SIR ALEX FERGUSON/Nozze d’argento per un manager divenuto leggenda

di Tommaso Nelli

Anniversario straordinario per Alex Ferguson, il tecnico del Manchester United, che il 5 novembre ha festeggiato un quarto di secolo sulla panchina di uno dei club più prestigiosi del mondo, con il quale ha conquistato trofei sia in Inghilterra che in Europa e nel mondo. Terzo nella classifica degli allenatori più fedeli nella storia di una società – davanti a sé ha Calderhead (26 anni con il Chelesea) e Roux (44 stagioni con l’Auxerre) – anche se alla soglia dei settant’anni non ha nessuna intenzione di fermarsi.

Legendary mister “Fergie”! Sabato 5 novembre giornata storica per Alexander Chapman Ferguson, più noto aglialex-ferguson appassionati come Sir “Alex”, che ha celebrato i venticinque anni consecutivi sulla panchina del Manchester United. Per festeggiare, 1-0 al Sunderland e vittoria numero 837 come ammiraglio dei Red Devils.

Un matrimonio biunivoco nella costruzione sia della leggenda Ferguson che del mito United, fino al 1986 conosciuto per George Best e i Busby Babes (i ragazzi di Matt Busby), vincitori della Coppa Campioni del 1966 dopo essere sopravvissuti alla tragedia aerea di Monaco del 1958.

Nato a Glasgow nel 1941, Ferguson era piovuto tra i Mancunians dalla fredda e granitica Aberdeen, che aveva fatto conoscere all’Europa per una Coppa delle Coppe (1983) e una Supercoppa Europea (1984). Un predestinato? Non proprio, visto che a Manchester hanno dovuto aspettare l’FA Cup del 1990 per inaugurare un’interminabile galleria di successi dove brillano 12 Premiership e, fuori dalle acque territoriali, 2 Coppe dei Campioni (’99, ’08), 1 Coppa delle Coppe (’91) e 2 Mondiali per Club (’99, ’08). Menzionare gli altri trofei conquistati agli ordini di Sua Maestà o i piazzamenti sul podio sarebbe inutile esercizio d’erudizione calcistica, perché la storia di Ferguson è sinonimo di massima efficienza e altrettanta competitività: nell’ultimo quarto di secolo, lo United ha abbandonato la parte della controfigura per indossare i panni dell’attore protagonista, che in ogni interpretazione è arrivato sempre e comunque alle nomination per l’Oscar.

Motivatore pazzesco, come lo ha definito Wayne Rooney – da lui tramutato in prima punta capace di fare reparto da solo nonostante sia alto appena 1,77 metri – ed eccellente studioso di calcio visto che non c’è giocatore che, alle sue dipendenze, sia sceso in campo ignorando i propri compiti o le caratteristiche del diretto avversario, Ferguson ha l’abilità di tenere sotto controllo ogni situazione, senza farsi intimidire dal carisma dei propri atleti. David Beckham, al quale il 13 febbraio 2003 negli spogliatoi scaraventò uno scarpino in seguito a una lite dove imputava allo “Spice Boy” eccessiva mondanità, ne parla con rispetto e gratitudine: “Con lui ho realizzato i miei sogni da bambino”. Ammirazione anche da altri top players. Ryan Giggs, fatto esordire diciassettene nel ’91 e attuale capitano dello United, ne rammenta l’alta etica del lavoro;; l’ex portiere danese Peter Schmeichel lo considera “Il più grande manager del mondo”.

Manager. Ecco la keyword che fa ben comprendere la leggenda Ferguson. Le sue nozze d’argento sono maturate anche grazie all’evoluto contesto culturale del calcio inglese. Basti pensare che la prima vittoria di Sir “Alex” – così nominato dalla regina Elisabetta dopo il treble del 1999 (Premiership, FA Cup e Champions League) – è arrivata dopo tre anni e mezzo dal suo insediamento. Nello stesso arco di tempo, nonostante avesse vinto due coppe Italia e una Supercoppa di Lega pur con mezzi tecnici ed economici nettamente inferiori rispetto al Manchester, Luciano Spalletti era già stato giubilato da una parte dell’AS Roma e da un settore di Roma, che ne metteva in discussione l’operato e si divertiva ad alimentare voci di un suo imminente addio.

Complice il mood all’avanguardia del football d’Oltremanica – i club sono aziende private gestite da grandi magnati (Glazer, l’attuale patron dello United, è titolare di una holding company con diversi interessi finanziari) che si occupano della parte economica, lasciando l’aspetto sportivo all’allenatore – Ferguson opera in prima persona sul mercato, scegliendo i calciatori più adatti al suo sistema di gioco e permettendosi la costruzione di uno staff tecnico di primo ordine: ieri si avvaleva di Carlos Queiroz (ct del Portogallo a Sudafrica 2010 ed ex allenatore del Real Madrid), oggi di Mike Phelan, centrocampista dei Devils quando sconfissero il Barcelona nella finale di Coppa delle Coppe.

La società gli ha dedicato addirittura una tribuna del glorioso “Old Trafford” commentata con il consueto low-profile: “L’ho vista soltanto a fine partita, sono orgoglioso di far parte del club più prestigioso del mondo” che – però – nella carriera ha lasciato più d’una volta spazio alla polemica nei confronti degli arbitri, al punto che lo scorso marzo fu squalificato per cinque giornate con annessa multa di trentamila sterline per gli insulti rivolti al direttore di gara nella partita contro il Chelsea.

Figlio d’un operaio, Ferguson non pensa alla pensione – “Allenerò finché la salute me lo permetterà” – forse perché nel suo dna non esiste il riposo, visto che è nato il 31 dicembre, quando solitamente si pensa a festeggiare e non a lavorare.

Più che un esempio di passione, un emblema di professionalità e competenza. In una parola, managerialità. Quella che in Italia – sia in un calcio incancrenito in un medioevo gestionale dove permane la coabitazione tra pubblico e privato nella gestione degli impianti e dove abbondano i faccendieri da quattro soldi che operano nel mercato, che nello sport e in altri settori (economia, politica, sanità…) – latita come le critiche nei suoi confronti nonostante il recente derby perso, in casa e per 6-1, contro i Citizens di Balotelli.

Venticinque anni di matrimonio significano anche questo.

Congratulations, Sir Alex.

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