SAMPDORIA/ Anatomia di una retrocessione venuta da lontano…

È spenta, la pipa del vecchio Baciccia. E non per un proibizionismo anti-tabagista. Il vecchio marinaio ha definitivamente smesso di fumare lo scorso 15 maggio: il Palermo vince 2-1 al “Ferraris”, la Sampdoria in serie-B dopo otto anni, capitan Palombo in lacrime sotto la Sud, a scusarsi con i tifosi per un finale drammatico di una stagione surreale: dal sogno della Champions all’incubo della retrocessione. 

 

di Tommaso Nelli

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Seduto sul molo, il vecchio marinaio icona per antonomasia del tifoso blucerchiato osserva l’alta marea di una stagione surreale cominciare a ritirarsi, lasciando spazio a tanta desolazione e molti interrogativi: come è successo? E da dove ripartire?

Edoardo Garrone, figlio del patron Riccardo e da qualche settimana volto ufficiale della società al posto del padre, ha dato prova di onestà intellettuale, schierandosi sul ponte di comando in queste settimane dove la barca è colata a picco. «Sono mancate le stelle, ma non eravamo da serie-B» ha dichiarato, ammettendo responsabilità della società nella retrocessione con l’errata valutazione, durante il mercato invernale, sui sostituti di Pazzini e Cassano.

Tutto vero. I “gemelli del gol” contemporanei, rievocazione post-moderna delle bellezze dipinte dall’accoppiata Vialli-Mancini vent’anni fa, erano stati gli artefici del quarto posto della precedente annata e avevano confermato il loro talento con interpretazioni d’autore anche nel finale del 2010, quando hanno mantenuto la Samp ai confini della zona Uefa e fatto toccare il sogno della Champions prima che il tiro di Rosenberg, al 93’, spezzasse l’incantesimo.

La lite di Cassano con Garrone senior a novembre e la relativa estromissione dalla rosa terminata con la cessione al Milan ha indebolito un cast che, dopo anche il passaggio all’Inter di Pazzini alla fine di gennaio, è come se fosse passato da Jack Lemmon e Walter Matthau a Gigi e Andrea.

L’ORIGINE DEL NAUFRAGIO

Ma non solo Cassano e Pazzini. Il declino del Vecchio Doria era cominciato all’indomani del quarto posto del 2010, quando la produzione Garrone scelse sostituti non all’altezza di sceneggiatore (Beppe Marotta) e regista (Gigi Del Neri), nel frattempo approdati alla Juventus.

Il mercato fu affidato all’accoppiata Sergio Gasparin-Doriano Tosi, la panchina a Mimmo Di Carlo. Trascorsi da centrocampista nel Vicenza che giocò la coppa delle Coppe nel ’98 (e che aveva Gasparin in società), tecnico giovane con due salvezze consecutive al Chievo, ma privo dell’esperienza necessaria per allenare un club chiamato, in ogni caso, a una stagione europea e alla riconferma tra le prime otto realtà del calcio italiano.

Genova non è un quartiere come Chievo, dove la salvezza equivale a uno scudetto, nessuno ha pretese se non la capacità di valorizzare giovani per mantenere i bilanci in attivo. Genova fa oltre mezzo milione di abitanti, ha una storia da repubblica marinara e un dna che, rossoblu o blucerchiato che sia, vuole essere protagonista. In Italia e in Europa.

Appena si era confrontato con una realtà analoga – Parma 2007/08Di Carlo era stato esonerato a marzo dopo un torneo all’insegna delle rimonte subite negli ultimi minuti (Palermo, Inter, Lazio) e un progressivo inabissamento concluso con la retrocessione in B degli emiliani.

Visto l’esito, pare una sorta di ritorno al futuro. Fatto sta che, forse, alla Samp sarebbe occorso un allenatore con più esperienza in serie-A, impratichito con ambienti esigenti e con obiettivi esuli dalla stretta salvezza. Tanto per fare alcuni nomi: nel maggio 2010 erano liberi Alberto Malesani (ultimo allenatore italiano ad aver vinto una coppa Uefa) e quel Davide Ballardini finito poi lo stesso a Genova, ma sulla sponda rossoblu.

Quest’ultimo avrebbe garantito quel 4-4-2 marchio di fabbrica di Del Neri, senza obbligare la società a salti mortali sul mercato dato che in rosa c’erano già gli esterni necessari: Semioli, Padalino, Guberti e Mannini. Di Carlo ha virato sul 4-3-1-2 già sperimentato a Verona, con Guberti atipico rifinitore deputato a soffocare la fonte di gioco rivale come faceva Pinzi al Chievo. Scelta innaturale per il “Gub” e per la squadra, che non aveva l’organico per questo modulo e per una stagione su due fronti.

IL CAST

Dal regista agli attori. Non sono mancate solo le stelle evocate da Garrone, bensì un cast adeguato al doppio impegno. La difesa necessitava di un centrale di valore come alternativa a Gastaldello e Lucchini, più un terzino ambidestro per far rifiatare Ziegler e Zauri, bersagliato sovente dagli acciacchi. Qualche attenuante a centrocampo dove Poli si è ristabilito in pieno solo con gennaio, però Dessena è rimasto un incompiuto e Tissone non ha ripetuto i livelli di Bergamo.

