Rubin Carter detto The Hurricane, il pugile uragano

Rubin Carter, detto The  Hurricane, il pugile che combatteva come un uragano, messo alle corde –  ma mai KO – dal pregiudizio di un potere ottuso e razzista.

Rubin Carter, detto The Hurricane, il pugile che combatteva come un uragano, messo alle corde – ma mai KO – dal pregiudizio di un potere ottuso e razzista.

 

di Marco Della Croce tratto da Storiedisport.it

Il verdetto scatenò la protesta dei seimila spettatori della Convention Hall di Filadelfia che sommersero con una salva di fischi la lettura dei cartellini. Nonostante lo sfidante avesse chiaramente prevalso in almeno nove dei quindici round, l’arbitro Bob Polis e i due giudici, Jim Mina e Dave Beloff, assegnarono infatti la vittoria ai punti all’italo-americano Joey Giardello, campione mondiale in carica dei pesi medi. Fu – a detta di chi quella sera era presente a bordo ring – una vera e propria ingiustizia: Hurricane, il pugile emergente nero Rubin Carter, era infatti stato letteralmente derubato del titolo iridato. Il sospetto di un giudizio razzista – o molto più probabilmente condizionato dal racket delle scommesse – non fu mai definitivamente eliminato.

Quella sera Carter aveva combattuto davvero bene: nel quarto round un suo sinistro aveva addirittura aperto l’arcata sopraccigliare di Giardello, tanto da condizionarne il rendimento nelle riprese seguenti. È vero che il campione aveva cercato di ribaltare l’esito dell’incontro, ma ciò era accaduto solo nelle ultime quattro riprese, quando l’azione dello sfidante si era appannata a causa della stanchezza.

Era il 14 dicembre 1964 e con quel match la carriera di Hurricane aveva raggiunto il suo punto più alto.

Rubin aveva infatti scoperto la boxe durante la sua permanenza nell’esercito in cui si era arruolato a 17 anni dopo essere fuggito dal riformatorio, destino obbligato per un adolescente alquanto turbolento. Cresciuto a Paterson, New Jersey, assieme a sei fratelli, Rubin cominciò presto ad avere problemi con la giustizia e venne assegnato ad un riformatorio per aggressione e furto poco dopo il suo quattordicesimo compleanno. Carter scappò dal riformatorio nel 1954 e si arruolò nell’esercito americano a 17 anni. Qualche mese dopo, dopo aver completato l’addestramento a Fort Jackson, Carolina del Sud, fu spedito in Germania, dove, stando alla autobiografia, cominciò ad interessarsi alla Boxe. Carter tuttavia non era un buon soldato e dovette presentarsi davanti alla corte marziale per ben 4 volte a causa della sua insubordinazione.

Nel maggio del 1956 l’esercito lo congedò, definendolo “inadatto al servizio militare“. La sua carriera militare durò 21 mesi. Tornato nel New Jersey, Carter fu arrestato e scontò dieci mesi a causa della sua fuga dal riformatorio. Poco dopo il suo rilascio, Carter fu arrestato per una serie di crimini, tra i quali aggressione e rapina ad una donna di colore di mezza età. Rimarrà nella prigione di stato del New Jersey per i successivi quattro anni. La vita militare, tuttavia, non faceva per lui e al suo congedo era stato riaffidato al carcere in cui era rimasto altri quattro anni. Ma il pugilato gli era entrato nel sangue e nel 1961, appena libero, aveva deciso di tentare la strada del professionismo. Nonostante una statura non in linea con gli standard della categoria, era alto 1.75 cm, il ragazzo, vantava però un fisico solido e vigoroso, una forza notevole e un sinistro decisamente temibile. Il tutto sottolineato da un look per quei tempi davvero inusuale: sguardo duro e deciso, testa rasata, baffi spioventi.

La figura minacciosa e inquietante, la velocità di esecuzione e una non disprezzabile tecnica gli fecero guadagnare ben presto il soprannome di Hurricane. Proprio come un uragano i colpi di Carter si abbatterono su onesti mestieranti, come Frank Nelson, Felix Santiago e Johnny Tucker, e affermati professionisti, come Herschel Jacobs, Florentino Fernandez e George Benton. In mezzo anche qualche sconfitta, come quelle contro Jose Monon Gonzalez e Joey Archer, che non gli impedirono tuttavia di dare la scalata al ranking mondiale. Il primo, vero riconoscimento lo ottenne nel luglio del 1963, quando Ring Magazine lo inserì nella top ten dei pesi medi. Un’ascesa fulminea che diventò inarrestabile quando a Pittsburgh, nel dicembre successivo, demolì per KO al primo round l’ex campione del mondo Emil Griffith. Una vittoria che gli fece guadagnare altre posizioni tanto che, nel 1964, fu nominato sfidante ufficiale al titolo di Giardello.

Lo sfortunato esito del match di Filadelfia ebbe però ripercussioni molto negative sul giovane Carter, fermamente convinto di avere subìto un’ingiustizia. Dopo quella sconfitta Hurricane tornò subito a combattere, ma non era più quello di prima: pareva svuotato, privo di iniziativa e dell’antica potenza non restava traccia. Sul ring della Convention Hall Hurricane sembrava aver subito un tracollo mentale. Nei due anni successivi Rubin combatté altre quindici volte, alternando prestazioni convincenti, quasi sempre però contro autentici carneadi, a esibizioni da dimenticare. In particolare perse quasi tutti gli incontri disputati contro i pugili di maggior rango, come Luis Manuel Rodríguez e Harry Scott. Nel match contro Dick Tiger, poi, conobbe addirittura l’umiliazione di finire tre volte al tappeto. La sua carriera aveva preso una china discendente, probabilmente definitiva, rapida quanto era stata l’ascesa.

