Phil Ivey nella bufera: è il miglior giocatore di poker del mondo o solo un baro?

phil-ivey baro poker star.jpg

È il “Tiger Woods” del poker. Praticamente imbattibile. Ma Phil Ivey è appena finito nella bufera, accusato da un casinò di Atlantic City di essere, in realtà, un micidiale baro. Ecco cosa sta succedendo alla star del texas hold’em mondiale, come scrive Vittorio Zucconi per Repubblica.

 

Lo chiamavano “No Home Jerome”, l’uomo senza casa, perché sembrava non avere altro tetto che le cupole dei casinò del mondo dove sedeva imbullonato a tavoli di poker e di baccarat, mungendo milioni, gloria, trofei e interviste. E, se ha ragione il “Borgata Casino e Hotel” di Atlantic City, barando.

Phil Ivey è stato il primo giocatore professionista afroamericano a raggiungere l’aria rarefatta dei supercampioni di Texas Hold’em, la versione del poker esplosa in popolarità grazie a televisione e Internet, ammassando, oltre a nove titoli e relativi braccialetti da campione del Mondo, fino a 19 milioni e 240 mila dollari in un anno.

Cifre da superstar dello sport. Per il suo viso dai tratti eleganti era stato soprannominato dai media il “Tiger Woods” del gioco e lui, tanto per aggiungere un altro asso alla propria mano, preferiva definirsi il “Michael Jordan” del poker, come l’irraggiungibile gigante del basket.

Ora il casinò di Atlantic city, la città versione squallida di Las Vegas sulla Costa Atlantica, dice di averlo pizzicato nell’arte antica quanto la prima carta da gioco o il primo lancio di sassolini: barare. Gli occhi nel cielo, quelle telecamere nascoste nel soffitto che osservano ogni mossa di ogni giocatore a ogni tavolo, e gli occhi ancora più diffidenti installati nel volto dei “pit boss”, i sorveglianti che controllano i tavoli, lo accusano di avere praticato l’edge sorting, di avere imparato a “leggere” il dorso della carte da un difetto impercettibile di fabbricazione.

Soltanto anni di certosina applicazione, 24 ore su 24, possono portare un giocatore con gli occhi di laser e la concentrazione di un’aquila su una lepre a riconoscere le carte da microscopiche differenze nella stampa e nel taglio. Una tecnica apparentemente non illegale che va ben oltre la formidabile enciclopedia del baro con microcomputer nascosti nelle mutande, interruttori sotto il ditone del piede o la sempre popolare complicità del dealer, dell’impiegato che smazza le carte, spesso conclusa con denuncia, espulsione e, si dice, qualche vigorosa martellata sulle dita del furbo.

A 38 anni, dopo 21 consumati nei casinò dove aveva esordito con documenti falsi per passare da 18enne, l’età minima per giocare, aveva perfezionato questa disumana abilità. Il solo indizio che stesse facendo qualcosa di strano era la sua insistenza nel chiedere che il mazziere distribuisse le carte molto lentamente.

«Superstizione» spiegava lui agli avversari, e quale giocatore non è superstizioso?
Neppure il cinico consiglio dello scrittore americano, e “gambler”, giocatore accanito, Peter Dunne – «fidatevi di tutti, ma tagliate il mazzo» – serviva perché “No Home Jerome” non truccava le carte, non smazzava da sotto, non usava specchi o complici, ma le leggeva alla rovescia.

Nel Texas Hold’em, letteralmente “Texas Tienile”, a ogni giocatore sono distribuite due carte coperte che non possono essere cambiate. Il dealer ne scopre prima tre al centro del tavolo, il flop, poi un’altra, il turn e infine una quinta, il river, il fiume, richiamo ai battelli casinò che incrociavano il Mississippi gonfi di pokeristi che spesso raggiungevano le acque fangose del grande fiume padre del Nord America, se scoperti a barare. Tra le proprie due carte coperte e iniziali e le cinque comuni a tutti scoperte i giocatori formano le combinazioni tradizionali del poker e puntano.

Conoscere quali siano le carte coperte dell’avversario offrirebbe un vantaggio colossale e questo, l’asso degli assi, il miglior pokerista del mondo secondo i siti e gli esperti nella prima decade del Duemila, faceva, dando una robusta spintarella alla fortuna. I cultori del gioco, tutti convinti che non sia mai la fortuna, ma l’abilità e la capacità di “leggere” l’avversario senza conoscerne la carte, potrebbero restare delusi dalla scoperta che persino un gigante come Ivey confidava più nelle carte che nella tecnica. Con eccellenti risultati. Già nel 2011, un casinò inglese lo aveva sospettato di barare, dopo avere vinto quasi 12 milioni di dollari in due giorni.

«La differenza fra un giocatore che bara e uno che non bara» disse il leggendario Amarillo Slim, vincitore del primo torneo di poker pubblico nel 1972, «è che il baro viene scoperto», affermazione che si potrebbe applicare a molte altre professioni e attività più apparentemente austere.

Ivey rischia il carcere, se l’inchiesta aperta dopo la denuncia del “Borgata” di Atlantico City, e milioni di dollari sequestrati, dopo quelli già portati via dalla moglie nell’inevitabile divorzio nel 2009 da un marito che non tornava mai a casa.

Altre mazzate attendono la casa produttrice delle carte con il vizietto di fabbricazione che “No Home Jerome” sapeva leggere, ma alla fine il gioco deve continuare. Ivey sarà un altro di una lunga tradizione di uomini e ormai molte donne che si credono più bravi della fortuna. Scaricheranno anche lui dal battello immobile del poker, le pale della “riverboat” continueranno a girare e le acque si richiuderanno sul suo ricordo, come si richiusero su Stu Ungar, forse il più grande di tutti. Era il fuoriclasse che il 22 novembre del 1998 entrò nella stanza numero 6 dell’Oasis Motel di Las Vegas, vuotò una bottiglia di bourbon e si uccise accanto al letto coperto dai dollari che aveva vinto.