Il sovraffollamento degli esterni, dove si è fatto male Semioli, alimenta interrogativi sul modulo: con il 4-3-1-2 molti andavano venduti, se però son rimasti perché non riproporre il 4-4-2?

L’attacco accoglie l’analisi di Garrone, ma la problematica investe il mercato di gennaio dove la società si è mossa male.

MERCATO SCONCLUSIONATO

 Buchi in attacco, falle in società. Il direttore generale Gasparin se n’è andato il 20 dicembre. Pieni poteri al direttore sportivo Tosi che, davanti l’addio di Cassano e la partenza di Pazzini, ha virato su Federico Macheda e Massimo Maccarone. In prestito dal Manchester United, l’attaccante romano ha saputo più di operazione per domare la piazza che figlia di un concreto progetto tecnico perché un diciannovenne al debutto in serie-A non si può caricare di pressione e chiedergli le giocate di Cassano. Quando ha giocato con i Red Devils, Ferguson voleva che lui fosse Macheda e non che facesse il Rooney.

Big-Mac, invece, rende come attaccante se ha un suggeritore alle spalle e un altro collega al fianco (a Siena c’era Kharja a ispirare lui e Chiesa o Frick), oppure come esterno sinistro in appoggio a una punta forte fisicamente (tipo Calaiò o Larrondo un anno fa, sempre a Siena, con Malesani in panchina).

Arrivato nell’operazione Pazzini, Biabiany andava bene però occorreva schierarlo in un 4-2-3-1 con esterni offensivi e non allineati sul centrocampo, così da aumentare la pericolosità in attacco.

TUTTI A CASA

La confusione societaria, l’indebolimento tecnico, la presunta mancanza di feeling tra Di Carlo e parte dello spogliatoio insieme alla certa frizione tra il tecnico e la tifoseria, ha prodotto crisi di risultati e un clima da “tutti a casa” ancor prima che fosse firmato l’armistizio.

Pur scivolando verso i bassifondi della classifica, la Samp ha pensato che i suoi valori tecnici sarebbero bastati a evitare la retrocessione. Errore fatale. Chi non è abituato a lottare per la salvezza, quando ne rimane invischiato è quasi spacciato. E così è stato, complice un attaccamento alla maglia differente a quello esibito da capitan Palombo. Nell’inconscio di alcuni calciatori può aver prevalso l’idea che il loro ingaggio non potrà essere sostenuto in serie-B e che, con ogni probabilità, avrebbero trovato una sistemazione nella prossima serie-A.

FENOMENO CAVASIN

 L’inabissamento si è completato quando a marzo la società ha sostituito Di Carlo con Cavasin. Un tecnico che, dopo la duplice salvezza con il Lecce 2000-2001, all’attivo ha una C-2 vinta con la Fiorentina, un decimo posto con il Frosinone in serie-B (2008) e ben cinque subentri corredati da altrettanti esoneri, ultimo dei quali al Bellinzona (2010, serie-A svizzera) con due vittorie in dodici partite.

Cinque punti in dieci partite e squadra dal quattordicesimo posto (serie-A) al diciottesimo (retrocessione) il suo bilancio blucerchiato. Niente male per uno che dopo l’1-2 interno con il Lecce in conferenza stampa arrivò a esclamare: «Questo è un santo gruppo, io non sono un fenomeno, di più! Avere il gruppo che lotta che fa, che ´briga´, e adesso quando farà i risultati… son fenomeno!». 

Sorvolando sul suo mancato feeling con i tifosi, perché non optare su Gigi Cagni (amato dal pubblico), su Nedo Sonetti oppure, se si voleva un giovane, su Walter Zenga, ex blucerchiato e che già aveva salvato il Catania nel 2008 in una situazione analoga?

RITORNO ALLA LAGUNA BLU…CERCHIATA

Spento come la sua pipa, lo sguardo del Baciccia vuole tornare a illuminarsi al più presto. Dalla magia di Brema alla bruma di Cittadella, dai diavoli di san Siro ai lupi di Gubbio. Mete semisconosciute all’orizzonte del Vecchio Doria, chiamato in questi giorni alla ricostruzione. Disponibili anche alla serie-B, Palombo e Pozzi testimoniano attaccamento e motivazioni. Due concetti fondamentali nella prossima campagna acquisti, da impostare su giocatori di qualità, personalità e, possibilmente, giovani. Come il terzino sinistro Regini, quest’anno ottimo a Foggia, il portiere Fiorillo, i difensori Volta e Cacciatore, l’attaccante Zaza.

Prima dei calciatori servirà, innanzitutto, un direttore sportivo abile e competente. Che condivida la politica societaria e sappia lavorare in tandem con un allenatore preparato, ambizioso e motivato da dare una svolta alla propria carriera su una panchina e in una città così prestigiosa. Si parla di Colantuono, si vocifera addirittura Montella, ma perché non Mario Beretta, bravo a Siena e desideroso di riscatto dopo qualche annata opaca?

Giocatori, allenatore e, soprattutto, società. Perché a Bogliasco risplenda il sereno, servirà chiarezza nella gestione e unità d’intenti tra famiglia Garrone e suoi dipendenti.

Solo così dal Titanic si potrà ritornare alla laguna blu…cerchiata.


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