Filippo Candio al WSOP 2010: il November Nine parla italiano

Il poker italiano avrà il suo protagonista, Filippo Candio, tra i November Nine che disputeranno il tavolo finale del main event del WSOP 2010 a Las Vegas.

di Federico Succi

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Filippo Candio è riuscito, infatti, laddove nessun italiano era mai arrivato. Fino ad ora il miglior piazzamento mai realizzato da un giocatore nostrano al main event era il 43° posto ottenuto da Corrado Montagna nell’edizione passata.

Candio, nato a Cagliari nel 1984, ottiene il primo risultato di prestigio nel 2008 riuscendo a vincere la Notte degli Assi 3 a Milano, ma è l’anno successivo che si inizia a far conoscere nell’ambiente con la vittoria del Main Event al Campionato Italiano, eliminando tra gli altri Max Pescatori. Successo, questo, che gli consente di ottenere la sponsorizzazione di Pokerstars.it , anche se il sodalizio dura poco e soprattutto finisce con uno strappo che lascia strascichi ancora oggi.

Nel 2009, infatti, Pokerstars decide di farlo allontanare perché pare che avesse consentito ad un altro giocatore di poter utilizzare il suo account, il tutto mentre lui era impegnato nelle sale di Campione D’Italia dove si stava svolgendo il Poker Tour di Italian Rounders. Secondo Candio stesso, la decisione da parte del Country Manager del sito, Fabio Bufalini, di allontanarlo è eccessiva poiché nel corso degli anni, sempre secondo Candio, ci sono stati episodi simili senza però ricorrere nella stessa misura, giudicata molto drastica.

Appena saputo delle decisione del Direttore del sito, Filippo ha commentato così: “Mi aspettavo una punizione, punto. Prima del mio c’è stato il caso Misonoilluso e lì, nel rispetto della normativa dettata dall’AAMS, il giocatore è stato punito con un mese di punizione. Perchè a me, allora, è toccata una sospensione di sei mesi e la rottura del contratto? Forse perchè il problema è di diversa natura.” Pare, infatti, che Candio e Bufalini, non si siano mai amati e secondo il giocatore, il Manager ha utilizzato questa cosa per cacciarlo. Sicuramente il comportamento di Candio non è stato corretto, ma forse la decisione è veramente eccessiva, anche a giudicare dai risultati del ragazzo e da come ha reagito di fronte a questa cosa.

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Probabilmente sarebbe stata una mazzata per qualsiasi ragazzo di 25 anni ma non per lui, che anzi si è rimboccato le maniche da quando è successo il fattaccio e ha risposto sul tavolo verde alle critiche. Il 4 giugno del 2010, Filippo ottiene il suo primo piazzamento nelle WSOP che gli vale 3460 dollari di premio a fronte di un buy in di 1500 dollari. Il 18 Luglio 2010 entra nella storia del Poker italiano ottenendo l’accesso al tavolo finale del Main Event e diventando così il giocatore azzurro che ha ottenuto la vincita più grande mai conseguita alle WSOP. Il giovane Candio si è presentato ai nastri di partenza griffato da FullTiltpokernet, e per tutta la durata del torneo è sempre rimasto tra i giocatori con più chip riuscendo a non perdere la testa in un piatto che gli era costato circa un terzo del suo stack.

Il ragazzo non ha perso la calma ed è così riuscito ad entrare nei “Fab nine”. Partirà come sesto giocatore per chip ed è l’unico giocatore europeo in gioco. Appena ottenuto questo risultato il ragazzo ha così commentato: ” In fin dei conti fare o non fare November nine non fa poi tanta differenza per me. Mi offrissero subito la differenza di premio che perderei uscendo decimo, me ne andrei subito a casa. E non per i soldi. Ma perché sai, magari poi arrivi tra i primi nove e ti aspettano quattro mesi in cui non vivi più in attesa del tavolo finale”. Il ragazzo è tosto. Noi gli facciamo un grande in bocca al lupo.

