CALCIO/ Bandiere in alto

di Maria Ciavotta

Una volta il calcio era diverso. Una volta erano molteplici le storie di calciatori che sceglievano i colori di una sola squadra e gli angoli di una sola città per sviluppare la loro carriera . Una volta c’erano Facchetti, Riva, Bulgarelli, Rivera, Bergomi e Maldini. Nel calcio moderno, quello fatto di sponsor, diritti commerciali, sceicchi e mercenari, quasi tutti prima o poi cedono al Dio denaro e passano da un lato a un altro della stessa città senza neanche pensarci più di tanto. Quasi, perché ancora oggi nel 2012 esistono storie di voci fuori dal coro, di chi ha preferito per tutta la carriera dividere il cuore con una sola amata, scegliendo di diventare l’eroe e la bandiera di un’unica tifoseria.

Del-Piero-Totti-Gattuso-e-ZanettiAncora una volta è stata l’Inghilterra a fare da esempio. Prima Henry, poi Scholes: sarà un caso che due fra gli allenatori più vincenti della Premier come Alex Ferguson ed Arsene Wenger, abbiano deciso di rinforzare le loro squadre con “l’usato sicuro”, piuttosto che con giovani di belle speranze? Beh, forse sarà un contro senso, ma per una volta la storia e la passione hanno avuto la meglio sul denaro e sugli sponsor. E se c’è una cosa che certamente non dobbiamo invidiare agli inglesi, è l’aver anche nel nostro Bel Paese decine di storie simili. Se qualcuno dovesse chiedervi: se ti dico bandiera nel calcio, chi ti viene in mente? Beh, credo che la maggior parte degli intervistati risponderebbero presentando uno di questi tre nomi: Alessandro Del Piero, Francesco Totti e Javier Zanetti. E come dargli torto.

Alessandro Del Piero, classe 74’veste la stessa maglia dall’estate del 1993: quella a strisce bianconere della Juventus. Un’intera carriera, 18 anni e mezzo che gli hanno regalato tante gioie e tante soddisfazioni.  Non è mancato davvero niente nella carriera di questo grandissimo giocatore. Diventato famoso per il celebre “Tiro alla Del Piero” e per i soprannomi di “Pinturicchio” o “Godot” affibbiatigli dall’avvocato Agnelli, Del Piero  ha vinto tutto quello che c’era da vincere e spesso lo ha fatto da protagonista, diventando nel corso degli il capitano della squadra più titolata d’Italia. Cinque Scudetti (7 con quelli di Calciopoli), una Champions League, un Intercontinentale, ma anche una Coppa Italia e quattro Supercoppe Italiane, Del Piero ha riscritto negli anni 90 e 2000 la storia della Juventus, stracciando decine di record che ancora gli appartengono e che difficilmente qualcuno riuscirà a togliergli.

Ovviamente non sono mancate le pagine negative, come ad esempio il grave infortunio del ’98 che lo tenne fuori nove mesi, il caso Agricola e lo scandalo Calciopoli. Tutte situazioni che non hanno mai piegato l’eterno capitano juventino, che pur di restare bianconero è sceso addirittura nell’inferno della Serie B da Campione del Mondo,  riportando dopo una sola stagione la Vecchia Signora a calcare i palcoscenici che di diritto gli competono. Ma oltre ad essere un campione in campo, Del Piero fuoriclasse lo è anche fuori. Alex infatti è sempre stato attento e dedito all’impegno sociale: nel 2006 usò la sua fama per promuovere la lotta e la ricerca contro il cancro, e nell’aprile del 2010 lanciò il progetto  “Ale10friendsforjapan”, da lui ideato per la raccolta fondi per aiutare alla popolazione giapponese colpita dallo tsunami. Dopo un paio di stagioni nell’anonimato quest’anno la sua Juventus è tornata grande, e attualmente si trova infatti in cima alla classifica di Seria A, a dividersi con il Milan la lotta per lo scudetto. Il ritorno della grande Juventus però non va di pari passo con i rendimento di Del Piero: quest’anno infatti il capitano ha collezionato 12 presenze in campionato senza però mai riuscire a lasciare il segno. Forse sarà perché la prima stagione della nuova Juve, con tanto di stadio nuovo di pacca, sarà anche l’ultima di Del Piero con la maglia bianconera. Il contratto del capitano infatti scadrà a giugno, e come già annunciato dagli Agnelli, la società non gli rinnoverà il contratto. Il Toto-Del Piero 2012-2013 è già iniziato…

Parallelamente a Del Piero, un altro grande calciatore italiano è famoso per essere diventato la bandiera di un’unica squadra. Stiamo ovviamente parlando di Francesco Totti, da vent’anni colonna della Roma. La carriera di Francesco per certi versi è molto simile a quella di Alessandro, con due sole differenze: il fatto di aver giocato sempre e solo nella Roma (Del Piero ha esordito con il Padova) e il palmarès (molto meno fornito rispetto a quello del collega bianconero). Di uguale c’è il fatto di essere diventato simbolo di una città e capitano di una squadra, condottiero, gladiatore pardon, di centinaia di battaglie. Sin dai primi passi con la maglia giallorossa Totti è sempre stato un idolo della tifoseria, ammirazione consacrata il 17 giugno 2001, giorno del terzo Scudetto romanista. Oltre a questo importante titolo, la sua Roma non è andata al di là di qualche Coppa Italia ed un paio di SuperCoppe, ma nonostante questo “Er Pupone” è sempre rimasto fedele ai colori giallorossi.

