone e Elisa, Ancora qui.

Il regista ribadisce l’amore per il cinema di genere italiano, “a testimoniarlo basta il fatto che i due ultimi film sono ispirate a due capolavori di genere italiani. Dello spaghetti western amo l’uso fondamentale della musica. E davvero non saprei scegliere tra Sergio Leone e Sergio Corbucci, dovrei fare come il Re Salomone e tagliare il bambino a metà. Diciamo che Corbucci è stato più prolifico mentre Leone ha concentrato la sua estetica in poche, grandi epopee”.


Leggi dalla fonte originale: Repubblica.it

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