NADIA COMANECI/ Una farfalla in cerca della felicità

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Una farfalla dalle gambe di cristallo e dall’animo d’acciaio. Volata poco più che bambina in cima al mondo per cadere su se stessa, prima di risollevarsi e precipitare una seconda volta fino a trovare la forza necessaria per la fuga verso la libertà. Come essere umano, come donna.

 

Ripetuto volteggio fra apice e baratro, la vita di Nadia Comaneci si è sviluppata quasi fosse una metafora della ginnastica artistica che la portò alla ribalta planetaria a soli quattordici anni: Giochi Olimpici di Montreal, Canada, 18 luglio 1976, una ginnasta romena appena sopra il metro e cinquanta e poco sotto i quaranta chili non stupì per la conquista di tre ori (individuale, parallele e trave) quanto per l’euclidea precisione e la leonina determinazione nell’esecuzione degli esercizi. “Sembra nuotare in un oceano d’aria” commentò un cronista mentre lei, con lo sguardo che l’ingenuità dell’età fa sembrare distaccato, mandava in tilt i computer, che non contemplavano il ‘10’ assegnatole dai giudici, incantati da tanta bellezza.

Dal tappeto gommato del “Montreal Forum” al campo minato di Bucarest. Fin dal suo rientro in patria la storia dell’atleta nativa della minuscola Onesti diverrà il paradigma della politica che strumentalizza lo sport per i suoi interessi, senza preoccuparsi se ciò espropria l’individuo della sua dignità. Al regime di Ceausescu non importò di Nadia Comaneci. Interessò l’eroina del lavoro socialista romeno, da esibire in occasioni ufficiali e convivi a palazzo: come un vanto, un trofeo, un oggetto. Da usare a proprio piacimento. Come fece Nicu, il figlio del dittatore, che con la non ancora ventenne campionessa intrecciò una relazione dove una villa e una Bentley con autista furono il maquillage pubblico per mascherare un privato di lividi sul volto, unghie strappate e umiliazioni morali. Come i festini con gli amici dove lei recitava la parte della “bambolina del potere”; come la rissa provocata dal “Giovane sole rosso” al matrimonio – dove pare non fosse stato invitato – tra lei e Ion Geolgau, calciatore dell’Universitatea Craiova, pochi mesi prima (primavera 1984) che la farfalla annunciasse il ritiro dall’attività agonistica. I suoi ultimi battiti d’ali a Mosca, Olimpiade del 1980: due ori e altrettanti argenti.

La fragilità per essere cresciuta troppo in fretta e senza sostegno (divorzio dei genitori) l’aveva condotta sull’orlo del suicidio, qualche anno dopo Montreal fu ricoverata per aver ingerito candeggina, mentre dopo i Giochi di Los Angeles cominciò a bere, ingrassare e andare in giro con il volto inondato da un trucco pesante quasi volesse coprire la vergogna per le vessazioni del regime.

Fino alla fine di novembre del 1989, quando il coraggio e la disperazione la aiutarono a ritrovare le forze per volare: varcò – con gli occhi sporchi di fango – il confine con l’Ungheria fino ad arrivare negli Stati Uniti. Dove chiederà asilo politico, dove farà la modella e la testimonial pubblicitaria per recuperare i 250 mila dollari rubateli da Konstantin Panit, un connazionale massaggiatore che l’aveva accompagnata nella fuga verso la libertà. Dove ritroverà Bart Conner (conosciuto proprio in quell’Olimpiade di Montreal), che sposerà nell’aprile del 1996 – in una Bucarest festosa – e con il quale dieci anni più tardi avrà un figlio, Dylan Paul.

Nel 2001 Nadia Comaneci ha ottenuto la cittadinanza americana e oggi, insieme al marito, dirige una scuola di ginnastica nello stato dell’Oklahoma. Attività commerciali, benefiche e diplomatiche (è ambasciatrice per lo sport romeno) i suoi altri impegni.

Due settimane fa, esattamente il 12 novembre, ha compiuto cinquant’anni e sarebbe bello chiederle se, dopo infinite tribolazioni, abbia raggiunto l’essenza del suo nome, cioè la nadežda (dal russo, ‘speranza’): essere una donna felice.

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