LA STORIA DELLE OLIMPIADI, 8/Amsterdam 1928

AMSTERDAM

Gli olandesi attesero questa assegnazione per almeno un decennio, ma nonostante questo non si fecero trovare pronti all’appuntamento. Il nuovo corso del belga de Ballet Latour cambiò parecchie cose, dando una certa rilevanza alle donne ed eliminando sport storici come tennis e rugby.L’America perse la supremazia nell’atletica, l’Uruguay fece il bis nel torneo di calcio e il Duce, non soddisfatto della spedizione azzurra, rimediò alla figuraccia sostituendo li presidente del Coni: questa fu Amsterdam 1928.

 

 

L’addio di De Coubertin nel 1925 segnò la fine di un’era, ma il movimento olimpico continuò ad espandersi battezzando nuovi paesi e nuove culture. Ormai l’organizzazione dei giochi era ben lanciata e consolidata e l’edizione parigina del 1924 ne fu la riprova. L’intenzione era  quella di proseguire sulla stessa strada e per farlo le olimpiadi del 1928 vennero assegnate ad Amsterdam. Per la capitale olandese fu la prima volta, ma a dir la verità i Paesi Bassi attendevano questa assegnazione da una decina d’anni: Amsterdam si candidò per i giochi del 1920, ma in quell’occasione si decise di omaggiare Anversa e il Belgio devastato dal conflitto mondiale; la storia si ripeté anche per l’edizione olimpica del ’24, quando l’organizzazione volle fare un ultimo regalo a De Coubertin preferendo ad Amsterdam Parigi.

Come detto la volta buona fu quella in occasione dei Giochi del 1928: il congresso olimpico del 1924 assegnò le olimpiadi agli olandesi, che batterono la concorrenza di Los Angeles e dettero il via ai preparativi. Nonostante la lunga attesa però l’organizzazione dei Pesi Bassi non si fece trovare prontissima all’evento: tutti gli impianti sportivi vennero ultimati in extremis e il Villaggio Olimpico restò solo un progetto. Alcune squadre furono costrette ad alloggiare nelle imbarcazioni con le quali erano arrivate nei Paesi Bassi, Italia compresa che soggiornò nel suo modesto piroscafo. Niente a che vedere con la “President Roosevelt”, imbarcazione in dotazione alla squadra americana, fornita di piscina e di minipista di atletica. Come annunciato il padre delle Olimpiadi, Pierre de Coubertin, decise, anche per motivi di salute, di farsi da parte lasciando la sua “creatura” in mano al belga Henry de Ballet Latour e, con il cambio alla guida del Cio, le novità non si fecero attendere. Tanto per cominciare le donne diventarono parte integrante delle manifestazioni olimpiche.

De Coubertin non aveva mai visto di buon occhio la partecipazione del sesso femminile alla kermesse olimpica ma Henry de Ballet Latour ritenne si da subito questo atteggiamento fuori moda. Ad Amsterdam 1928 parteciparono addirittura 300 donne che si sfidarono in gare di  ginnastica, scherma, vela, nuoto, equitazione, e per la prima volta nell’atletica, seppur con un programma notevolmente ridotto rispetto agli uomini. Di contro venne notevolmente sfoltito il menù degli sport in programma: il Cio infatti decise di fare fuori tennis (ritenuto troppo professionistico) rugby, polo oltre alle campestri e il pentathlon. Un’altra novità riguardò il rito dell’accensione della fiamma olimpica, che dopo l’esperimento di 4 anni prima a Parigi, ad Amsterdam divenne ufficiale. Nei mesi precedenti all’apertura della manifestazione, una staffetta tra giovani greci aveva portato la fiaccola da Atene ad Amsterdam, prima di sfilare poi davanti agli atleti nella passerella della cerimonia d’apertura, che si tenne il 17 maggio nel nuovissimo stadio olimpico di Amsterdam. Inoltre, a dimostrazione del grande seguito che con gli anni cominciarono ad avere le olimpiadi anche dal punto di vista mediatico, arrivò il primo grande sponsor ufficiale della manifestazione: la Coca Cola.

