Video “Coca Connection”: Andrea Amato e i narcos in Colombia

Senza censura: Andrea  Amato, direttore di radio101, racconta il video reportage “Coca  Connection”: lo scontro con i narcos e la ‘ndrangheta di Papanice. Prima  parte.

Un’incredibile video-reportage di Andrea Amato e Alberto Giuliani, un viaggio che parte dai narcos colombiani, passa attraverso l’attacco alla raffineria, prosegue con l’arresto dei due giornalisti a Monteria e…

 

Andrea Amato è il direttore contenuti di Radio R101. Ma è anche un giornalista d’inchiesta, non solo per natura. Nel 2008 ha realizzato, con la collaborazione di Alberto Giuliani, “COCA-CONNECTION”, un reportage foto e video per Max: dall’assalto alla raffineria dei narcos, insieme alla squadra Antinarcotics, all’arresto subito a Monteria, città natale del leader delle AUC Salvatore Mancuso. Passando per la Calabria, dove Amato e Giuliano guardano in faccia la ‘Ndrangheta..

Prima di affrontare “Coca Connection” vorrei fare due chiacchiere in libertà per provare a conoscere qualcosa in più di te. Ti va?

Naturalmente.

Benissimo. Domanda semplice per iniziare: di cosa ti occupi?

Sono giornalista da 13 anni e ho sempre lavorato nei giornali. Da due anni ho invertito quello che era il mio lavoro principale con la passione che coltivavo, ovvero la radio. Prima lavoravo a tempo pieno nei giornali e nel tempo libero in radio, ora accade il contrario. In radio mi occupo di satira, di informazione, di attualità, ma è capitato anche di parlare di temi di mafia.

Sono il Direttore Contenuti di Radio R101 e nel tempo libero, nelle vacanze, continuo a fare le mie inchieste. Credo che la carta stampata stia vivendo un momento di stagnazione, soprattutto quella dei news-magazine, che erano i miei giornali. C’è un pò di disamore da parte degli italiani verso un certo tipo di giornalismo, cosa di cui risentono soprattutto le testate storiche e i news magazine. Quindi lavoro in radio e scrivo, e da tre anni mi occupo di questa inchiesta sul narcotraffico internazionale e sulla ‘ndrangheta calabrese.

Sembra strano che come lavoro ti occupi di radio e come hobby di inchieste sul narcotraffico, nel senso che vai un po’ al contrario.

Questo è strano in assoluto, ma non è strano in un mercato editoriale come quello italiano. Non volevo occuparmi di inchieste sul Billionaire, o su Corona e Lele Mora, e allora mi sono detto:”Se devo proprio giocare lo faccio in radio!”

Mi diverto e ho il tempo e la libertà per scrivere solo quello che voglio.

Leggendo il tuo pezzo dal titolo “Il manifesto del trentenne incazzato” mi vengono in mente due cose: il documentario di Annie Leonard, “The Story of Stuff”, e il portale Lifegate. Sembra di cogliere una filosofia di fondo anti-consumistica (generalizzo per rendere l’idea) ma orientata verso uno sviluppo eco-sostenibile.

In realtà non era un attacco al consumismo o al capitalismo, era piuttosto un modo per dire basta. Non divento una persona migliore o peggiore se non ho il telefonino all’ultima moda, che devo cambiare ogni sei mesi. Ci sono problemi ben più grandi, come quelli ambientali. Prima o poi questo sistema, se va avanti così, imploderà nella maniera peggiore, si rischia la distruzione del pianeta.

La tecnologia, che c’è e va sfruttata, può essere pensata per avere maggiore attenzione sul consumo d’acqua, per esempio. Girando molto per le mie inchieste, soprattutto in paesi poveri e quindi Africa, Asia e Sudamerica, mi sono reso conto che quello che per me è scontato per altri non lo è. L’articolo era un modo per dire fermiamoci un attimo e consideriamo che ogni nostra azione ha un peso e comporta una serie di problematiche, che noi che siamo nella parte più ricca del mondo non consideriamo. Era un “fermate tutto, voglio scendere”, se questo è il treno voglio scendere.

