FESTA 17 MARZO/ Ferrari, un’opera d’arte italiana

«Io credo, prima di tutto, di aver fatto quello che mi faceva estremamente piacere». In risposta a Enzo Biagi quando ormai era entrato nella fase crepuscolare della propria esistenza, queste parole riflettevano l’indole cistercense di Enzo Ferrari, che emergeva ogniqualvolta riceveva domande sull’opera d’arte che ha generato e lo ha reso famoso in tutto il mondo: la Ferrari.

 

di Tommaso Nelli

Enzo_Ferrari Un capolavoro italiano. Come il Colosseo e la Torre Pendente. E come essi, famoso e ammirato in tutto il mondo. Una rarità per il mondo dello sport, abituato a raccontare di uomini che con le loro gesta oltre il confine del limite terrestre hanno sconfinato nel mito. Tipo Pelé. Oppure a fondersi nella fede, quando s’imbatte in un atleta con le sue giocate regala felicità a una città intera. Come Diego Armando Maradona per Napoli. Ma lo sport può vivere di simboli: atleti coerenti alla stessa maglia per una carriera intera, Michael Jordan con i Chicago Bulls, o sintesi ideale di una disciplina con le loro gesta: Alberto Tomba per lo sci, Marco Pantani per il ciclismo

Nel caso della Ferrari, però, ognuna di queste definizioni sarebbe limitativa e non racchiuderebbe il valore di una Storia cominciata nel lontano 1929, quando il suo omonimo costruttore iniziò a costruire macchine per il settore corse dell’Alfa Romeo pur di rimanere a contatto con gli amori viscerali della sua giovinezza – sport e motori – che lo avevano visto tentare, con alterne fortune, la carriera di pilota e giornalista.

Al tempo, Enzo Ferrari mai avrebbe immaginato che la piccola Maranello, paese dell’Appennino modenese dove trasferì le fabbriche della scuderia durante il secondo conflitto bellico, dal 1947 sarebbe diventata la bottega di un simbolo dell’Italia nel mondo.

Determinante, in tal senso, è stata la Formula-1, dove è entrata fin dall’origine (1950. Sui circuiti di tutto il mondo le vetture del Cavallino Rampante sono state mito, fede e simbolo. Hanno scritto omeriche pagine sportive con piloti che non hanno vinto campionati del mondo, ma che hanno dipinto affreschi memorabili. Su tutti, Gilles Villeneuve – sei vittorie in cinque anni – ideale sintesi dell’uomo dall’aspetto mitologico perché autore di gesta incredibili con incredibile normalità: il giro su tre ruote a Zandvoort nel ’79, il terzo posto di Montreal ’81 sotto l’acqua e senza l’alettone anteriore perduto in un contatto con un’altra vettura; le vittorie, sempre nello stesso anno, di Jarama – dove tenne quattro avversari dietro di sé per oltre settanta giri – e di Montecarlo, primo successo di un motore turbo su un11_enzo_ferrari_012 circuito cittadino con tanto di meccanici in lacrime al box.

Dall’epica alla fisica. La Ferrari ha magnetizzato il desiderio di corridori già affermati, che hanno voluto stringerne il volante quasi a voler così ufficializzare il completamento e un valido significato alle loro carriere magari già ricche di successi. Lo raccontano le cronache di ieri,  con Michael Schumacher che ha scommesso (con successo) la carriera per riportare Maranello in vetta al mondo, e lo narrano le origini, quando Juan Manuel Fangio nel ’56 – già tre volte campione del mondo – lasciò la Mercedes per la Rossa dove conquistò il quarto dei suoi cinque titoli.

Imprese che, ieri come oggi, hanno alimentato la fede di milioni di appassionati in ogni angolo del mondo. Sono quelli che seguono la Ferrari in massa, ovunque, con un fervore che ha fatto breccia anche in piloti dall’animo più mite come Niki Lauda o Kimi Raikkonen. Sono quelli che la amano indipendentemente dalle stagioni e dai risultati. Al punto da riversarsi sotto il podio di Monza per il secondo posto di Jean Alesi in un 1993 concluso con la miseria ventotto punti in sedici gare. Oppure capaci di aspettare addirittura quattro anni per ritornare a esultare per una vittoria. Da Alain Prost (che dichiarò: «Una vittoria sulla Ferrari vale dieci vittorie in ogni altro team»), Jerez’ 90, fino a quel Gerhard Berger, Hockenheim ’94, capace di poche ma indimenticabili pennellate come il primo successo a un mese dalla scomparsa di Enzo Ferrari: Monza, Gran Premio d’Italia, 11 settembre 1988.

Mito, simbolo, fede. E non solo. Anche destino e leggenda trovano posto nel nome Ferrari, con quel Cavallino Rampante donato dalla contessa Paolina Biancoli, madre del celebre aviatore Francesco Baracca, a un Enzo Ferrari ancora pilota insieme alla promessa: «Ferrari, metta sulle sue macchine il cavallino rampante del mio figliolo. Le porterà fortuna».

Dal 1932 quello stemma è abbinato al ‘rosso corsa’ della carrozzeria, che ha fatto il giro del mondo fino a divenire icona cromatica dell’automobilismo.

Sono gli ultimi spunti dai quali estrarre l’essenza della genesi Ferrari. Nient’altro che il semplice frutto della passione di un uomo, che ha portato avanti i suoi desideri con tenacia, volontà e senza il ricorso ad aiuti esterni. Nel 1965, quando sembrava prossima al fallimento, la scuderia fu trasformata in spa pur di non finire nelle mani dell’americana Ford.

imagesL’autarchia produttiva è sempre stata la grandezza della Ferrari: da oltre ottant’anni telaio, aerodinamica e motore nascono nell’officina di Maranello, dove sono passati progettisti come Vittorio Jano, Carlo Chiti, Mauro Forghieri e l’attuale direttore tecnico Aldo Costa oltre che a motoristi come Paolo Martinelli e Luca Marmorini.

Ma dove sono stati anche personalità come Ross Brawn, Rory Byrne e Jean Todt, che simboleggiano il riconoscimento e l’apprezzamento del mondo verso questa Storia italiana che, nel giorno dei 150 anni dell’unità d’Italia, è una realtà da esibire con soddisfazione.

Per ricordare e ricordarci che, certe volte, noi italiani sappiamo realizzare capolavori.

 

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