Come Del Piero è stato protagonista della trionfale spedizione azzurra del 2006 in Germania, presenza che poteva essere compromessa a causa del grave infortunio rimediato nella primavera del 2006 che lo tenne fuori tre mesi (infortunio poi smaltito a tempo di record), e come Del Piero per la Juve, lui è entrato nei libri di storia giallorossi diventando il giocatore con più presenze e più gol con la maglia della lupa. Oltre ad essere un simbolo per la sua città, Totti negli anni si è distinto per essere più volte sceso in campo anche a livello sociale. Ambasciatore dell’Unicef da diversi anni, Totti è stato il promotore di diverse iniziative, come ad esempio aver devoluto in beneficenza tutti i ricavi provenienti dalle vendite dei suoi 5 libri di barzellette, e per aver utilizzato gli incassi dei diritti televisivi del suo matrimonio per acquistare un’autoambulanza per il canile Porta Portese di Roma. In questa stagione, nonostante la rivoluzione che ha investito la Roma con l’arrivo della nuova dirigenza, il capitano resta parte integrante del progetto targato Luis Enrique, e anche se qualche guaio fisico lo ha tenuto fuori per la prima parte di stagione, è riuscito a segnare la prima doppietta proprio nell’ultimo turno di campionato contro il Chievo.

Se Totti e Del Piero sono la testimonianza vivente dell’attaccamento di un giocatore alla propria città, un esempio di chi invece da straniero è diventato la bandiera di una metropoli, è rappresentato da Javier Zanetti. Argentino di Buenos Aires, Zanetti si è trasferito a Milano, sponda nerazzurra nella lontana estate del ’95. Da quel momento “El Tractor” non si è più spostato dal capoluogo milanese, diventando capitano e simbolo indiscusso del triplete nerazzurro, arrivato però in tempi più che recenti . Per lui il palmares infatti è stato un vero cruccio, almeno fino al 2007. Nonostante i grandi investimenti da parte della società, ed un grande impegno profuso costantemente sul campo da gioco, l’unico risultato ottenuto da Zanetti è stata una Coppa Uefa nel 1998(fra l’altro nella finale contro la Lazio Zanetti mise a segno la rete del 2-0 con un gran tiro da fuori). Prima di calciopoli l’Inter mise a segno due Coppe Italia e due SuperCoppe Italiane, per poi dominare il calcio italiano dal 2007 al 2010, con la prestigiosa aggiunta della Champions League (che Zanetti ha alzato al cielo da capitano e che mancava da più di 40 anni) e del Mondiale per club. Oltre a questi importanti trofei, Pupi (questo uno dei suoi soprannomi)nel corso degli ha infranto una serie incredibili di record, come ad esempio le 1000 partite da professionista e il record di presenze consecutive in Serie A (137), oltre ovviamente a vari record di presenze con la maglia dell’Inter.

La caratteristica principale di Zanetti, oltre alla grande duttilità tattica e l’enorme capacità polmonare è stata ed è sempre la grande correttezza. Pensate nell’arco della sua carriera ha rimediato soltanto due cartellini rossi: il primo in una gara di Coppa Italia nel lontano febbraio del ’99, e la seconda (la prima in campionato della sua carriera) proprio quest’anno nella sconfitta interna dell’Inter contro l’Udinese. La grande correttezza di Zanetti in campo, si rispecchia con l’importante impegno sociale intrapreso dal capitano nerazzurrro nel corso degli anni. Assieme alla moglie Paula infatti ha creato la Fundación P.U.P.I., organizzazione non-profit che si interessa di fornire sostegno economico ai bambini disagiati e alle loro famiglie, principalmente nella zona di Buenos Aires. Come riconoscimento per l’impegno dimostrato nella sua fondazione, nel 2005 gli è stato conferito dall’ufficio di presidenza del consiglio comunale di Milano l’Ambrogino d’oro. Dopo il triplete del 2010 la fame dei nerazzurri è sembrata pian piano svanire, e infatti nella scorsa stagione i nerazzurri hanno ceduto lo scettro di campione d’Italia al Milan di Allegri. La pesante eredità lasciata da Mourinho si è fatta sentire, e i tre cambi di allenatore in poco più di un anno non hanno certo giovato alla squadra, che anche quest’anno ha iniziato la stagione con qualche difficoltà. Difficoltà che però non hanno colpito capitan Zanetti, che nonostante l’età avanzata, resta un punto fermo dell’undici interista, che proprio nell’ultimo periodo sembra aver recuperato terreno e riacquistato fiducia nei propri mezzi.

Questi sono solo alcuni degli esempi positivi di un calcio ormai votato la business e agli interessi. E’ giusto però sottolineare che la fedeltà eterna di questi uomini è stata sempre ripagata da lauti stipendi e dalla possibilità di giocare ai livelli più alti del calcio mondiale, visto  che comunque nell’arco della loro carriera hanno riscritto la storia delle loro squadre con grandi successi e storiche vittorie. Sulla scia di questi campioni ci sono anche i vari Buffon, De Rossi, Gattuso e Ambrosini, o ai livelli un po’ più bassi gente come Grava e Marco Rossi, che hanno seguito dalla C1 alla Champions il Napoli il primo, e dalla C1 alla Serie A il secondo. Per una volta a fare da esempio siamo stati noi.

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