OSCAR WASHINGTON TABAREZ/ Il Maestro che scriveva romanzi di pallone

Oscar-Tabarez

Forse da domenica sera, davanti la felicità di una nazione di tre milioni e mezzo di abitanti (la Provincia di Roma ne conta quattro milioni), avrà ripensato ai racconti dell’infanzia, a quei nomi – Maspoli, Varela, Ghiggia, Schiaffino – evocatori di un’aurea così magica e quasi mistica con le loro gesta sportive – due medaglie d’oro olimpiche (1924 e 1928) e due coppe Rimet (1930 e 1950) – che lui, poiché sconfitto dall’anagrafe (3 marzo 1947), non aveva potuto vivere in prima persona.

 

Perché Oscar Washington Tabarez, 64 anni, una laurea in Magistero all’università di Montevideo, per tutti “Il Maestro”, da domenica sera, più che el director tecnico campeon de America, è l’uomo che ha riportato l’Uruguay a scrivere pagine di storia calcistica che ben si accompagnerebbero agli affreschi su Nasazzi, Petrone, Cea e Scarone che il suo amico Eduardo Galeano ha dipinto in Splendori e miserie del gioco del calcio.

Ma la quindicesima coppa America della Celeste, ora nazione più titolata del continente desapareçido, frutto di un indiscusso 3-0 sui quasi omonimi del Paraguay, simboleggia solo l’ultima pennellata di un capolavoro cominciato cinque anni fa, all’indomani della mancata qualificazione ai campionati del mondo 2006, quando la Asociación Uruguaya de Fútbol richiamò sulla panchina più nobile del paese “Il Maestro”, al tempo osservatore Fifa triste, solitario y final perché anch’egli, come il romanzo di Osvaldo Soriano, ormai al tramonto di una lunga carriera priva però di quei risultati prestigiosi a lungo inseguiti.

Una ricerca che lo aveva portato a saltare l’oceano dopo una Coppa Libertadores con il Peñarol (1987) e un Torneo Apertura con il Boca Juniors (1992, con centravanti un giovanissimo Gabriel Omar Batistuta) per tentare l’avventura, poco più che quarantacinquenne, nell’Olimpo del calcio europeo salvo venirne sbattuto fuori in meno di un lustro. Il nono posto di Cagliari (1995) unico bagliore di un viaggio buio, chiuso con un esonero settembrino nel remake sardo (1999) arrivato dopo la malinconica retrocessione di Oviedo (1998) e la sfortunata esperienza al Milan.

Già, forse domenica sera, Oscar Washington Tabarez, 64 anni, una laurea in Magistero all’università di Montevideo, per tutti “Il Maestro”, avrà ripensato anche a quel semestre rossonero, chiuso anzitempo il 1.dicembre 1996 a causa di una squadra ormai sazia di successi e di un presidente che lo sfiduciò accantonando il rispetto in nome di un’ironia buona per animare le serate sulle navi da crociera. «Tabarez? Chi è costui? Forse un cantante iscritto a Sanremo?» commentò mister B. nel febbraio 1996, ancor prima che fosse ufficiale l’arrivo a Milanello del tecnico uruguagio estimatore di Che Guevara.

Seguì un decadente ritorno fra i mari del Sud (Velez e Boca Juniors) dopo il quale “Il Maestro” divenne ideale e involontario spunto narrativo per L’ombra di quel che eravamo, ultima fatica letteraria del cileno Luis Sepulveda: aveva giocato la sua partita, ma aveva perduto. Forse lo avrà pensato più volte, anche nelle conversazioni con Eduardo Galeano mentre rievocavano le gesta dell’Uruguay che nel 1950 fece piangere il Brasile; forse, quando si è ritrovato sulla panchina di quella Celeste dove aveva seduto tra il 1988 e il 1990, avrà però rammentato che “l’uomo non può cambiare ciò che è stato, ma può sempre precorrere il futuro”.