Non è mia intenzione propinare una
lezione di filosofia, ma voglio servirmi delle parole di Nietzsche per
iniziarvi al percorso spirituale e metafisico dell’Insostenibile
leggerezza dell’essere.
Il grande capolavoro di Milan Kundera viene
portato a termine nel 1984 e immediatamente tradotto in molte lingue,
tra cui anche l’italiano, raccogliendo numerosi consensi dal mondo
della critica letteraria. La citazione sopra riportata non è affatto
casuale: Kundera apre il suo romanzo con riferimento a uno dei cardini
della filosofia nietzschiana, l’eterno ritorno dell’uguale. Provate a
immaginare l’esistenza in questa prospettiva, come se ogni situazione,
ogni sentimento, ogni evento, dovessero ripetersi all’infinito. Per
dirla ancora con Nietzsche, l’uomo dovrebbe tollerare un ”fardello”
troppo pesante e non ne sarebbe in grado. La nostra vita così fugace e
così inevitabilmente legata alla morte, è intrisa di leggerezza e ci
concede la possibilità di mettere da parte il passato, senza che esso
torni a tormentarci in eterno. Ma solo pensando che tutto sempre
ritorna, diviene possibile non eludere il male dalla realtà, perché non
lo si può dimenticare, né sminuire riducendolo a qualcosa di
passeggero.
La dottrina dell’eterno ritorno viene ad assumere in
Kundera un significato fondamentalmente morale e un potente strumento
di rifiuto della realtà. Svincolandosi dall’ordinario fluire delle cose
nel tempo, l’autore vuole evitare che gli eventi vengano trascurati o
banalizzati e perciò li fa  ripetere in eterno.
Tutto il romanzo è
strutturato sul dualismo tra pesantezza e leggerezza: la prima
rappresenta la dimensione propria della vita umana ed è la sola a
permettere la collocazione cronologica dei fatti sulla linea del tempo.
L’altra è dotata di valore semantico perché ciò che viene ripetuto
incessantemente ed eternamente svela con tanta evidenza i propri
meccanismi, da permettere all’uomo di cogliere le ragioni della realtà
e di assumersene le responsabilità.
É così che la leggerezza diventa
insostenibile.

Al di là di tutte le implicazioni filosofiche che io ho
cercato, forse indegnamente, di riassumere in poche righe, non va
tralasciato l’aspetto puramente formale del romanzo.
L’intreccio sembra
rispettare tutti i canoni del dramma borghese ottocentesco, nei suoi
tratti realistici. Vi si narrano infatti i casi di quattro personaggi
legati in una trama di rapporti erotici e sentimentali, sullo sfondo
storico della primavera di Praga del 1968. Tomàs è sposato con Tereza,
una giovane donna perseguitata dai fantasmi di un passato doloroso, ma
allo stesso tempo intrattiene una relazione con Sabina, pittrice dalla
personalità complessa e difficilmente riconducibile a schemi
prefissati. A questo intricato e sofferto triangolo amoroso, si
aggiunge Franz, intellettuale svizzero dalle forti aspirazioni
umanitarie ma profondamente turbato dalla fine della sua relazione con
Sabina. I quattro personaggi realizzano concretamente la leggerezza e
la pesantezza del vivere senza mai scegliere tra le due concezioni,
dimostrando al lettore che è impossibile stare da una parte piuttosto
che dall’altra.

La riflessione dell’autore mette capo a una vera e
propria filosofia della storia rappresentata da un reale e profondo
impegno intellettuale e politico. La rivoluzione mette in crisi un
sistema di valori e trasforma problemi intimi ed esistenziali in
problemi collettivi. La rivoluzione vagheggia ”un mondo dove la merda
è negata e tutti si comportano come se non esistesse”. La rivoluzione
è kitsch secondo Kundera, laddove il kitsch è quell’ideale che elimina
l’inaccettabile, è quel modello di tutti i  politici che sognano una
società perfetta.
E allora mi viene da pensare che la società in cui
vivevano Kundera e i suoi personaggi non fosse tanto diversa da quella
in cui viviamo noi oggi. Sospesi tra la pesantezza di ciò che non può
tornare ad esistere e la leggerezza della possibilità. La possibilità
di migliorare, di cambiare, di guardare oltre ciò che è già stato, ma
anche di tornare indietro a ciò che pensavamo aver perso.

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