LA STORIA DELLE OLIMPIADI, 10/ Berlino 1936

Sfarzo e ‘superiorità’ ariana. Queste le principali caratteristiche dell’aria che si respirò a Berlino nell’estate del 1936, sede dei Giochi Olimpici di quell’anno. Il nazismo stava prendendo piede in tutta Europa, ma nonostante i plurimi tentativi di boicottaggio le Olimpiadi del ’36 furono un vero e  proprio successo: 4 milioni di biglietti venduti e l’ennesima consacrazione di una manifestazione in continua espansione. La storia di Jesse Owens e la prima medaglia d’oro nel calcio per l’Italia, in mezzo tanta Germania: questa fu Berlino 1936.

di Carlo Alberto Pazienza

berlino_1936Dopo la brillante edizione americana di Los Angeles nel 1932, i giochi olimpici tornarono nel vecchio continente. Furono ben 11 le città candidate ad ospitare le olimpiadi del 1936 (tra le quali spiccava anche Roma), questo a testimonianza della grande considerazione che i giochi avevano acquisito nel tempo. Il Cio prese la sua decisione nel 1931: la scelta ricadde sulla Germania e su Berlino, che ottenne il permesso di organizzare la manifestazione a distanza di 20 anni dalla prima assegnazione (quella del 1916, poi annullata a causa della Guerra). La decisione presa dal Comitato olimpico fu una delle più contestate della storia: la Germania era nel pieno del periodo nazista e quando Hitler venne nominato Cancelliere, molte furono le richieste di spostare i Giohi altrove; il CIO non ne volle però sapere e i le olimpiadi del 1936 vennero confermate nella capitale tedesca.

Il comitato organizzatore tedesco, presieduto da Theodor Lewald  si riunì per la prima volta nel gennaio del 1933(poco dopo Adolf Hilter venne chiamato a presiedere il governo). Inizialmente il Fuhrer non fu molto entusiasta e decise di non dare troppa importanza ad un evento che lui stesso definì come una rassegna di ebrei. A fargli cambiare idea però fu il suo braccio destro e Ministro del Reich per l’istruzione e la propaganda Joseph Goebbels, che comprese a pieno la rilevanza sociale e internazionale delle Olimpiadi. Gobbels intuì che i Giochi potevano essere l’occasione per mostrare a tutto il mondo la potenza germanica e la superiorità degli atleti di razza ariana. Questo tipo di ragionamento colpì a fondo Hitler, che infatti cambiò completamente idea sull’importanza della manifestazione. Il governo infatti non badò a spese: lo stadio olimpico di Berlino venne costruito con materiali pregiatissimi e con forme classiche di memoria greco-romana; la piscina venne ampliata e il nuovo Villaggio Olimpico messo a disposizione degli atleti fu assolutamente di primo livello. Ma Hitler non voleva certo tralasciare i risultati sportivi, per cui la squadra tedesca venne preparata scrupolosamente e per mesi addirittura nella Foresta Nera, dove ne uscì in grande spolvero dopo allenamenti durissimi. Ovviamente le proteste ai Giochi Hitleriani di certo non mancarono: la comunità internazionale osservò attentamente l’agire del Partito Nazionalsocialista, che già 4 anni prima aveva avuto modo di farsi conoscere denominando le olimpiadi di Los Angeles, sulle pagine del loro giornale ufficiale, come “Un infame festival dominato dagli ebrei”. Il mondo iniziò a parlare di Nazi-Olympics e le associazioni sportive insorsero. L’AAU (American Athletic Union) qualche mese promosse un’iniziativa che aveva come scopo invitare atleti e allenatori a boicottare le olimpiadi qualora fossero state ravvisate forme di discriminazione. Negli Stati Uniti si formò un movimento per il boicottaggio delle Olimpiadi di Berlino 1936, che ottenne anche il consenso del presidente Roosvelt in persona. Il presidente americano decise di inviare una ‘spia’ in Germania per verificare quale fosse la reale la situazione, ma la scelta della persona fu clamorosamente sbagliata. A partire per l’Europa fu infatti Avery Brundage (futuro presidente del Cio), uno con tendenze ultraconservatrici e razziste. Il suo rapporto fu ovviamente positivo e così il  gli Stati Uniti decisero di prendere parte alle olimpiadi berlinesi. Anche Hitler decise comunque di correggere il tiro e ‘ridipingersi’ un po’: nonostante infatti fossero già in vigore le leggi antiebraiche, nello squadrone tedesco vennero inseriti 21 atleti di origine ebrea (ne gareggeranno solo due), così da poter tenere a bada critiche e associazioni antirazziste.

