LA STORIA DELLE OLIMPIADI 11/ Helsinki 1952

Londra aveva rimesso in piedi le olimpiadi provando a cancellare gli orrori della seconda guerra mondiale. Il dopo guerra fu caratterizzato dalla guerra fredda, un lungo periodo di tensioni fra stati occidentali ed orientali che sembrava poter portare ad un terzo conflitto. A spengere, anche solo per un mese, ogni tipo di contrasto ci pensò l’edizione dei giochi del 1952, quella disputata ad Helsinki. Il campione Paavo Nurmi passò il testimone ad Emil Zapotek, fondista cecoslovacco autore di un impresa storica. In mezzo a tanta America ricordiamo le vittorie dei maestri sovietici nella ginnastica e il successo di una magica squadra di calcio: l’Ungheria di Ferenc Puskas.

di Carlo Alberto Pazienza

helsinkiCon la fine della seconda guerra mondiale il mondo pensava di potersi lasciare alle spalle, almeno per qualche decennio, morte, distruzione e contrasti tra le varie nazioni. E invece il periodo tra la fine degli anni ’40 e l’inizio degli anni ’50 fu caratterizzato dallo scoppio di nuove tensioni internazionali, tramutatesi nella guerra fredda e nella Guerra di Corea. Questo fortunatamente non bastò per inceppare la macchina organizzativa olimpica, che poco prima dell’edizione londinese dei Giochi si riunì per assegnare l’edizione del 1952. Alla sessione del 21 giugno 1947 (la 40° nella storia del Cio) parteciparono 7 rappresentanti di altrettante città candidate ad ospitare la prima edizione dei giochi degli anni ’50. Le città in lizza furono: Los Angeles, Chicago, Minneapolis, Detroit, Filadelfia, Amsterdam e Helsinki.

A spuntarla alla fine fu la capitale della Finlandia, paese ancora occupato dalle truppe sovietiche: con il senno di poi, però, mai scelta si rivelò più azzeccata. Il comitato organizzatore finlandese si adoperò sin da subito per esaudire la richiesta della federazione sovietica (che tornava a disputare un olimpiade a distanza di decenni) che si rifiutava di far alloggiare i propri atleti insieme a quelli occidentali: vennero così costruite addirittura tre villaggi olimpici, uno per gli atleti dei paesi alleati dei sovietici, uno per gli atleti dei paesi alleati degli Stati Uniti e uno riservato alla donne. In realtà però quello che succedeva al di fuori dell’olimpiade interessava poco a tutti gli atleti: sui campi di gara le tensioni politiche venivano lasciate da parte e facevano spazio a scene di fratellanza fra atleti che ad ogni buona occasione fraternizzavano senza problemi e senza guardare il colore della bandiera. Per quanto riguarda l’esito tecnico le olimpiadi a Helsinki si registrarono ben 24 nuovi primati nell’atletica leggera, 3 furono eguagliati, mentre i record mondiali superati furono addirittura 6. Tra le nuove discipline introdotte ricordiamo il baseball (solo a livello dimostrativo) e molte specialità nella ginnastica femminile, come ad esempio la trave, le parallele, il volteggio, il corpo libero; inoltre nel programma olimpico fu inserita la prova a squadre del pentathlon moderno, e infine qualche specialità nei pesi e nel pugilato.

La cerimonia inaugurale del 19 luglio 1952 aprì la XV edizione dei Giochi Olimmpici sotto una pioggia battente. Ad accendere il braciere olimpico fu Paavo Nurmi, corridore finlandese capace di vincere 12 medaglie nel fondo fra il ’20 e il ’28: al suo ingresso nello stadio olimpico la folla lo acclamò e lo festeggio come un vero e proprio eroe nazionale. A differenza di molte delle precedenti rassegne olimpiche non ci fu una vera e propria nazione mattatrice. La vittoria finale del medagliere andò comunque agli Stati Uniti, che superarono l’Urss di sole 5 medaglie. La spedizione sovietica in effetti si rivelò competitiva in tutte le discipline, riuscendo a portare a casa ben 71 medaglie di cui 22 dal metallo più pregiato; gli americani però fecero la loro parte, conquistando 76 medaglie di addirittura 40 d’oro. Distanziata da più di 30 medaglie, sul terzo gradino del podio ci finì la sorprendete Ungheria, rappresentata dalla strepitosa nazionale di calcio, ritenuta una delle più forti nella storia di questo sport.