Stevenson ricordava che “il cosiddetto ozio – che non è affatto il non fare nulla, ma piuttosto il fare una quantità di cose non riconosciute dai dogmatici regolamenti della classe dominante – ha lo stesso diritto dell’operosità di sostenere la propria posizione.” Come si può conciliare questa filosofia di vita con una città a mio parere invivibile, stressante, consumistica, e intollerante a chi va “piano”, come Milano?

Mi piace molto il concetto di Stevenson.

Milano è una città che non aspetta mai nessuno. La vera questione è subire Milano o scornarsi con la vita. Oppure vivere trovando il proprio equilibrio, a Milano come ovunque, fregandosene di alcune regole sociali. Se non hai più il problema di sentirti uno sfigato perchè non sei nella classe dominante, e se non soffri di questo ma te ne freghi e vivi serenamente, diventa anche una città piacevole. Prima tu hai citato il pezzo sul minimal life. Io attaccavo dicendo adesso basta, non corro più, anzi mi metto a correre in senso opposto, a gomiti larghi, e a quel punto più ne tiro giù, più sono felice. Però è una città molto stressante perché tende ad emarginarti, quello è vero.

Nel 2008 tu e Alberto Giuliani avete ricevuto la menzione speciale del Premio Siani per il docu “Coca Connection”. Perché secondo te? Che cosa siete riusciti a sviscerare di così unico da meritare la menzione?

Innanzitutto è stata la prima volta che hanno dato una menzione a due giornalisti che non appartengono all’ordine campano: Alberto Giuliani è di Pesaro, io di Milano, e per noi questo è stato un grandissimo onore. Tu mi chiedi di trovare un motivo: io credo sia dovuto al fatto che la nostra storia ha un inizio e una fine, è completa , rotonda.

“Coca-connection” parte dall’idea di seguire la foglia di coca coltivata nella foresta colombiana e vedere il percorso che fa per diventare una pallina venduta nelle nostre strade da un extracomunitario. In questo momento il leader mondiale nel traffico di cocaina è la ‘Ndrangheta calabrese, che purtroppo è ancora poco conosciuta dall’opinione pubblica: Cosa Nostra è quella storica, la mafia del padrino, quella più iconizzata; la Camorra è quella più rumorosa, più caciarona, la cui conoscenza negli ultimi anni è cresciuta anche grazie a Gomorra.

La mafia calabrese è vista quasi come un gruppo di pastori ignoranti che vivono sull’Aspromonte e rapiscono la gente. Questo era vero fino agli anni ottanta, poi la ‘Ndrangheta si è strutturata raggiungendo un giro d’affari che l’anno scorso era stimato in 43/44 miliardi di euro (il 3% del pil nazionale). È la prima industria italiana. E questa montagna di soldi interessa anche i poteri forti, che noi siamo andati a toccare.

Adesso bene o male se ne sta parlando ma è veramente impressionante la capacità della mafia calabrese di mimetizzarsi nella civiltà, di muoversi tra mille rivoli, di far sparire tutti quei miliardi in pochissimo tempo. Quello che è frutto di reato, come il narcotraffico e lo spaccio di droga, in brevissimo tempo diventa un villaggio turistico o un’impresa edile che costruisce un’autostrada con finanziamenti pubblici, oppure diventano immobili, società di servizi, aeroporti, golf club.

I figli di ‘ndranghetisti, quelli di terza quarta generazione, diciamo anche i nostri coetanei o anche quelli più piccoli, stanno andando all’università, si stanno laureando in economia e lavorano in finanza, stanno diventando magistrati, avvocati, dottori, e quindi tutto diventa sempre meno definito. Il confine tra lecito e illecito si confonde continuamente. Questa confusione, oltre ai problemi della nostra giurisprudenza e della nostra legislatura, complica enormemente il lavoro delle procure calabresi, abbandonate ormai a loro stesse.

