BORIS ONISHENKO/Il pentathleta che profanò Olimpia al punto da sparire nel nulla

di Tommaso Nelli

Ai Giochi Olimpici di Montreal del 1976, durante la gara di scherma, il pluridecorato atleta sovietico fu squalificato poiché colpevole di aver manomesso illegalmente la sua spada. Da quel giorno nessuno ha più sue notizie.

boris-onishchenkoSfidò il sole e finì nell’oblio. Canada, 1976, Giochi Olimpici di Montreal: Icaro è un pentathleta sovietico stempiato e robusto, dallo sguardo di ghiaccio e con i favori per la medaglia d’oro. Perché più bravo, perché più esperto. Ma non solo. Quel 20 luglio Boris Onishenko era anche il più consapevole: del proprio talento, di un anagrafe (classe 1937) campanello dell’ultimo giro per ambire al massimo alloro a cinque cerchi, unico titolo assente in una bacheca ricca di campionati del mondo e impreziosita dall’argento individuale di Monaco ‘72.

Così, dopo un buon risultato nell’equitazione, il colonnello di origini ucraine decise di volare in alto. Troppo in alto. Nei round-robin della prova di scherma – dove tutti sfidavano tutti in assalti a una stoccata entro i tre minuti pena la sconfitta comune – pareva non avere rivali. Finché qualcosa non interruppe la competizione. «Tiravamo su pedane diverse, ma tutti nella stessa sala» ci racconta oggi Daniele Masala, campione olimpico a Los Angeles ’84, a Montreal poco più che baldanzosa speranza azzurra «quando all’improvviso le nostre gare si bloccarono per circa un’ora e mezzo. Notammo una gran confusione intorno a una pedana, ma non capimmo bene che fosse successo…». Convinti di qualche anomalia nell’assegnazione delle stoccate, i pentathleti britannici avevano contestato l’assalto vinto da Onishenko su Adrian Philip Parker.

Esaminata a vista l’arma del sovietico, il giudice di gara (l’italiano Malacarne) aveva ravvisato soltanto una profonda fenditura nell’elsa. Disamina insufficiente a dissipare i sospetti, che assunsero veste di reclamo ufficiale quando in pedana salì Jeremy Fox. Ricorda Masala. «In un secondo momento, Fox mi narrò del sistema concordato assieme a Malacarne per porre fine a quei dubbi: appena Onishenko affondò, lui si gettò di lato». Il colpo non andò a segno, ma a sorpresa la luce si accese ugualmente. «Malacarne allora ordinò la sospensione delle gare e scoppiò il caos. Lo staff dell’Unione Sovietica fece quadrato intorno a Onishenko e provò anche a nascondere la spada, ma trovarla non fu difficile perché Boris era l’unico mancino della squadra e lo si poteva riconoscere dall’impugnatura».

E proprio l’impugnatura rivelò come i presentimenti fossero fondati: l’arma di Onishenko era truccata. «Invece che i classici due fili posizionati sotto la coccia dell’elsa, ne aveva quattro e i due supplementari entravano, grazie a un taglio artefatto, sotto l’impugnatura dove erano collegati a una leva che lui azionava manualmente durante l’assalto in modo da far credere che la stoccata fosse andata a segno» spiega il ct della nazionale italiana di pentathlon a Barcelona ‘92.

Maldestramente nascosto con un nastro isolante da quel giorno non più applicabile sulle armi della scherma, l’imbroglio costò a Onishenko l’immediata squalifica e la fine dei sogni olimpici. Fin qui una storia di slealtà e scorrettezza. Ma che ben presto divenne mistero e leggenda, perché da quel giorno non si sono avute più notizie sul suo conto al punto che non è addirittura possibile sapere se sia ancora in vita o meno. «Molosov (un altro degli atleti sovietici assieme a Lednev, ndg) ci disse che lo avevano sistemato in una nave russa ormeggiata fuori Montreal. Ma non ci abbiamo mai creduto» precisa Masala, che aggiunge come nel tempo si siano susseguiti racconti di ogni natura. «Una volta ci raccontarono che faceva il fisioterapista vicino casa, in un’altra che era stato ucciso e gettato dentro una piscina». Un ‘giallo’ intriso anche di politica: Onishenko confinato in miniera a picconare sale, Onishenko esiliato in un gulag siberiano a spaccare pietre. Come se fosse stato un dissidente che aveva tramato contro il partito, il popolo e gli ideali rivoluzionari.

Niente di tutto questo. Approfittando della sua posizione di militare e veterano della disciplina, Onishenko volle sfidare il sole e aderì al doping tecnologico senza rendersi conto che, invece, stava cedendo alla debolezza che s’impossessa dell’individuo nel momento in cui crede di poter raggiungere ogni traguardo indipendentemente dalla legalità del mezzo.

In un attimo, il maestro emerito dello sport sovietico si ritrovò nell’oblio. In questo caso, assoluto perché – conclude Masala – «dal momento che è uscito dalla sala di scherma di Montreal di lui non si è saputo più nulla».

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