In ogni caso proteste e boicottaggi non furono sufficienti a far sospendere i giochi: così, in un trionfo di svastiche il 1° agosto 1936 ebbe inizio l’XI edizione dei Giochi Olimpici, con il mezzofondista tedesco Erik Schilgen che accese con la fiaccola giunta per mano di 3000 tedofori da Atene, il braciere olimpico. I Paesi partecipanti furono 49 per un totale di 3834 atleti (3506 uomini, 328 donne); fra le novità più rilevanti ricordiamo il il ritorno del calcio e l’ingresso della pallacanestro.

Come da pronostico a dominare i Giochi in lungo e in largo furono i padroni di casa. Il successo dei tedeschi fu agevolato sia dal “dilettantismo di Stato”, che consentì agli atleti di prepararsi a tempo pieno senza nessun tipo di preoccupazione economica (lo Stato curò ogni singolo aspetto della vita di ogni atleta), sia dall’introduzione di alcune nuove specialità, come ad esempio la canoa o il kayak, discipline poco praticate negli altri paesi. Alla fine furono addirittura 89 le medaglie portate a casa dalla Germania (33 d’oro, 26 d’argento e 30 di bronzo); privati del primo posto, sul secondo gradino dell’immaginario podio del medagliere ci finirono gli Stati Uniti, spodestati per la prima volta dal Londra 1908.

Nonostante le sole 16 medaglie complessive l’Ungheria si piazzò al terzo posto; la squadra magiara ottenne più medaglie d’oro (10) dell’Italia quarta con 22 totali (8 d’oro) e di Finlandia e Francia quinta e sesta entrambe con 19 (7 ori ciascuna). Nell’atletica la Germania ottenne diversi podi ma pochi ori, ma il protagonista assoluto dell’edizione berlinese dei giochi fu l’americano Jesse Owens, la cui vicenda rimarrà per sempre nella storia di questa manifestazione. Questo 23enne ragazzo di colore dell’Alabama era esploso l’anno precedente nel Michigan, ad Ann Arbor, facendo registrare ben 4 record mondiali  A Berlino Owens incantò tutti: tutti tranne Hitler.  Il Fuhrer infatti preferì abbandonare lo stadio piuttosto che veder premiato un’atleta di colore. E’ proprio questo episodio che rende Owens un personaggio leggendario: in pista e in pedana l’americano dominò nelle gare simbolo dei Giochi, facendosi beffe delle tesi razziste di Hitler, della tanto decantata superiorità della razza ariana e degli avversari tedeschi.

Prima vinse i 100 metri davanti al connazionale Metcalfe (giunto secondo anche 4 anni prima); poi passò al salto in lungo, l’impresa che si rivelò più bella. Owens si trovò in difficoltà nelle qualificazioni (effettuando due salti nulli) ma il suo avversario, il tedesco Luz Long, (che diventerà suo grande amico) lo consigliò   spingendolo a tentare di anticipare la rincorsa di qualche centimetro. Owens seguì il consiglio del rivale e riuscì ad ottenere la qualificazione alla finale proprio all’ultimo salto. La finale fu equilbrata ed avvincente fin quandò Owens allungò toccando quota 8,06 (record olimpico) e mettendosi al collo il secondo oro. La terza medaglia arrivò sui 200 metri, specialità che vinse agilmente davanti al connazionale Robinson e  all’olandese Osendarp. Ma Owens non era sazio e prima di congedarsi chiuse con un altro oro la staffetta della 4×100, davanti alla sorprendente squadra italiana giunta seconda e a quella tedesca arrivata terza. Per il resto le solite confere: molto bene i finlandesi nel fondo, con l’oro di Hockert nei 5000 metri, quello di Salminen dei 10000 e quello di Iso-Hollo nelle 3000 siepi; i tedeschi andarono forte nei lanci, dove vinsero il peso (Wollke), il martello (Hein) e il giavellotto.