Ottimo il quarto posto della Svezia, capace di mettersi in tasca 35 medaglie; subito dietro troviamo l’Italia, che riuscì a confermare il quinto posto ottenuto a Londra quattro anni prima: per gli azzurri 8 medaglie d’oro, 9 d’argento e 4 di bronzo. Più che discreta anche la prestazione dei padroni di casa che, nonostante le 22 medaglie complessive (una in più dell’Italia) si dovettero accontentare dell’ottavo posto a causa del minor numero di ori conquistati rispetto a Cecoslovacchia e Francia (rispettivamente sesta e settima  nel medagliere). L’autentico protagonista di Helsinki nell’atletica leggera fu Emil Zatopek, fondista cecoslovacco dalla corsa sgraziata e dall’espressione perennemente sofferente. Zapotek si era già fatto conoscere a Londra 4 anni prima, quando vinse i 10000 e arrivò secondo nei 5000 metri. In Finlandia l’atleta cecoslovacco realizzò un impresa mai più riuscita a nessun altro nella storia delle olimpiadi: il 20 luglio cominciò il suo capolavoro vincendo con ampio distacco la finale dei 10000; 4 giorni dopo fu la volta dei 5000, dove, nonostante un gara tirata, Zapotek riuscì a finire la gara prima del francese Mimoun, argento anche nei 100000. L’atleta ceco ultimò il suo percorso vincente il 27 luglio, giorno in cui trionfò nella maratona (specialità in cui non si era mai misurato) con una facilità disarmante.

Ma oltre alla tripla impresa di Zapotek, fu davvero poco lo spazio riservato nell’atletica leggera a medaglie diverse da quelle a stelle a strisce. Gli americani infatti fecero incetta di ori, vincendo tutte le gare più importanti: Lindy Remigino vinse i 100 metri piani, mentre il vincitore di 4 anni prima, Harrison Dillard, stavolta trionfò nei 110 metri ostacoli; da ricordare anche gli ori nel salto in alto (Davis), nel lungo (Biffle) e in quello con l’asta (Richards). Dominio statunitense anche nei lanci, dove O’Brien si portò a casa l’oro nel peso, Iness quello del disco e Young quello del giavellotto. Nel folto medagliere americano ci fu spazio anche per qualche sprazzo d’Italia. Giuseppe Dordoni, per esempio, nonostante il dolore causato da un infezione alle unghie dei piedi, vinse con più di 2′ di distacco una gara massacrante come la 50 km di marcia; l’altra medaglia nell’atletica portata in dote agli azzurri fu di Adolfo Consolini, secondo nel getto del peso. Nel femminile invece alla ribalta salirono le atlete australiane: Marjorie Jackson conquistò l’oro nei 100 e 200 metri, mentre Shirley Strickland de la Hunty trionfò negli 80 metri ostacoli. Tante le medaglie intascate dalle atlete sovietiche, che però si dovettero accontentare solamente di due ori: quello nel getto del peso di Gàlina Zybina e quello di Nina Romashkova del lancio del disco.

Se gli americani dominarono nell’atletica, i sovietici furono i mattatori nella ginnastica. L’uomo immagine fu Viktor Chukarin, un campione polivalente capace di salire ben 6 volte sul podio con 4 ori (concorso individuale e a squadre, volteggio, cavallo con maniglie). Meglio di lui solo la connazionale Marya Gorokhovskaya che di medaglie ne vinse addirittura 7, di cui 2 d’oro. La Gorokhovskaya si aggiudicò il concorso completo individuale e a squadre, ma nei singoli attrezzi finì per ben 5 volte sul secondo gradino de podio.