L’olimpiade della “Venezia del nord” si svolse in un clima di pace e tranquillità. Ancora lontana dagli echi di guerra fece il suo ritorno a distanza di 16 anni la Germania, mentre la Russia preferì rinunciare ai giochi olimpici per la terza volta consecutiva. Ancora una volta a piazzarsi sull’immaginario gradino più alto del medagliere furono gli Stati Uniti, che però fecero registrare una notevole flessione rispetto alle edizioni precedenti. Se ad Anversa e Parigi gli americano sbaragliarono gli avversari sforando le 90 medaglie, ad Amsterdam si limitarono a 56, costituite da 22 ori, 18 argenti e 16 bronzi; la vera sorpresa fu la rientrante Germania, capace di piazzarsi al secondo posto con 36, seguita dall’accoppiata scandinava Finlandia e Svezia (entrambe a 25) e dall’Italia, che conquistò un ottimo quinto posto davanti alle vicine di casa Francia e Svizzera. Diciannove invece le medaglie per i padroni di casa che con 6 ori, 9 argenti e 4 bronzi si piazzarono all’ottavo posto.

Amsterdam 1928 segnò la continuazione di quanto iniziato nelle edizioni precedenti e cioè il dominio americano, soprattutto nell’atletica, messo in discussione dalla piccola grande Finlandia già ad Anversa e Parigi.Questa storica supremazia venne infatti minimizzata ad un semplice vantaggio, e non per mano di una sola nazione. I fenomeni finlandesi del fondo e mezzo fondo fecero ancora scuola: Nurmi, ormai 32enne e sazio di record e di successi, si portò a casa l’ultima gara che mi mancava, quella dei 10000, seguito sul podio dal connazionale Ritola. Oltre a questo oro Nurmi chiuse la sua carriera olimpica con altre due medaglie d’argento: una dietro a Ritola nei 5000 e un dietro a Loukula nei 3000 siepi. Gli altri due ori nell’atletica di marca finlandese spettarono a Larva nei 1500 e a Yrjölä nel Decatholn.

Clamoroso il podio delle due gare di velocità più importanti (100 e 200 metri piani): il canadese Percy Williams registrò la storica doppietta, mentre Gran Bretagna e Germania si spartirono 2° e 3° posto ma con atleti diversi: John London e George Lammers nei 100, Walter Rangeley ed Helmut Körnig nei 200. Degli americani nemmeno la traccia. Nonostante questo smacco furono proprio gli atleti statunitensi a guadagnare più medaglie degli altri. Gli ori più significativi arrivarono nei 400 (con Ray Barbuti), nel salto in alto (Robert King) nel salto in lungo (Edward Hamm), nel salto con l’asta (Sabin Carr) nel getto del peso e nel lancio del disco (John Kuck Clarence Houser) senza dimenticare le staffette 4×100 e quella 4×400. Da segnalare anche il primo posto del giapponese Mikio Oda nel salto triplo e del sudafricano Sydney Atkinson nei 110 metri ostacoli. La medaglia della maratona invece finì al collo di Mohammed Bouguerra El Ouafi, un algerino, umile operaio della Renault, che corse sotto la bandiera francese.

Se finlandesi, inglesi e tedeschi potevano insidiare il trono americano sulla pista d’atletica, niente e nessuno poteva far paura agli statunitensi in piscina. Dopo l’abbuffata parigina gli americani portarono a casa 6 ori su 11 eventi, raccogliendo anche 2 argenti e 3 bronzi. Weissmuller si ripeté vincendo i 100 stile libero, seguito dall’ungherese István Bárány e dal nipponico Katsuo Takaishi; tutto americano fu invece il podio dei 100 dorso, grazie all’oro di George Kojac, l’argento di Walter Laufer e il bronzo di Paul Wyatt. Oltre a questi ci furono le vittorie americane nei 100 e  400 stile libero femminili e nelle staffette 4×100 femminile e 4×200 maschile. Una medaglia d’oro ciascuno nelle altre specialità anche per Germania, Giappone, Olanda e Argentina.  Negli sport di squadra l’Uruguay servì il bis nel calcio vincendo la finale contro l’Argentina per 2-1; il terzo postò spettò alla selezione italiana che strapazzò l’Egitto per 11-3 nella finale del 3°-4° posto. Nella pallanuoto invece  la vittoria andò ai tedeschi che superano l’Ungheria con punteggio finale di 5-2; la medaglia di bronzo se l’aggiudicò la Francia battendo 8-1 la Gran Bretagna.

