Salernitana-Nocerina, il derby della vergogna. Calcio italiano sempre meno credibile

la partita vergogna del calcio italiano

Dal derby del bambino morto di Roma a quello del pallone defunto di Salerno. Dalle maglie pretese e ottenute dai tifosi del Genoa, alle croci sul campo di Ascoli. E poi motorini dagli spalti, razzisti della domenica, albe dorate, calciatori venduti, scommesse. Se qualche illuso puntava ancora sul calcio, si sbagliava. Come disse con notevole senso della realtà Fabio Capello: «Comandano sempre i tifosi».

 

Siamo in Italia, il paese in cui all’ordine pubblico di quella che dovrebbe essere una festa sovrintende un preciso istituto del Ministero degli Interni, serve una tessera per entrare allo stadio, ogni domenica si spendono centinaia di migliaia di euro per scaricare celerini malpagati buttati nella mischia per l’ennesima riedizione di una guerra tra poveri e in certe partite, per l’incolumità generale, si impedisce la libera circolazione delle merci e delle persone.

Senza essere reazionari e per puro spirito di cronaca, vien da dire, con moltissime ragioni. Accade infatti che ai tifosi della Nocerina (gente che per la squadra che un giorno fu di Gigi Delneri e Angelo Di Livio si muove in massa e nell’ultimo trentennio a fronte di un paio di sole partecipazioni in serie B ha spostato in trasferta, ogni domenica, migliaia di persone) la gara di Lega Pro con l’odiata Salernitana sia vietata. Ragioni di ordine pubblico.

Di sicurezza che come è ovvio, nell’assurdità di un sistema che ha progressivamente lasciato le famiglie a casa e desertificato gli stadi in balia, come ieri, dei soliti capicurva, può essere ormai garantita solo in poltrona davanti alla tv, lontani da tutto, in un autismo da preferirsi al ricatto dell’Arechi di Salerno. Dove la truppa guidata dell’ex centrocampista del Napoli, Gaetano Fontana, la Nocerina, arriva legittimamente scossa dopo preventivo “colloquio” con duecento scalmanati fuori da un 4 stelle della provincia.

Minacce, “consigli”, cori barbari. Un ordine chiaro: «Non si deve giocare». Il Pullmann della Nocerina, con i suoi trentenni trascinati in una guerra che li vedrà comunque sconfitti, rimane in ostaggio dei dubbi per qualche minuto. A bordo, sulle scalette, in una allucinante trattativa sotto il sole, per una partita di serie C1, si colloquia direttamente con lo Stato. Il Questore garantisce che no, non c’è problema e la gara, pur in ritardo può iniziare. Allora, schiacciati dalla paura della futura convivenza cittadina, pur avendo tentato un primo ammutinamento, i calciatori decidono di spogliarsi per la farsa.

La partita dura venti minuti e spiccioli. Un aereo volteggia sullo stadio con un messaggio chiaro: “Rispetto per Nocera”. La stessa maglietta bianca che indossano i tesserati della Nocerina al centro del campo. Fischio d’inizio. Fontana, il tecnico, ne sostituisce tre dopo 50 secondi. Altri cinque si infortunano stramazzando indegnamente a terra. In sei contro undici a calcio non si può giocare. E l’arbitro fischia tirando il sipario sulla passione di diecimila persone, bambini compresi, inferocite.

Nell’attesa che arrivi il 3-0 a favore della squadra di Lotito (il portiere della Salerniatana, Iannarilli, trova il modo di litigare con un avversario e farsi espellere) dirigenti e allenatore della Nocerina si dimettono. I tifosi esultano nelle piazze. Padroni che fingono di non sapere che esiste il rischio radiazione o che forse, più probabilmente, l’hanno calcolato in attesa di nuove proteste. Pura follia che vedrà procure indagare e schiere di tifosi in doppio petto e sempreverdi apparati sociologici da srotolare nei talk show.

La condanna aprioristica e indignata di chi nell’ultimo ventennio ha lavorato per questo stato di cose. Il nauseante giustificazionismo di chi si coprirà con l’ombrellino della passione invocando i dèmoni del probizionismo, della repressione e della consumata mercificazione del tempio. Nel mezzo, la terra di nessuno chiamata terza serie. Dopo qualche (meritata) condanna esemplare tutto tornerà come prima, perché è anche lì, lontano dai riflettori che si fanno gli affari. Marco Paoloni, il portiere che diede il via all’inchiesta di Cremona, non giocava in fondo in Lega Pro?

Da un curva all’altra, da Nocera a Torino, per far definitivamente perdere di senso alla giornata e ascoltare altri cori, soavi e conciliatori in bianco e nero e notizie di cessi divelti, poltroncine distrutte e plloncini pieni di urina in tinta azzurra. I tifosi della Juve cantano «Vesuvio bruciali tutti» (richiamati anche alla mezz’ora del primo tempo dallo speaker, lo Stadium rischia la squalifica), i partenopei si sfogano sulle suppellettili.

Tutto bellissimo e in campo, più nettamente del pur netto, clamoroso fuorigioco di Llorente sul repentino 1-0 al secondo minuto, la Juve doma la squadra di Benitez, la ridimensiona, ritrova Pirlo e Buffon e porta Conte a un solo punto dalla Roma. Che si butta via dopo aver inutilmente dominato con il Sassuolo, raggiunta da Berardi al minuto 94. Secondo pareggio consecutivo e duello Roma-Juve che si rinnova lasciando indietro il Napoli e recuperando alla causa Champions la Fiorentina che batte la Samp, esonera Delio Rossi e consente al suo omonimo Giuseppe di raggiungere quota 11 gol e l’Inter sicura in casa davanti all’osannato Moratti con il Livorno.

Vittorie interne negli scontri diretti per la salvezza con Bologna e Torino e conseguenti sorrisi a Bergamo e Cagliari per Colantuono e Lopez. Il Milan degallianizzato pareggia con pena pari allo spreco con il derelitto Chievo e insegna un volta di più che non basterà (come pretende Barbara) cambiare uomini e filosofia aziendale (un parricidio, a ben vedere, perché nel Milan, dal 1986 ha sempre comandato Berlusconi Silvio) per cambiare veramente strada.