Ma la sua triste parabola sportiva fu niente rispetto a quanto il destino aveva in serbo per lui. Nelle prime ore del mattino del 17 giugno 1966 due uomini di colore entrarono nel Lafayette Bar and Grill di Patterson, la città natale di Carter, e aprirono il fuoco contro i presenti. Da qui in poi cominciò una serie di eventi, solo in parte casuali, che distrussero la vita di Hurricane. Sotto i colpi dei due criminali caddero il barista e un avventore, mentre una donna morì un mese dopo per le ferite riportate. Compiuto il massacro i due killer fuggirono poi su un’auto bianca. Hurricane, nel frattempo, provò a tornare sul ring. In agosto, in Argentina, fu però sconfitto malamente ai punti dall’idolo di casa, Juan Rocky Rivero. Rubin non lo sapeva, ma quello fu il suo ultimo match.

Un noto criminale, Alfred Bello, che si aggirava nei pressi del Lafayette per commettere un crimine quella stessa notte, vide la scena. Bello fu una delle prime persone presenti nella scena del crimine e chiamò un operatore telefonico per avvertire la polizia. Una residente al secondo piano del Lafayette, Patricia Graham, vide due uomini di colore salire in una macchina bianca e partire verso ovest, lontano dal bar. Un’altra persona, Ronald Ruggiero, sentì gli spari, e affacciatosi dalla finestra vide Bello correre per Lafayette Street. Sentì anche lo stridere dei pneumatici di una macchina bianca sfrecciare verso ovest, con due uomini di colore nei sedili anteriori. La macchina di Carter coincideva con quella vista dai testimoni; la polizia fermò Carter e un altro uomo, John Artis, e li portarono al Lafayette circa trenta minuti dopo la sparatoria. Nessuno dei testimoni riconobbe in Carter o Artis uno dei criminali, nemmeno Marins quando la polizia portò Carter e Artis all’ospedale per farli identificare dall’uomo ferito.

Comunque, nella macchina di Carter la polizia trovò una pistola calibro 32 e dei proiettili per fucile calibro 12 – lo stesso calibro usato dagli assassini. Carter e Artis furono interrogati in commissariato. Nel pomeriggio, entrambi vennero sottoposti al test del poligrafo. L’esaminatore John J. McGuire trasse le seguenti conclusioni: “dopo un’attenta analisi dei risultati dati dal poligrafo, è opinione dell’esaminatore che i soggetti stavano mentendo alle domande. Ed erano coinvolti nel crimine. I soggetti negano qualsiasi connessione col crimine“. Il poligrafo non era comunque giudicato attendibile, e quindi era inammissibile come prova. Carter e Artis furono rilasciati il giorno stesso. Sette mesi dopo, Bello rivelò alla polizia che quella sera c’era un altro uomo con lui, tale Arthur Dexter Bradley. Dopo un’ulteriore interrogatorio, Bello e Bradley identificarono Carter come uno dei due uomini di colore armati che avevano visto fuori dal bar la notte degli omicidi ; Bello identificò anche Artis come l’altro uomo armato. Basandosi su questa ulteriore prova, Carter e Artis vennero arrestati e incriminati. Anche se la difesa fece presente che gli accusati non corrispondevano alla descrizione che i testimoni oculari avevano dato il 17 giugno, i due andarono avanti con la loro testimonianza.

Questo, più la prova dell’identificazione della macchina di Carter fornita da Patricia Valentine e le munizioni trovate nella macchina di Carter convinsero la giuria (composta da 12 persone bianche) che Carter e Artis erano gli assassini. La scandalosa decisione della corte non fiaccò però la tenacia di Carter che decise da subito di lottare con tutte le sue forze e la sua dignità per ottenere giustizia. Il ragazzo, negli anni successivi, riuscì a raccogliere attorno a sé una vasta solidarietà, tanto che nel 1975 Bob Dylan gli dedicò la sua notissima canzone Hurricane, mentre anche Joan Baez e Muhammad Ali sostennero pubblicamente la sua innocenza. Poi, dopo otto anni, Alfred Bello ritrattò a sorpresa la sua testimonianza, ma la revisione del processo arrivò, grazie a una decisione della Corte Suprema, solo nel 1976, dopo la scoperta di nuove prove. Servì a poco: in tribunale Bello ripropose la sua prima versione e ciò spinse la giuria a confermare l’ergastolo ai due imputati.

Per Carter sembrava veramente finita, quando ricevette in carcere una lettera inviatagli da Lesra, un ragazzo nero affidato a una famiglia canadese. Gli rispose e, tempo dopo, il ragazzo lo andò a trovare e gli fece conoscere i suoi tutori che si offrirono di aiutarlo a ottenere giustizia. Dopo un attento lavoro sulle carte processuali, i suoi nuovi amici rilevarono evidenti anomalie e forzature, tanto che nel 1985 la Corte Federale ordinò la liberazione di Carter e Artis in quanto “vittime di un processo non equo e denso di pregiudizi razziali”. Il ricorso della Procura non fu nemmeno preso in esame e un terzo processo non venne mai celebrato. Tutta la vicenda fu poi raccontata nel film The Hurricane, il grido dell’innocenza, che ha come protagonista Denzel Washington. Il calvario di Carter era finito. I venti anni passati in carcere non avevano tuttavia intaccato la dignità e la grinta del pugile di Patterson a cui, nel 1993, fu consegnata la cintura di campione del mondo. Una giusta riconoscenza per un uomo che fu messo alle corde – ma mai KO – dal pregiudizio di un potere ottuso e razzista.

 

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