GENOA CALCIO/ Un primato in direzione ostinata e contraria

di Tommaso Nelli

Umbre de muri muri de mainé dunde ne vegnì […] apre l’elegia musicale di un genovese inarrivabile fabbricatore di emozioni del secolo scorso. Ombre di facce facce di marinai da dove venite[…] è la sua traduzione in italiano. Che, trasportata su un campo di calcio, ci fa chiedere da dove arrivino quei marinai vestiti di rossoblu, da mercoledì sera in testa alla serie-A grazie a sette punti e un attacco (sette gol) migliore del campionato. Genoa ai vertici del calcio italiano.

Non succede tutti i giorni, non capitava dalla terza giornata del 2008/09. “Certo che l’ho guardata! Siamo primi peruna notte, Il bandierone dedicato a Fabersembra il titolo di un film” ha esclamato Alberto Malesani, specchio di passioni e sentimenti raro da trovare su una panchina del calcio post-moderno, riferendosi alla classifica. “Sarebbe sbagliato non goderci questo momento” gli ha fatto eco il difensore Cesare Bovo.

L’armonioso 3-0 al Catania ha riversato un mare di entusiasmo per i carrugi della città, bagnati di quel rossoblu che ha sofferto e vissuto prima di ogni altro colore (1893 l’anno di fondazione del Genoa CFC), raccontando gli scudetti a cavallo della prima guerra mondiale e la retrocessione sul campo in serie-C, passando dalla semifinale Uefa di Amsterdam (1992) alla semifinale play-off di serie-C di Salerno (2006).

È lo stesso popolo rossoblu che ora si domanda: ma dove vuole andare il Vecchio Balordo? La serie-A dell’ultimo decennio racconta che tre giornate sono poco più d’un castello di sabbia all’ombra dell’ultimo sole dove petrolieri, industriali dell’automobile e ottavi nani si assopivano per lasciare che i bambini si godessero gli ultimi scampoli d’estate prima di ritornare a scuola. Accadde all’Udinese (4-5^giornata 2000/01), toccò al Chievo l’anno dopo, e così fu anche per Palermo (3^giornata 2005/06) e Samp (6^giornata 2009/10).

Succederà anche al Genoa oppure, a sorpresa, la sua navigazione tra i mari dell’alta classifica proseguirà ancora per molte settimane? In estate, sulla mappa stagionale il presidente Preziosi ha tracciato una “ics” sulla qualificazione alla prossima Europa League. Meta alla portata di un club ambizioso, ma privo degli emolumenti e del parco tecnico di Milan, Inter, Juventus, RomaSano realismo al posto di chiacchiere buone solo a rischiare il naufragio. Se non che l’inabissamento tecnico-manageriale del calcio italiano prosegue lento, ma costante. Rispetto a dieci anni fa le caravelle a strisce rossonere, nerazzurre e bianconere non sono così inaffondabili o inattaccabili. Al di là della classifica, l’Inter ha un organico usurato dagli anni e ha già avvicendato il nostromo; il Milan è decimato dagli infortuni e ha fissato l’isola del tesoro nella Champions League; la Juventus auspica di non girare il terzo remake di Titanic; la Roma è ancora impegnata a decifrare il nuovo idioma americo-ispanico.

In un contesto simile, una squadra ambiziosa, ma non di prima fascia, può stravolgere i pronostici. Specie se priva di impegni europei che investono altre pretendenti, più o meno dichiarate, al vello tricolore: Lazio, Udinese, Napoli.

Magari se è un esperanto formato da eccellenti portieri d’Oltralpe (Frey) già custodi dei pali in templi europei come Anfield e Allianz Arena; da vecchi lupi di mare partiti da Peccioli e giunti all’Europa che conta (Dario Dainelli), o nati sotto le stelle del Caucaso e arrivati a stringere ben due Champions League tra le mani. Tipo Kakhaber Kaladze, leader di una retroguardia che annovera anche un mozzo d’arte, Antonelli, figlio del Roberto che vinse lo scudetto della stella con il Milan di Liedholm. Era il 1979. Fu un titolo inaspettato.

Il Genoa è fermo a nove. Come le stagioni in rossoblu di Marco Rossi. Dovesse conquistare il Paradiso, il capitano potrebbe anche scendere a terra definitivamente.

È un porto di mare, Zena. Dove può succedere che un play-maker portoghese (Veloso) presente a Sudafrica 2010 ispiri un argentino ventinovenne (Palacio) che con i suoi gol gonfia le vele del Grifo. Al loro fianco, marinai cileni (Seymour e Jorquera), guineani (Constant), sloveni (Birsa), serbi (Jankovic) e svedesi (Granqvist) accomunati dal desiderio di scoprire ed essere scoperti. C’è Kucka, quasi certo di un domani radioso all’Inter, e c’è chi porta la dote di un anno al fianco del Poeta (Caracciolo, 12 gol in 31 partite con il Brescia di Roby Baggio nel 2004).

Al timone, un veneto di mare, Alberto Malesani da San Michele Extra. Approdato a Genova dopo la recente ottima salvezza con il Bologna e su una panchina fin dal ritiro estivo dopo sei stagioni. L’ultima volta fu in Grecia, al Panathinaikos, dove era approdato in un decennio da esule a causa di una retrocessione dolorosa (Verona, 2002) e al conformismo di un calcio che rifiuta di guardare i risultati del campocoppa Italia, coppa Uefa e Supercoppa di Lega a Parma tra il 5 maggio e il 21 agosto 1999 – solo perché vai in panchina in bermuda o con la tuta e dopo il novantesimo, se ti va, corri sotto la curva a esultare con i tifosi. Ignorato persino dagli armatori di C per sua stessa ammissione, come un Ulisse in cerca della sua Itaca, pur di affermare il suo calcio propositivo, fatto di organizzazione, dinamismo e verticalizzazioni, è incappato in disavventure (Modena, Udinese) arrivando a toccare le sponde della rurale Empoli – dove fu esonerato nonostante aver lanciato Antonini, Marchisio e Giovinco – o della medievale Siena.

Una navigazione in direzione ostinata e contraria. Così avrebbe detto quel grande genovese del secolo scorso, fabbricatore di emozioni. Era anche un grande genoano, Fabrizio De André. E davanti questo crogiuolo di venticinque marinai provenienti da quattordici paesi, al comando del calcio italiano precedendo petrolieri, industriali dell’automobile e ottavi nani, non avrebbe pensato a una creuza de mä, ma a una domanda: duve l’è ch’ané? Dov’è che andate?


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