Sorprendente anche la prestazione dell’Ungheria, capace di finire al terzo posto nel medagliere con ben 16 medaglie d’oro. Nella boxe uno degli atleti più ammirati fu il peso superwelter Laszlo Papp, che bissò il primo posto ottenuto a Londra 4 anni prima. Da ricordare anche la prova nel nuoto, dove la squadra magiara ottenne gli stessi ori degli americani (4), grazie ai trionfi, tutti nel femminile, nei 100 e nei  400 metri stile libero, nei 100 dorso e nella staffetta 4×100. Molto bene anche la scherma, specialità in cui gli schermidori  ungheresi si arresero solo alla supremazia italiana, finendo secondi nella classifica generale con 6 medaglie (2 per metallo). La spedizione ungherese si rivelò trionfale inoltre per il successo ottenuto dalla squadra di calcio. Lo squadrone guidato da Ferenc Puskas, il campionissimo che anni più tardi avrebbe fatto la storia del Real Madrid, non lasciò scampo a nessun avversario (tra cui l’Italia, liquidata per 3-0) e giunse in finale contro la Jugoslavia di Vujadin Boskov (proprio il futuro allenatore della Sampdoria) battendola per 2-0. Nessuna sorpresa invece nella pallacanestro, dove gli Stati Uniti dominarono il torneo battendo in finale rivali sovietici e conquistando il terzo oro consecutivo dopo Berlino e Londra.

Considerando il rientro di Giappone e Germania e l’ingresso dell’URSS, il bilancio di medaglie ottenute dalla spedizione azzurra fu più che positivo. Non delusero ovviamente sport tradizionali come scherma e ciclismo, e l’uomo immagine della squadra italiana fu certamente lo schermidore milanese Edoardo Mangiarotti, arrivato alla sua terza Olimpiade. Mangiarotti salì in pedana 4 volte e riuscì ad intascare altrettante medaglie: 2 d’oro nella spada( individuale e a squadre) e 2 d’argento nel fioretto, (individuale e a squadre). Altre tre medaglie finirono al collo di Dario Mangiarotti (battuto dal fratello nella finale della spada maschile), di Manlio Di Rosa (terzo nella finale del fioretto individuale) e di Irene Camber, vincitrice nella finale del fioretto femminile contro la favorita ungherese Elek. La sciabola maschile dovette  invece accontentarsi dell’argento dietro all’Ungheria. Anche i ciclisti italiani fecero il loro dovere, portando a casa 5 delle 18 medaglie in palio. Ad imporsi fu soprattutto Enzo Sacchi, splendido dominatore della velocità, mentre tornò ai fasti del passato il quartetto dell’inseguimento a squadre, che con Mesina, De Rossi, Campana e Morettini, riportò l’Italia sul gradino più alto del podio sconfiggendo in finale il Sudafrica. 

Arrivarono anche due argenti: uno dallo stesso Morettini nel km da fermo, e uno dalla squadra nella prova su strada; bronzo invece per la coppia del tandem composta da Antonio Maspes e Cesare Pinarello. Passando alla box i pugili azzurri portarono a casa una medaglia per colore: Aureliano Bolognesi (oro nei leggeri), Sergio Caprari (argento nei piuma) e Bruno Visintin (bronzo nei welter). Le ultime medaglie furono l’oro nella vela, classe star, con l’accoppiata Straulino e Rode che proprio nell’ultima regata superarono gli americani; l’argento del lottatore Ignazio Fabra e il bronzo della nazionale di pallanuoto nel girone vinto dall’Ungheria. Una curiosità: nei 100 metri stile libero un nuotatore italiano di nome Carlo Pedersoli arrivò in semifinale senza però riuscire a qualificarsi per la finale; anni più tardi avrebbe intrapreso la carriera cinematografica con il nome d’arte di Bud Spencer.

I giochi olimpici di Helsinki si chiusero il 3 agosto e per decenni saranno considerati i migliori mai disputati. Anche per solo meno di un mese lo sport riuscì a lasciare da parte tensioni politiche internazionali e far vivere, ad atleti e spettatori, un clima di pace e serenità. La lezione era stata imparata: nessun’altra guerra, o nessun contrasto politico, avrebbe mai potuto mettere a tappeto lo spirito olimpico.

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