IL GRANDE TORINO/ Ora e per sempre, la leggenda continua

Pochi giorni fa è ricorso l’anniversario della strage di Superga. Forse davvero qualcosa rimane tra le pagine chiare e le pagine scure. Qualcosa che le fotografie ritraggono in chiaroscuro solo perché, al tempo, in Italia, il colore non c’era ancora; qualcosa che però resiste all’incedere degli anni perché sintesi indelebile di storia e leggenda nelle menti di tifosi e appassionati.

di Tommaso Nelli

GrandeTorino60annisshot-1Qualcosa come il Grande Torino. Una squadra ascesa a mito con il tragico incidente aereo del 4 maggio 1949. C’erano pioggia  e nebbia, insolite compagne di viaggio primaverili, sopra la collina di Superga. I granata ritornavano da un’amichevole giocata (e perduta 4-3) a Lisbona, contro il Benfica, per omaggiare l’addio al calcio di Josè Ferreira, capitano dei lusitani e grande amico di Valentino Mazzola. L’atterraggio del trimotore Fiat G.212 era previsto a Milano, dove i giocatori erano attesi dal pullman societario (il celebre “Conte Rosso”) per fare ritorno a casa, ma fu dirottato all’aeroporto di Caselle a causa delle pessime condizioni atmosferiche.

Erano le 17:05. Lo schianto contro la parte posteriore della basilica di Superga, posta sull’omonima collina che sovrasta il capoluogo piemontese, interruppe l’epica di uomini forse eroi già sulla terra perché con le loro gesta simboli di riscatto e speranza per un’Italia uscita lacerata dal dramma del secondo conflitto mondiale.

In un attimo divennero immortali Bacigalupo, Maroso, Dino e Aldo Ballarin, Grezar, Rigamonti, Castigliano, Menti, Ossola, Loik, Mazzola, Gabetto, Operto, Martelli, Fadini, Bongiorni. In un attimo divenne reliquia lo stadio “Filadelfia”, tempio inviolato per 93 partite (dal 17 gennaio 1943 al 30 aprile 1949) nonché teatro di cinque scudetti consecutivi e dell’ideale sintesi dell’umana voglia di rinascita, di superare le quotidiane difficoltà della ricostruzione post-bellica. C’erano Coppi e Bartali nel ciclismo, c’era il Grande Torino nel calcio. Unica squadra nella storia del calcio italiano ad essere rappresentata da dieci giocatori titolari in una partita della nazionale: 11 maggio 1947, Torino, Italia-Ungheria 3-2.

Tra le macerie, il fumo e l’acre odore della morte, toccò proprio a Vittorio Pozzo riconoscere i corpi di quei ragazzi che aveva cresciuto in maglia azzurra e nei quali la federazione confidava per vincere la terza Rimet, nel 1950, in Brasile. Dove, proprio a causa di quella tragedia, l’Italia rinunciò all’aereo e andò in nave.

Il 6 maggio 1949 una Torino bagnata dal dolore e dalla morte salutò per l’ultima volta un gruppo di uomini ritenuti invincibili e intramontabili.

Ma un dramma non ferma la storia. Il Grande Torino vive ogni giorno. Nei racconti dei nonni ai nipoti, nella memoria di tifosi e appassionati, negli stadi che portano quei nomi: Ossola a Varese, Rigamonti a Brescia, Menti a Vicenza, Castellammare di Stabia e Montichiari; Martelli a Mantova, i fratelli Ballarin a Chioggia.

Vincenzo Verdecchi ci ha fatto anche un film: “Ora e per sempre”.

Forse davvero qualcosa rimane tra le pagine chiare e le pagine scure…

 

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