L’ein plein gli fu rovinato dallo statunitense Carpenter, che portò a casa la medaglia d’oro nel lancio del disco. L’atletica a Berlino confermò l’ascesa del Giappone: i nipponici infatti si imposero nel triplo con Tajima e addirittura nella maratona con Kitei Son. Son però in realtà era di origini coreane e il suo vero nome era Sohn Kee Chung, ma siccome la Corea era sotto dominio giapponese fu costretto a gareggiare sotto bandiera e nome dell’invasore.  Più equilibrio nell’atletica femminile, dove Stati Uniti e Germania si spartirono 4 dei 6 eventi in palio. Per i primi arrivò la medaglia d’oro nei 100 con Helen Stephens e nella staffetta 4×100; per i tedeschi invece oro per Gisela Mauermayer nel disco e Tilly Fleischer nel giavellotto.

Da segnalare l’oro negli 80 metri ostacoli per la nostra Ondina Valla e la vittoria nel salto in alto per l’ungherese Ibolya Csák. Nel nuoto invece fu affare a tre, con Stati Uniti, Giappone e Olanda a dividersi 9 delle 10 medaglie in palio. Nipponici i 1500 stile libero, i 200 rana, la staffetta 4×200 stile libero maschili e i 200 rana femminili; americane invece le medaglie d’oro nei 400 stile libero e nei 100 dorso maschili.

Ma l’autentica protagonista nel nuoto fu l’olandese Rie Mastenbroek capace di vincere 3 medaglie d’oro nei 100 e nei 400 stile libero e nella staffetta 4×100 femminile. Tali imprese le fecero guadagnare il soprannome di “l’imperatrice di Berlino”. Negli sport di squadra va segnalata la vittoria nella pallanuoto dell’Ungheria, nazionale tra le cui fila figurava Olivér Halassy, atleta privo di una gamba, che vinse l’oro in finale contro la Germania. Nella pallacanestro invece la finale di basket tra Canada e Stati Uniti venne vinta da questi ultimi con l’incredibile punteggio di 19-8; questo magro risultato fu a conseguenza del fatto che la gara fu giocata all’aperto, in un campo fangoso e sotto una pioggia battente.

Calcio e scherma furono gli sport che regalano maggiori soddisfazioni all’Italia. Nel calcio la squadra spedita in Germania non era quella campione del mondo in carica, perché composta, come le altre, da studenti-calciatori per aggirare i limiti imposti dal CIO sul professionismo. Eroe della spedizione fu il friulano Annibale Frossi, ala dell’Ambrosiana-Inter, che segnò la bellezza di 7 gol. Gli azzurri eliminarono in ordine gli Stati Uniti per 1-0, poi sommersero di gol (8-0) il Giappone, quindi in semifinale confissero la Norvegia ai supplementari per 2-1. La finale con l’Austria si risolse ancora ai supplementari, e fu ancora Frossi a siglare il gol decisivo e a regalare il primo oro all’Italia nel calcio.

Dopo l’exploit di Los Angeles la squadra azzurra di scherma riuscì a ripetersi anche a Berlino. A far parlare di se fu un ragazzino di appena 17anni, Edoardo Mangiarotti, che con lo squadrone della spada conquistò il primo di tanti ori olimpici. La gara individuale della spada fu un vero e proprio derby: oro a Franco Riccardi, argento a Saverio Ragno, bronzo a Giancarlo Cornaggia Medici. Successi anche nel fioretto e nella sciabola, con la coppia Gaudini-Bocchino oro e bronzo nel fioretto e Gustavo Marzi argento nella sciabola; per quanto riguarda le gare a squadra oro nel fioretto e argento nella sciabola. Oltre ai successi già citati nell’atletica arrivò anche il bronzo di Oberwerger nel lancio del disco.

Delusioni nel ciclismo invece, dove l’unica medaglia arrivò dall’inseguimento a squadre che però perse il titolo conquistato 4 volte di fila, dovendosi accontentare della seconda piazza. Infine trovarono spazio nel  medagliere azzurro anche sport nuovi. Nella vela, ad esempio, gli azzuri conquistarono l’oro nella classe 8 metri; oppure nel pentathlon moderno dove Abba giunse 3°. Ultime medaglie da ricordare sono quelle giunte nel pugilato, oro nei gallo con Ulderico Sergo, argento con Motta nei mosca, e nel canottaggio, 2 argenti nell’8 e nel 2 con.

I Giochi di Berlino si svolsero con ordinaria regolarità, senza particolari contestazioni o brogli sportivi e con più di quattro milioni di biglietti venduti. Furono anche le ultime olimpiadi prima del secondo conflitto mondiale e le ultime andate in scena davanti agli occhi del barone De Coubertin, che morirà l’anno seguente. Per riparlare di Olimpiadi bisognerà attendere 12 anni.

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