Dopo di che si è messo al lavoro per plasmare un gruppo di ottimi calciatori – Lugano, Diego Perez, Gargano, Maxi Pereira, Suarez, Forlan, Cavani, Lodeiro – animati dalla garra charrua, l’indomito e secolare spirito di questa nazione a nord del Rio de La Plata. Perché “Niente invano. Tutto in vino”. Come c’è scritto per le strade di Montevideo e nella “Finestra sui muri” de “Las palabres andantes” di Eduardo Galeano. Vino come sinonimo di felicità, vino quale nettare per brindare, a Sudafrica 2010, al ritorno dell’Uruguay fra le Grandi del mondo dopo quarant’anni. Quattro vittorie e un pareggio prima di arrendersi in semifinale all’Olanda e a un gol, quello di Sneijder, dove aleggia ancora il sospetto del fuorigioco.

«Amigo, ho ancora tanto da vivere e voglio ancora vincere tanto» rispose a un giornalista dopo il 2-3 contro la Germania nella finale per il terzo posto. Incoscienza? Non per uno abituato ad adoperare le parole con cura. Profezia? Chissà… È un Maestro, non uno Stregone…

Che, dopo aver visto che in finale avrebbe affrontato un Paraguay arrivatoci senza aver vinto una partita sul campo, deve aver pensato a quanto sia sadico e diabolico il Destino. Che, nella conferenza della vigilia, ti obbliga a dire: «Non basta il nome per vincere» per tenere alta la tensione e perché dentro di te sai che, dopo aver eliminato l’Argentina padrona di casa nei quarti di finale, diverrebbe estremamente complicato trovare le parole per spiegare un’eventuale sconfitta da un avversario che ce l’ha fatta sempre e solo ai calci di rigore.

Forse Oscar Washington Tabarez, 64 anni, una laurea in Magistero all’università di Montevideo, per tutti “Il Maestro”, la notte prima della finale avrà pensato ancora a Sepulveda, ad Antonio José Bolivar Proaño mentre è sulle tracce della tigre che semina morte e paura tra i poveri abitanti del piccolo paesino di El Idillio, governati da un sindaco antipatico e arrogante, al quale non rimane – per mantenere l’apparente efficienza della propria autorità – che chiedere aiuto proprio al vecchio Antonio, che trascorre le sue giornate nella sua capanna, cucinando banane e leggendo romanzi d’amore. “Se trovare le tracce è troppo facile e ti senti fiducioso, vuol dire che il tigrillo ti sta osservando la nuca” si ripeteva l’anziano cacciatore mentre era nella foresta in cerca della feroce belva. Non sappiamo se avesse 62 anni, Antonio José Bolivar Proaño. Di sicuro non aveva una laurea in Lettere e Magistero all’università di Montevideo e non allenava l’Uruguay.

Domenica sera, dopo la rete di Suarez e la doppietta di Forlan, “Il Maestro” ha dichiarato: «La maggiore soddisfazione è il cammino più del risultato finale». In cima ai suoi pensieri non c’era la preda catturata, quanto la strada percorsa per arrivarvi: fatta di sperimentazioni tattiche – dalla difesa a tre alla difesa a quattro, dal 4-3-3 al 4-4-2 – e concettuali – meno anarchia, più linearità – finalizzate a far sì che, in una nazione dove tutti giocano a calcio perché tutti sognano di diventare calciatori, una generazione di talenti possa esprimere in continuazione il meglio di sé.

Un pensiero naturale per uno come lui, che nel 2001 scrisse: «Il calcio è di destra e noi allenatori di sinistra siamo vittime della legge del risultato. È la legge del risultato a rendere conservatore il calcio. Il risultato è potere. Per conservarlo bisogna produrre risultati. Progredire, e quindi essere progressisti, vuol dire superare la gabbia del risultato. A sinistra c’è quella che io definisco l’Utopia: lavorare per un progetto e cercare di realizzarlo andando oltre le sconfitte. Purtroppo basta un palo, un rigore, una giornata storta a far morire un’Idea».

Forse, in questo momento, Oscar Washington Tabarez, 64 anni, una laurea in Magistero all’università di Montevideo, una moglie e quattro figlie, sta semplicemente leggendo.

Hasta siempre, Maestro!

 

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