Nel 1928 l’Italia era nel pieno del periodo fascista, e nonostante la squadra azzurra riuscì a migliorare il bottino di medaglie rispetto a quanto accaduto 4 anni prima a Parigi (19 a 16), Mussolini non fu soddisfatto della spedizione in terra d’Olanda. Il Duce infatti, all’indomani della fine dei Giochi, sollevò dall’incarico il presidente del Coni Ferretti, sostituendolo con il segretario del partito Augusto Turati. In realtà però l’olimpiade olandese per gli azzurri fu tutt’altro che negativa. Importanti ed esaltanti vittorie arrivarono a discapito del pronostico, come quella nel canottaggio. Il 4 con composto da D’Elise, D’Este, Perentin e Vittori con timoniere Petronio arrivò ad Amsterdam con poche speranze, ma riuscì a sbaragliare la concorrenza andando a vincere la finale con la Svizzera con un distacco nettissimo. Un’altra medaglia nel canottaggio, di bronzo però, la portò a casa la squadra del 4 senza. Conferme anche nel ciclismo, dove dopo le vittorie ad Anversa e Parigi, la formazione dell’inseguimento a squadre, guadagnò un altro prestigioso oro.  Due medaglie, entrambe d’argento arrivarono nella ginnastica: la prima nella sbarra con Romeo Neri, la seconda nel concorso a squadre.

La scherma fece quasi bottino pieno nelle gare a squadre dove, forte di campioni come Puliti, Chiavacci e altri, l’Italia vinse sia nel fioretto che nella spada. Nella sciabola la squadra azzurra chiuse seconda dietro l’Ungheria, mentre nell’individuale Bino Bini riuscì a piazzarsi terzo; identico il risultato ottenuto nel fioretto individuale da Giulio Gaudini. Un’altra disciplina che fece registrare altre medaglie fu il sollevamento pesi, che regalò l’argento a Pierino Gabetti  e a Carlo Galimberti, il primo per i pesi piuma il secondo per quelli medi. Ma la vera sorpresa giunse nel pugilato, disciplina dove gli azzurri vinsero il medagliere portandosi a casa  4 medaglie, 3 d’oro e una di bronzo. Il metallo più pregiato finì al collo di Carlo Orlandi nei leggeri, di Vittorio Tamagnini nei gallo e di Piero Toscani nei medi. Il bronzo invece fu tutto di Carlo Cavagnoli nei pesi mosca.

Come detto in precedenza quella olandese fu l’Olimpiade della donne, la prima dove il sesso femminile ebbe uno spazio concreto anche nelle discipline più importanti, come ad esempio l’atletica.. E non si può non cominciare ricordando le ragazzine italiane della squadra di ginnastica: dodici bambine tra i 13 e i 14 anni che le diventarono delle autentiche  beniamine. Nonostante la giovane età in pedana si dimostrarono ginnaste di tutto rispetto e dovettero piegarsi solo alla squadra olandese, vista di buon occhio dalla giuria. Tornando all’atletica da registrare il primo oro femminile della storia nei 100 metri piani, che andò alla canadese Elizabeth Robinson, mentre un’altra delle favorite, la connazionale Myrtie Cook squalificata per doppia falsa partenza, scoppiò in lacrime in un pianto a dirotto. Grande successo anche per la saltatrice in alto Ethel Catherwood, canadese pure lei, che conquistò, oltre all’oro anche i favori del pubblico per la sua sensuale avvenenza.

Le olimpiadi di Amsterdam si chiusero il 12 agosto, dopo quasi 3 mesi, riscuotendo parecchio successo e facendo registrare un interessante record: ben 33 nazioni (su 46) ritornarono in patria con almeno una medaglia, un record che sarebbe durato per quasi 40 anni.

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