MARIO BALOTELLI/ “Il razzismo nasce dall’ignoranza più bassa. E i tabloid scrivono un sacco di c….”

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«Se mi capita di assistere a un’esultanza di Inzaghi, non posso fare a meno di pensare: “Come mai a lui non domandano perché gesticola come un matto?”». Non serve che Mario Balotelli, super striker ventunenne del Manchester City, spieghi alla stampa che il suo autocontrollo dopo un gol sia un fatto caratteriale. Tabloid, Tv e ficcanaso occasionali lo braccano, in cerca più che altro di presunte fidanzate o marachelle da spifferare.

 

Eppure, nel 2008 Mario Balotelli ha vinto il primo di tre scudetti consecutivi con l’Inter. È il più giovane marcatore di ogni epoca in Champions League (2008, a 18 anni e 85 giorni) e la coppa l’ha alzata prima dei vent’anni, nel 2010. Senza le sue 11 reti stagionali, l’annata del Triplete nerazzurro avrebbe avuto probabilmente altro esito. In tutto questo, “SuperMario” ha fatto l’abitudine alle continue punzecchiature mediatiche e lo racconta in esclusiva a L’Uomo Vogue che gli dedica la copertina del numero in edicola dall’11 gennaio.

«Se compro una Fiat Uno, leggo che per un tipo come me era più adatta una Ferrari; se scelgo la Ferrari, scrivete che avrei dovuto stare con i piedi per terra e comprare la Uno. Se rido, non sono serio; se non rido, sono un musone ricco che nemmeno si diverte a fare il mestiere più bello del mondo. Qui in Inghilterra la stampa scandalistica scrive di tutto, ed esagera sempre. La cosa che mi dà più fastidio è che in Italia le fesserie dei tabloid siano riprese e amplificate senza verifiche. Così molti connazionali prendono tutto per oro colato».

Farlo parlare a ruota libera non è semplice. In ogni caso, non sembra come lo dipingono e ascoltarlo è interessante. Si spazia dall’emozione dell’incontro con il presidente Napolitano all’incontestabilità del diritto alla nazionalità per chiunque nasca nel nostro paese. Si discute anche dell’opportunità o meno, per le celebrities, di prendere posizioni pubbliche in battaglie sociali.

«Certo che si può intervenire in questioni a carattere sociale. Basta che il tutto non si trasformi in contrapposizione politica, perché quello è un campo a me ostico, in cui non mi permetto giudizi. Per esempio, quando ho saputo dell’agghiacciante doppio omicidio razzista di Firenze, ho provato anche io un grande dolore. Non gioco in Italia, e non rilascio che rare interviste, così non ho avuto l’occasione di intervenire subito. Fossi stato ancora nel nostro paese avrei preso posizione pubblicamente. Avrei avuto voglia, in qualche modo, di dare una mano».

Anche negli stadi, le tifoserie esasperate inneggiano al razzismo.

«Non mi pare un tema necessariamente legato al tifo: conosco supporter sfegatati, eppure correttissimi, in Italia, e ancora di più in Inghilterra. Il razzismo nasce dall’ignoranza più bassa; è sui bambini che bisogna agire, e soprattutto a scuola. Non ridere, eh… L’ho capito tardi che la scuola è essenziale; ringrazio i miei genitori che hanno insistito perché prendessi il diploma superiore».

Parliamo un po’ di allenatori, di vittorie, di reti importanti.

«Mourinho? Tra i migliori», butta lì. «In quanto a feeling personale, direi prima Mancini e poi Mourinho. Un allenatore deve tirare fuori il 100% da un giocatore e Mancini è molto bravo perché lo sta facendo. La vittoria più bella è il primo scudetto, un brivido indimenticabile. Ovvio che anche la Champions mi abbia entusiasmato. Il Triplete è stata una conquista ottenuta da un grande gruppo, a cui mi sento affettivamente legato. Ti piacerebbe fare altre esperienze all’estero, magari a Barcellona o Madrid? «Ho 21 anni, e già da quasi due sono lontano da casa. Mi sono adattato abbastanza bene, nonostante differenze abissali. Ma non ho amici veri, qui. Se dovessi muovermi, ora come ora, sceglierei l’Italia». 

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