TOMMASO MAESTRELLI / L’allenatore che parlava agli uomini

di Tommaso Nelli

Inauguriamo il 2012 con una splendida storia di sport, quella di un uomo tutto d’un pezzo, un esempio di lealtà, coraggio e straordinaria umanità. “Si può scoprire di più su una persona in un’ora di gioco, che in un anno di conversazione” scrisse Platone. Ed è quello che pensarono i calciatori della Lazio quando all’alba degli anni Settanta svolsero i primi allenamenti alle dipendenze di un uomo che non avrebbero più dimenticato: Tommaso Maestrelli.

Tommaso_Maestrelli_LazioPisano di nascita (7 ottobre 1922) e barese d’adozione (in Puglia giocò gran parte della carriera, incominciò ad allenare e conobbe la moglie Lina) per i ripetuti spostamenti del padre ferroviere, “Tommaso” – come lo chiamano ancora oggi alcuni dei suoi ragazzi nel frattempo divenuti over sessanta – è da considerarsi un simbolo dello sport italiano per la sua straordinaria umanità.

«Un personaggio squisito, con il quale si poteva dialogare. Già la prima sera a cena mi mise a proprio agio, non era mai successo che un allenatore ascoltasse le mie ragioni» racconta Renzo Garlaschelli, eterna anima burlona di quella Lazio difesa dalle mani di Felice Pulici. «Tom si portava su di sé le problematiche della persona che chiedeva la sua protezione, il suo aiuto, la sua disponibilità. Per noi non era un punto di riferimento come squadra, ma come referente dei nostri problemi» è il ricordo del brianzolo che indossava i guanti soltanto d’inverno. «Aveva capito singolarmente le nostre personalità: per alcuni si prestava in modo totale, per altri meno perché non c’era questa necessità». Emblematico, in tal senso, il legame con Chinaglia. «Se con me bastava uno sguardo per capire cosa volesse e cosa gli stavo dando, con Giorgio era diverso: lo invitava a mangiare a casa, lo ospitava a dormire, lo svegliava la mattina della partita, aveva un atteggiamento totale di presenza e protezione».

Eppure tanta premura a senso unico non scatenò gelosie o rancori. La capacità di relazionarsi in base alle necessità dell’interlocutore, senza sminuirne il suo valore, permise a Maestrelli di conquistare la stima e la fiducia di tutto il gruppo. «Rispettava tutti e rendeva tutti utili, anche quelli che non giocavano. Anzi, forse addirittura li teneva più in considerazione di quelli che teneva fuori perché sapeva che potevano essere la carta vincente nel momento del bisogno» è la testimonianza di Franco Nanni, maratoneta con Re Cecconi di una Lazio figlia del suo tempo – gli “Anni di piombo” – e attraversata da inquietudine e ribellione. Dove si giocava con le pistole, con Petrelli e Martini novelli Clint Eastwood e Wilson provetto Ernesto Sparalesto che terrorizzava i compagni perché sparava senza le lenti a contatto. Dove la partita vera non era la domenica, ma il venerdì pomeriggio sul campo d’allenamento di Tor di Quinto (oltre mille spettatori presenti), tra le due fazioni della squadra, che rischiavano l’incolumità nel nome di una supremazia interna figlia di una rivalità scaturita dal caso. «Ci cambiavamo in due spogliatoi differenti perché erano piccoli e non entravamo tutti in uno solo. Così nacquero i due gruppi che si sfidavano nelle partitine a fine allenamento» rivela Pulici.

Alla domenica, come per magia, ognuno si sacrificava per l’altro. Anche se in settimana aveva magari detto che doveva stare fuori. Ogni tanto Chinaglia sbottava che Martini e Re Cecconi non dovessero giocare, Maestrelli l’assecondava “Hai ragione, Giorgio. Domenica non li faccio giocare” per poi schierare puntualmente entrambi. Infuriato con il mondo, “Long John” traduceva la rabbia in gol dopodiché andava ad abbracciare il suo allenatore.

immagine-1Al pari dei compagni di squadra, conquistati da una bontà che metteva fuorilegge isterie da ras della panchina. «Con lui ascoltavi qualsiasi suggerimento, qualsiasi ordine, qualsiasi rimprovero, perché te lo diceva in un modo educato che te lo faceva capire e te lo faceva accettare» precisa Nanni. Intensità comunicativa. Come in Lazio-Verona, 14 aprile 1974, 1-2 all’intervallo. Pulici capitano per un giorno che brontola “Io il capitano non lo faccio più”, il nervosismo che sale come l’alta marea finché, appena entrati nello spogliatoio, Maestrelli fa: “Fuori tutti!”. Finì 4-2, tre gol in meno di trenta minuti come affresco per la forza di una squadra votata all’attacco, che giocava un calcio meraviglioso.

