CALCIO/ Under 21, esuli e sospesi a casa propria

Le parole di Arrigo Sacchi sulla scarsa affluenza di pubblico alle partite dell’under 21 offrono uno spunto per un’analisi del calcio giovanile italiano contemporaneo. «l'Under 21 ha giocato in Germania davanti a sedicimila spettatori […] da noi non si arriva a due-tremila persone sugli spalti con metà dei biglietti che sono omaggio. C'è un problema di fondo che dobbiamo migliorare».

di Tommaso Nelli

pallone_under_21Fotografia di una realtà crepuscolare. Arrigo Sacchi non ha celato il suo disappunto davanti la scarsa affluenza di spettatori all’amichevole giocata dalla nazionale di Ciro Ferrara contro la Svezia lo scorso 24 marzo. Ampi spazi vuoti al “Giglio” di Reggio Emilia, dove il botteghino ha dichiarato 6500 presenti (un quinto della capienza dell’impianto) e una complessiva sensazione di essere turisti per caso della maglia azzurra. Sia per i calciatori, sconosciuti alla maggioranza degli appassionati, che per il pubblico stesso, d’impatto visto come gente che quella sera non aveva niente di meglio da fare… 

Ma le parole del coordinatore delle nazionali giovanili della FIGC hanno sollevato il problema di fondo: la trascuratezza verso il calcio giovanile italiano contemporaneo. 

A ogni latitudine, in ogni settore. Nel suo intervento Sacchi richiama al dovere gli allenatori «È nostro dovere dare un contributo alla crescita e alla formazione dei tecnici che sono chiamati a allenare e educare i ragazzi», ma la questione è ben più estesa e investe anche le società di calcio e i mezzi di comunicazione. Molti presidenti si muovono secondo le regole della globalizzazione: investimento esteri a basso costo e in gran quantità, valorizzazione del prodotto in casa con l’auspicio di aver individuato qualche buon giocatore da rivendere sul mercato (nazionale e non) a una cifra di gran lunga superiore al prezzo d’acquisto. L’Udinese ha ottimi osservatori, Sanchez è stata una grande intuizione, ma otto titolari su undici della formazione di Guidolin sono stranieri. E i tre italiani sono calciatori ormai troppo maturi per la maglia azzurra: Domizzi, difensore, 30 anni; Pinzi, centrocampista, 29 anni; Di Natale, attaccante, 33 anni. In tutto questo, dov’è il guadagno per il calcio italiano? Possibile che la politica adottata sul fronte estero non possa esser trasferita sul territorio locale con la creazione di un settore giovanile sui modelli di Ajax e, soprattutto, Barcelona?

Monetizzazione e plusvalenza. Ecco le keywords del calcio italiano odierno. Che non disdegna investimenti anche in anzianità prossime al TFR – il Milan, a gennaio, ha ingaggiato Van Bommel, trentatré anni, quando nello stesso ruolo c’è un Luca Cigarini, fresco ventiquattrenne, forzatamente espatriato a Siviglia – oppure attinge all’estero anche per il settore giovanile (recenti i casi di Sorensen, Nwankwo, Obi, Ouadamadi, Strasser, Merkel).

Oltre agli allenatori – che devono dare fiducia ai prodotti locali come Malesani a Bologna con Rubin, Casarini e Della Rocca; come Zeman a Foggia con i vari Regini, Romagnoli, Sau, Burrai e Insigne; come sembra abbia cominciato anche De Canio a Lecce con Donati, Brivio e Bertolacci – anche il sistema dei media dovrebbe contribuire alla sensibilizzazione verso il calcio giovanile, denunciando l’emarginazione dei nostri calciatori invece che sguazzare senza sosta nel vasto mare dell’esotico solcato da quasi tutte le squadre di serie-A che pescano calciatori, molti dei quali di dubbia qualità, da ogni angolo del globo.

Il risultato è inevitabile. Meno un calciatore italiano gioca, meno se ne parla, più aumenta l’anonimato. Suo e del suo settore. Così, anche quando va in campo, anche con la maglia dell’under 21, nessun spettatore se lo fila perché semplicemente si domanda: “Crisetig? Ma chi è costui?”.

E il manzoniano interrogativo si ripropone anche per il ventenne Borini (esule nella lontana Swansea), per Caldirola (adottato dai tulipani di Vitesse) e il diciottenne Bardi, passato da terzo portiere del Livorno a titolare dell’Inter ‘Primavera’ vincitrice dell’ultimo torneo di Viareggio. Sono alcuni fra gli “azzurrini” del presente, deputati a divenire gli “azzurri” del domani che, però, nessuno conosce perché lasciati fuori dal G.R.A. del calcio italiano in un’età dove, invece, dovrebbero aver già superato il casello d’entrata.

Senza voler risalire all’epoca di Cesare Maldini, fermiamo la macchina del tempo al 2004. Europeo di Bochum, l’under 21 conquista il quinto – e finora ultimo – campionato europeo under 21 con – fra gli altri – Amelia, Bovo, De Rossi, Gilardino. Gente che militava in Parma e Roma, gente che vinceva la classifica marcatori a soli ventidue anni, gente che – Bovo a parte – sarà campione del mondo nel 2006 a Berlino. Oltre agli ottimi risultati conseguiti con Claudio Gentile in panchina, quell’under 21 aveva seguito di pubblico perché i suoi interpreti recitavano parti di primo piano nei club di serie-A.

Al giorno d’oggi, un attore come Faraoni, trafila nel settore giovanile della Lazio, trova spazio solo nella ‘Primavera’ dell’Inter. Luca Crescenzi, cresciuto nella Roma, gioca a Crotone, in serie-B. C’è chi fa il titolare, come Pinsoglio, ma a Viareggio, 1^divisione, la serie-C di ieri. Come possono essere conosciuti dagli appassionati? Lo spettatore s’informa e apprende dai mezzi di comunicazione. Colpevoli quando non denunciano la deriva dei settori giovanili italiani, ma “costretti” a raccontare la realtà. Di un esperanto sempre più massiccio, di un’under 21 ridotta a una comunità di giovani italiani alle prese con un paradossale Erasmus a casa propria. Inevitabile, allora, che la conoscano in pochi come i 6500 di Reggio Emilia. E normale che la metà di loro non abbia pagato il biglietto. Ai ritrovi Erasmus la maggioranza dei presenti va se conosce qualcuno che ne fa parte.

Il procuratore a sedici anni, la prospettiva di un domani dal facile guadagno e di una carriera agiata, ma intanto il semi-anonimato e un orizzonte d’incertezza che li fa essere esuli e sospesi a casa propria. È la storia dei giovani calciatori italiani nati nel post-moderno. Finché il nostro calcio non investirà in concreto su di loro, ogni suo progresso sarà un miraggio. A cominciare dagli spalti gremiti in ogni ordine di posto di ciottiana memoria per una partita dell’under 21.

 

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