Sciopero Calciatori: tutti i perché della crisi

Lo sciopero dei calciatori di serie A sarebbe un fatto clamoroso, con un solo precedente. Ricostruiamo i fatti che si nascondono dietro questa crisi.

di Federico Succi

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Dalle ultime notizie che arrivano, pare che lo sciopero dei calciatori sia scongiurato, ma come si è arrivati a questa situazione?

10 Settembre 2010. Sergio Campana, presidente dell’Associazione calciatori, annuncia, durante una conferenza stampa, che i calciatori di serie A hanno deciso di non scendere in campo nella quinta giornata di campionato per protestare contro la Lega Calcio. Ma come si è arrivato a questo strappo che avrebbe dell’incredibile? Facciamo un passo indietro e cerchiamo di ricostruire i fatti che hanno portato a questa drastica decisione che ha un solo precedente.

Nel 1996 i calciatori, allora come oggi, protestano sulle divergenze riguardanti l’accordo collettivo. Lo scontro è totale. Uno dei motivi scatenanti è la reticenza dei giocatori ad accettare trasferimenti che siano graditi alle società ma non agli atleti. Prendiamo il caso Grosso. Pare, infatti, che il giocatore della Juventus si sia opposto al trasferimento al Milan, nonostante i rossoneri giochino in Champions League, bloccando il passaggio di Kaladze in bianconero.

 

Così come Baptista della Roma che, pare, abbia rifiutato numerosi trasferimenti, evidentemente a lui poco graditi, finendo ai margini della rosa giallorossa. I club di serie A non ci stanno più e sostengono, anche in base ad una norma Fifa, che i calciatori nel momento in cui manca un anno alla fine del loro contratto debbano essere obbligati ad accettare il trasferimento in un altro club purché sia di pari livello, oppure, in caso di rifiuto, viene prevista la risoluzione del contratto con una buonuscita pari al 50% del compenso fin al termine contrattuale. Ma chi lo decide se un club è di pari livello?

I calciatori sono sempre più consapevoli di essere lo show, ma se si è arrivati a questa situazione è anche colpa dei club. Molte società cercano, infatti, di accaparrarsi giocatori a prezzi di saldo, solo perché la volontà dell’atleta è quella di volere unicamente quel club. Prendiamo ad esempio il caso Krasic di quest’anno, che ha rifiutato offerte di altre squadre, economicamente più vantaggiose per la sua ex società, ma lui voleva solo la Juve, e cosi è stato. Ma nel momento in cui le società si trovano nella situazione opposta iniziano a lamentarsi. O decidono una linea unica da adottare in entrambe le situazioni o si andrà sempre allo scontro con i giocatori.

Un altro dei motivi scatenanti riguarda la tutela sanitaria del calciatore. In caso di infortunio è la società o il giocatore a decidere a che affidarsi per le cure del caso? Ma soprattutto i club vorrebbero che i calciatori si facessero carico delle spese mediche. Scusate, ma i calciatori non si fanno male giocando per il loro club? Se poi tirano indietro la gamba vengono accusati di scarso impegno. Nel caso in cui si facessero male in nazionale, sarebbe un altro discorso, ma che comunque andrebbe risolto tra il club e la Nazionale di appartenenza e non tra il giocatore e la Nazionale In questo senso, il caso Robben, può essere da esempio, anche se lì pare ci sia stata negligenza da parte dei medici olandesi.

Comunque, nel caso in cui un giocatore infortunatosi si dovesse rivolgere ad un medico esterno alla società vorrebbe dire che non è che l’atleta ha tutta questa fiducia nello staff sanitario del club. E poi, non sarebbe più semplice mettersi d’accordo dicendo che, nel caso in cui l’atleta dovesse rivolgersi ad un medico, che lavori al di fuori della società, quest’ultima non sarebbe pienamente responsabile delle conseguenze, pagando insieme le spese. Mentre se il giocatore si affida allo staff medico interno la società sarebbe totalmente responsabile anche perché i medici, comunque, vengono pagati dai club.

Il terzo punto dello scontro riguarda gli stipendi dei calciatori. I club vorrebbero pagare una parte fissa ed il resto legato al rendimento del calciatore ed ai risultati ottenuti dal club. I giocatori, al contrario di quanto dicono, sono molto legati ai soldi, ma in questo caso mi trovo d’accordo con la proposta della Lega. È giusto che i calciatori guadagnino la loro parte, ma è altrettanto giusto che, come si suol dire, portino a casa la pagnotta. Non è che voglia accusarli di scarso impegno o di impegnarsi di meno, ma è chiaro che così avrebbero ancora maggiori stimoli. Ricordate Recoba che passava le stagioni sulla panchina/tribuna dell’Inter e senza giocare mai era tra i più pagati della massima serie. Di sua spontanea volontà, dopo anni, decise di ridursi l’ingaggio e non mi pare avesse difficoltà ad arrivare a fine mese.

O pensate a quanto avrebbe potuto risparmiare il Barcellona, se avesse adottato questo sistema, con Ibrahimovic che ogni volta che si sedeva in panchina si portava dietro i suoi dodici milioni annui. A nessun calciatore piace stare in panchina, ma se pensava al suo stipendio aveva di che consolarsi. Anche perché gli stipendi pagati ai calciatori delle società di serie A rappresentano il 66% dei ricavi. Sono questi i motivi che hanno portato alle dichiarazioni del 10 Settembre nella conferenza stampa a cui hanno preso parte i calciatori Amelia, Oddo, Seedorf, Cordoba, Gattuso, Mannini, Orlandoni e Zanetti incaricati di rappresentare la categoria, mai come in questo caso compatta.

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