«Bastava mezz’ora e certe volte la partita era già vinta» rammenta Garlaschelli, ‘numero sette’ di quella Lazio nata per caso e per necessità, ma che solo la riflessività di Maestrelli seppe rendere inarrestabile come si evince dall’excursus storico-tattico di Nanni. «Io giocavo ala tattica, spalle alla porta, marcato da un difensore e sempre fuori dal gioco. Martini invece mediano, ma finiva sempre addosso a Re Cecconi. Amichevole con la Sampdoria, c’erano vari indisponibili, mi spostò mediano, arretrò Martini a sinistra e inserì Manservisi all’ala. Giocammo benissimo, vincendo 1-0, la settimana dopo iniziò il campionato e lui, forse perché convinto da quello che aveva visto, confermò la formazione. Da quel momento, iniziò la cavalcata meravigliosa». Terzo posto nel ’73 da neopromossa, scudetto l’anno successivo. 12 maggio 1974. Lazio-Foggia 1-0. Al triplice fischio di Panzino, oltre ottantamila tifosi in delirio sul prato dell’Olimpico e Maestrelli che in panchina crolla di gioia, nascondendosi il volto fra le mani mentre è sommerso dall’abbraccio dei collaboratori, quasi a volersi scusare per quella grande emozione; poco dopo, nello spogliatoio festante, scravattato e con gli occhi sbarrati, si girò verso Garlaschelli, espulso a mezz’ora dalla fine: “Garla, oggi t’è andata veramente di lusso!”.

Fu una grande storia d’amore, quella tra “Tommaso” e i suoi ragazzi. Al punto da rifiutare la panchina della nazionale italiana dopo il Mondiale del ’74. “Senza di lei, mister, siamo allo sbando” fu il messaggio di una delegazione capitanata da Wilson prima che il dolore prendesse il sopravvento. 30 marzo 1975, spogliatoi di Bologna-Lazio, Maestrelli smarrito e appoggiato al termosifone come già in altre circostanze. I controlli, la diagnosi (tumore al fegato), il ricovero, l’assenza dai campi, gli allenamenti osservati con il binocolo dal terrazzo della camera d’ospedale, la Lazio che con Corsini alla guida sprofonda verso la B, “Tommaso” che improvvisamente guarisce e ritorna. Per la gioia dei giocatori, che però devono fare i conti con un uomo minato dalla malattia, che allenava anche con la febbre e tornava a casa senza più forze nelle gambe. La salvezza giunse in rimonta (reti di Giordano e Badiani) a Como, all’ultima giornata, dopo la fuga di Chinaglia negli States perché i dollari dei Cosmos improvvisamente profumarono più della maglia della Lazio. Maestrelli ci rimase malissimo, ma il 16 maggio 1976 dichiarò che quel giorno era più bello anche dello scudetto.

Immagine-2La Lazio, per lui, fu secondaria soltanto alla famiglia, in particolare agli amati gemelli, Massimo e Maurizio, onnipresenti mascotte della squadra in partita e allenamento. Garlaschelli non poteva che scherzarli: «Giocavo a fargli i tunnel, erano sempre allegri, correvano in continuazione dietro al pallone con le loro magliettine della Germania…».

«Erano due rompiballe incredibili, sempre in mezzo ai piedi, con loro la domenica facevo il riscaldamento, anche se a giocare a calcio erano due pippe clamorose…» è l’affettuoso omaggio di Pulici, che il 28 novembre 1976, dopo aver parato l’impossibile in un derby vinto 1-0, dedicò al suo allenatore la vittoria alla radio. «Ho avuto questo slancio per la prima e unica volta in carriera, ma non ho mai capito il motivo. Venne spontaneo» racconta oggi. Dopo quelle parole, Maestrelli si chiuse in bagno e pianse. La sera entrò in coma, morirà quattro giorni dopo. Chinaglia arrivò in tempo dall’America per salutarlo da vivo, poi portò in spalla il feretro, mentre diecimila persone si riversarono fra Piazza dei Giuochi Delfici e il cimitero di Prima Porta. “È morto un uomo coraggioso” titolò il “Corriere dello Sport” l’indomani. Ritrovarlo oggi è quasi impossibile. Dissente, in parte, solo Pulici. «In Delio Rossi ho ritrovato qualcosa della sua umanità». Quella latitante nel pallone odierno, dominato da interessi economici e avvelenato dal calcioscommesse. Quella che lo stesso numero uno del primo scudetto divulga nelle scuole elementari, in un progetto coordinato dal CONI di Roma e incentrato sull’importanza dell’etica nello sport, dove apre ogni suo intervento con la visione di un filmato dedicato a un allenatore che ebbe il pregio di saper parlare agli uomini. Perché il tempo passa, ma le cose belle restano. Per sempre.

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