Sembra quasi un luogo comune dire che non hanno i soldi per la benzina o per prender un aereo e andare in Germania a interrogare un pregiudicato, ma purtroppo è così e quindi la lotta alle mafie diventa sempre più difficile. E diventerà sempre più difficile. Se ci si ferma a pensare viene da dire che hanno vinto loro perché si sono mischiati troppo nella società civile, però mollare cosi diventa anche brutto, no?, almeno bisogna provarci.

Preparare una missione come la vostra non deve essere stato facile. Come l’avete organizzata? Avete preso contatti in Colombia? Quali sono i retroscena o gli aneddoti curiosi che hai voglia di raccontare?

Tutto quello che è il retroscena di questa inchiesta lo sto mettendo su un libro,. Quando torni da queste esperienze gli amici che leggono l’articolo, che è poi quello asciutto e giornalistico, ti chiedono come fai a prendere i contatti, cosa succede quando si è li e via dicendo. Da questi spunti ho deciso di raccogliere quello che è il backstage, il dietro le quinte di un’inchiesta del genere.

Tutto è partito perché Alberto Giuliani, italo-argentino, ha sempre lavorato con il Sudamerica; con lui abbiamo fatto tantissimi reportage da lì e abbiamo un’ottima rete di contatti. Io mi stavo occupando da qualche anno dell’emergenza cocaina e quindi le due cose inevitabilmente si sono incrociate. Tramite un nostro informatore in Colombia abbiamo avuto informazioni riguardo la vicenda delle AUC, le Autuodefensas Unidas de Colombia, di Salvatore Mancuso. Questo nostro contatto aveva rapporti molto vicini con le Autodefensas, che avevano protezione nelle alte cariche dello stato. Ci sono tuttora indagini e inchieste su due terzi del parlamento colombiano.

Epperò, anche se pianifichi tutto da qui, quando arrivi là trovi in una realtà che neanche immagini. Diventa tutto un divenire, il tuo contatto ti presenta altri 5 contatti e scopri delle cose nuove che magari in Colombia sono arcinote e qua da noi no, ma che riguardano anche l’Italia. Più ti muovi, più conosci gente, più occasioni nascono, come l’operazione in foresta con le forze speciali dell’Antinarcotics, nata grazie ad un generale che abbiamo conosciuto e che ci ha presentato il responsabile comunicazione della polizia nazionale.

Loro hanno, comunque sia, interesse a far vedere che stanno lavorando e che lavorano, visto che prendono tantissimi soldi dagli Stati Uniti e dalla Comunità Internazionale per sconfiggere il narcotraffico (il famoso Plan de Colombia).

Hanno bisogno sostanzialmente di farsi pubblicità. Ci esortavano a raccontare il loro lavoro, perché altrimenti il luogo comune è che tutti sono corrotti, tutti sono dalla parte dei narcos e siedono allo stesso tavolo. Ci hanno coinvolti in questa operazione, ma per convincerli definitivamente abbiamo dovuto assillarli rimanendo per giorni e giorni fuori dalla stanza del Colonnello responsabile dell’operazione.

Da lì poi siamo andati a Monteria, città natale di Mancuso, dove sono nate le AUC. Monteria è la città dove Giorgio Sale referente della ‘Ndrangheta in Colombia, aveva ristoranti e negozi di abbigliamento.

A Monteria siamo andati talmente alla cieca che siamo stati arrestati dalla polizia nazionale perchè stavamo scattando fotografie alla casa di Mancuso. La motivazione è che stavamo dando fastidio fuori dalla casa del signor Mancuso. Peccato che il signor Mancuso è accusato di aver trafficato cocaina per 30 tonnellate e si ritrova almeno 10000 morti sulla coscienza. Però hanno arrestato noi. Tradizioni sudamericane che esistono da sempre. (Mancuso verrà estradato nel maggio 2008, quindi qualche settimana dopo il viaggio di Amato e Giuliani, ndr).

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